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Lo scenario

Trump vuole a Caracas la lotta al narcotraffico, ma senza regime change

Maurizio Stefanini

Il presidente americano affida la guerra ai cartelli della droga a Delcy Rodríguez. Tra le condizioni per la transizione ci sono anche l'espulsione di agenti di paesi ostili agli Stati Uniti, come Iran o Cuba, e il freno alla vendita di petrolio a nemici di Washington

Nell’anticipare che l’ambasciata americana a Caracas potrebbe essere riaperta e riguardo alle continue assicurazioni di Trump secondo cui Delcy Rodríguez starebbe “collaborando” alla transizione, dall’Amministrazione dello stesso Trump filtrano tre condizioni poste alla vicepresidente venezuelana – ora presidente ad interim – per evitare di fare la fine di Maduro. Una di queste è proprio il rafforzamento della lotta al narcotraffico, oltre all’espulsione di agenti di paesi ostili agli Stati Uniti come Iran o Cuba e il freno alla vendita di petrolio a nemici di Washington. Il tutto rientra nella narrazione per cui Trump, dopo aver lanciato l’Operazione Southern Spear in risposta ai sequestri di cittadini americani con cui Maduro gli aveva estorto una proroga alla licenza della Chevron, ha montato la storia della “guerra alla droga” per non presentare un regime change in contrasto con i suoi slogan elettorali. In realtà, questo è in parziale contraddizione con quanto lo stesso Trump aveva dichiarato in campagna elettorale, sostenendo che il regime di Caracas avrebbe ridotto i crimini del 72 per cento esportando i delinquenti all’estero.

 

In effetti, l’accusa di Trump che chiama in causa il Venezuela per il fentanyl è campata in aria: si tratta di un traffico che proviene interamente dal Messico. E’ vero che il Venezuela è diventato il quarto produttore mondiale di coca, ma si parla solo di alcune centinaia di ettari, contro i 200 mila della Colombia, i 20 mila del Perù e i 10 mila della Bolivia. Alcune fonti sottolineano come, più che le coltivazioni, siano proliferati i laboratori di trasformazione. E’ vero anche che il Venezuela è diventato un punto di transito per i narcos, e qui con un peso più significativo. Secondo la Dea, tuttavia, il 78 per cento delle rotte marittime della cocaina verso gli Stati Uniti passa per il Pacifico orientale, dove il Venezuela non si affaccia; un altro 16 per cento per i Caraibi occidentali, e dunque dalla Colombia; solo l’8 per cento per i Caraibi orientali, e quindi dal Venezuela. Piuttosto, il paese è sempre più un punto di passaggio verso l’Europa.

 

Il problema, dunque, esiste ed è sicuramente legato al regime, a partire dal 2005, quando Chávez pose fine all’accordo di cooperazione con la Dea. Ma le interpretazioni possibili sono diverse. Secondo una lettura, si tratterebbe semplicemente di cittadini comuni e persino forze dell’ordine che si rivolgono ad attività illegali per sopravvivere. In questo caso, la soluzione sarebbe far ripartire l’economia, cosa che Trump afferma di voler fare. In una seconda chiave di lettura, invece, ci sarebbe una vera e propria guerra asimmetrica lanciata contro gli Stati Uniti. In tal caso, basterebbe effettivamente che Delcy Rodríguez, o chi per lei, smettesse di portarla avanti. Esiste poi un’ipotesi intermedia, secondo cui le attività illegali sarebbero diventate una fonte di ricchezza essenziale per un’oligarchia militare che costituisce la base del regime, a partire dai circa duemila generali e ammiragli che superano numericamente l’intera Nato. A quel punto, l’ipotetica intesa tra Delcy e Trump non sarebbe altro che un “cambiare tutto perché nulla cambi”.

 

E’ il discorso del cosiddetto Cartel de los Soles, così chiamato per il simbolo del sole sulle insegne degli ufficiali venezuelani. Non si tratta di un’organizzazione criminale gerarchica di tipo classico, ma piuttosto di una fitta rete di militari che fanno affari con i narcotici e che sono tollerati dal governo in cambio del sostegno alla rivoluzione. Secondo il Center for a Secure Free Society, il regime venezuelano e il Cartel de los Soles sarebbero arrivati a distribuire circa 450 tonnellate di cocaina su un mercato globale di circa 1.800 tonnellate. In altre parole, da una quota di circa l’1 per cento del mercato mondiale nel 2010 si sarebbe passati a circa il 25 per cento attuale. Chávez concesse ai militari a lui leali la giurisdizione esclusiva su porti, aeroporti, ferrovie, autostrade e territori in generale, in modo che i profitti derivanti dalla distribuzione della droga affluissero al regime. Accanto ai militari veri e propri operano poi i colectivos: gruppi paramilitari, trasformatisi in organizzazioni criminali, creati da Hugo Chávez e utilizzati come una sorta di guardia pretoriana del regime, con particolare riferimento al ministro dell’Interno Diosdado Cabello. Anche loro sono stati coinvolti in attività delinquenziali e, in queste ore di mobilitazione in risposta al blitz contro Maduro, ci sono denunce secondo cui starebbero approfittandone per compiere saccheggi ed estorsioni.

 

Nel traffico entra in gioco anche Hezbollah, stretto alleato del regime di Caracas. L’esodo di massa dei venezuelani verso vari paesi della regione ha inoltre permesso al Tren de Aragua, una banda carceraria che godeva della protezione del governo Maduro, di crescere ed espandersi in tutte le Americhe, sfruttando le rotte e le necessità della diaspora venezuelana. Il gruppo è stato utilizzato, ad esempio, nell’operazione con cui in Cile è stato ucciso l’oppositore in esilio Ronald Ojeda. Allo stesso tempo, gruppi di guerriglia colombiani come l’Esercito di liberazione nazionale (Eln) hanno iniziato ad assumere un carattere binazionale dopo diversi anni di presenza e controllo nelle zone di confine venezuelane, in collusione con elementi politici e militari locali. L’Eln e la Segunda Marquetalia, scissione delle Farc, hanno consolidato questa dimensione binazionale grazie alla stretta collaborazione con lo stato venezuelano. Il rapporto è diventato ancora più evidente quando l’Eln ha sostenuto l’esercito venezuelano nel conflitto armato contro la fazione mafiosa del X Fronte delle Farc nello Stato di Apure, alla fine del 2021.

 

E non c’è solo la droga. A sud del Venezuela si estende una parte della regione amazzonica, dove l’attività mineraria illegale si intreccia con numerose altre attività illecite e con rotte di contrabbando verso il Brasile. A est, il confine con la Guyana è oggetto di una disputa territoriale per la regione dell’Essequibo, un’area ricca di petrolio e minerali, costantemente saccheggiata da organizzazioni criminali coinvolte nel commercio di fauna selvatica esotica, nel disboscamento e nell’attività mineraria illegale.