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Sinistre Fallimentari
Lula, Sánchez e Petro attaccano Trump, ma sanciscono il loro fallimento sul Venezuela
La dichiarazione congiunta di Spagna, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay contro Washington è anche un’autodenuncia: chi aveva canali e credibilità per spingere Maduro a elezioni trasparenti ha preferito doppi standard, mediazioni inefficaci e silenzi utili al regime
Il blitz militare degli Stati Uniti in Venezuela segna anche il fallimento politico della sinistra iberoamericana e le ambizioni di potenza regionale di paesi come il Brasile. I governi progressisti di Spagna, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay nei giorni scorsi hanno rilasciato una dichiarazione congiunta di condanna “delle azioni militari unilaterali sul territorio venezuelano” perché in contrasto con “il diritto internazionale”. La dichiarazione di principio, però, è anche una manifestazione di impotenza.
Nel comunicato i sei governi di sinistra ribadiscono che “la situazione in Venezuela deve essere risolta esclusivamente con mezzi pacifici, attraverso il dialogo, la negoziazione e il rispetto della volontà del popolo venezuelano in tutte le sue espressioni, senza interferenze esterne e in conformità con il diritto internazionale”. Il brasiliano Lula da Silva, il cileno Gabriel Boric, il colombiano Gustavo Petro, lo spagnolo Pedro Sánchez, la messicana Claudia Sheinbaum e l’uruguaiano Yamandú Orsi riaffermano che “solo un processo politico inclusivo, guidato dai venezuelani, può portare a una soluzione democratica e sostenibile”.
Il problema di questa dichiarazione è che sono i governi di sinistra ispanoamericani, quelli che hanno buoni rapporti con il regime chavista, che avrebbero dovuto risolvere la crisi politica e istituzionale del paese. Ma non lo hanno fatto. Non ci sono riusciti. In alcuni casi non hanno voluto. L’ambiguità con il regime di questi governi, anziché facilitare la transizione democratica, ha rafforzato la posizione di Nicolás Maduro che ha potuto trovare margini di azione in un fronte di paesi non compatto nella richiesta del rispetto dei princìpi democratici. Molti di questi leader che protestano contro l’intervento brutale di Donald Trump, hanno relegato la crisi venezuelana a una questione interna che i venezuelani dovevano risolvere tra loro. E come si poteva mai risolvere? Con la conta dei voti che Maduro non ha mai voluto mostrare o sulla punta dei fucili del regime? Non è il caso del cileno Gabriel Boric, che è sempre stato chiaro sulla condanna netta del regime di Maduro. Ma il discorso è diverso per gli altri leader progressisti.
Lula ha per molto tempo legittimato il regime chavista. Nel 2023, l’anno prima delle elezioni, il presidente del Brasile incontrava l’autocrate venezuelano dicendo che il mondo aveva un “pregiudizio contro il Venezuela” costruito su una “narrativa” che descrive Maduro come “autoritario e antidemocratico”. Lula confermava una “relazione piena” con il Venezuela e si rifiutava di descrivere il regime come una dittatura perché “il concetto di democrazia è relativo”. Da anni il regime reprimeva il dissenso, arrestava i dissidenti politici, escludeva dalle elezioni gli oppositori come María Corina Machado. Anche dopo la clamorosa frode alle elezioni presidenziali del 2024, in cui Maduro si è autoproclamato vincitore nonostante lo sfidante democratico Edmundo González abbia preso il 67 per cento dei voti, Lula ha avuto una posizione ambigua. Ha designato come mediatore il fidato Celso Amorim, che non ha riconosciuto la vittoria di Maduro ma neppure la frode elettorale.
Il Brasile ha chiesto al regime di mostrare i verbali elettorali e poi ha proposto come soluzione, insieme alla Colombia di Petro, un’improbabile ripetizione del voto senza sapere come realmente è andato a finire quello che c’è stato. Con la stessa ambiguità, però, insieme a Colombia e Messico (ma non il Cile di Boric) ha fatto fallire una risoluzione dell’Organizzazione degli stati americani (Osa) che pretendeva dalle autorità del Venezuela l’immediata pubblicazione della documentazione elettorale: l’Osa è l’organizzazione internazionale che dovrebbe difendere le istituzioni democratiche nel continente. Con la stessa doppiezza Brasile, Colombia e Messico non hanno riconosciuto la vittoria di Maduro ma, a differenza di altri paesi latino americani, hanno mandato una delegazione all’investitura del dittatore. Lula, Petro e Sheinbaum hanno poi avuto parole aspre e di disprezzo nei confronti dell’opposizione venezuelana, a partire dalla Machado premiata con il Nobel per la pace.
Un capitolo a parte è quello di Pedro Sánchez. La Spagna non ha mai riconosciuto Maduro e ha sempre condannato il regime, ma il governo è sostenuto da partiti apertamente filochavisti e ha nella figura del’ex premier José Luis Rodríguez Zapatero, uomo vicino a Sánchez, il mediatore di fiducia del regime chavista: da osservatore alle elezioni venezuelane, Zapatero non è riuscito a vedere i brogli. Non a caso questa posizione ipocrita ha prodotto una rottura con il padre nobile del Psoe, l’ex premier Felipe González, da sempre fautore di una linea risoluta contro il regime chavista.
La sinistra iberoamericana può ergersi su un piedistallo morale e condannare Trump, ma l’azione illegale degli Usa c’è stata proprio perché in tanti anni i governi amici di Maduro non sono stati capaci di risolvere pacificamente la crisi regionale. O forse non hanno voluto.