Pyongyang

C'è almeno un blitz che è andato molto male a Trump

Giulia Pompili

Il presidente americano ha provato a risolvere la questione nordcoreana sia con il negoziato sia con i Navy Seals. Entrambi i tentativi sono falliti, e oggi la Corea del nord è più forte e più nucleare che mai. L'avvicinamento della Corea del sud alla Cina e l'isolamento del Giappone

Per ogni operazione contro i destabilizzatori globali che riesce a Trump, ce ne sono molte, o almeno una, forse la più grande, che non solo è fallita ma rischia di aver peggiorato le cose. Il giorno dopo l’arresto di Maduro in Venezuela, il dittatore nordcoreano Kim Jong Un ha assistito al test di un “missile ipersonico” che mira a sviluppare ulteriormente il suo arsenale nucleare, indispensabile, ha detto, alla luce delle “recenti crisi geopolitiche e dei vari eventi internazionali”. Durante il suo primo mandato, Trump tentò sia il blitz sia il negoziato con Kim.

 

Entrambe le cose fallirono. A settembre dello scorso anno il New York Times ha rivelato che durante il suo primo mandato, Donald Trump ha cercato in tutti i modi di “aumentare le carte” in mano dell’America contro Pyongyang, anche facendo quello che nel caso del Venezuela è riuscito, e che è il preludio di qualsiasi operazione militare: raccogliere informazioni, spiare l’obiettivo. Mentre cercava di parlare con Kim Jong Un in quattro vertici che non sono poi precipitati in alcun accordo, Trump autorizzava pure una rischiosissima operazione dentro al territorio nordcoreano del Seal Team Six, il corpo d’élite dei Navy Seal che ha catturato Osama bin Laden ed è il corrispettivo della Marina della Delta Force. Il Team Six era stato infiltrato in Corea del nord con l’obiettivo di installare un dispositivo elettronico per raccogliere informazioni sulle intenzioni di Kim, ma la missione era fallita tragicamente con l’uccisione di alcuni pescatori nordcoreani scambiati per militari. Sempre nel 2019, quando uscì la notizia secondo cui il fratellastro di Kim, Kim Jong Nam, assassinato all’aeroporto di Kuala Lumpur  nel 2017, era una fonte della Cia, il presidente americano si era rivolto a Kim pubblicamente, dicendo che “non avrebbe mai permesso” sotto la sua presidenza l’uso di informatori per spiare il leader nordcoreano. Più di recente, Trump ha negato  di sapere qualcosa dell’operazione dei Navy Seal in Corea del nord. 

 


Ottenere informazioni da Pyongyang è sempre più difficile, soprattutto per l’America: la leadership del paese è compatta, sempre più chiusa, ed è praticamente impossibile far infiltrare un americano-coreano in Corea del nord senza che sia riconosciuto, soprattutto dall’accento. La Cia è costretta ad affidarsi soprattutto alle informazioni fornite dal National Intelligence Service sudcoreano. Nel frattempo però, nel giro di poco più di un anno, tutto l’ecosistema di sicurezza dell’Indo-Pacifico è cambiato: la Corea del nord sta imparando a combattere in quella che ormai è definita anche dai media statali la “guerra congiunta” con la Russia contro l’Ucraina – nei giorni scorsi è stato inaugurato un nuovo cimitero e un memoriale bellico. Ma anche la Corea del sud è cambiata. 

 


Ieri c’è stato l’atteso vertice di stato a Pechino fra il leader cinese Xi Jinping e il presidente sudcoreano, il democratico Lee Jae-myung, e ci sono stati diversi momenti offerti ai fotografi per mostrare il riallineamento fra i due paesi: durante un momento conviviale, Lee ha tirato fuori dalla tasca lo smartphone Xiaomi che Xi gli aveva regalato all’Apec di due mesi fa facendo pure una battuta (“così puoi controllare se c’è una backdoor”) e si è scattato un selfie sorridente con lui. Le molte cordialità erano previste, perché Lee è un fautore di un ritorno della Corea del sud a una politica estera di alleanza con la Cina e di apertura alla Corea del nord, e in passato ha criticato la Nato e l’esagerato avvicinamento all’occidente del suo predecessore Yoon Suk-yeol, oggi in carcere, compresi i contributi offerti all’Ucraina. Sui media sudcoreani è stato notato soprattutto un punto: che fra Xi e Lee non si è parlato di denuclearizzazione della Corea del nord, un tema affrontato praticamente da prassi in tutti gli incontri dei presidenti sudcoreani con leader americani e cinesi. Anche nell’ultimo documento di Strategia per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, la denuclearizzazione della Corea del nord è scomparsa. L’avvicinamento fra Pechino e Seul è inoltre guardato con estrema attenzione dal Giappone, ancora sotto attacco diplomatico ed economico da parte della Cina, che ieri ha imposto anche controlli sulle esportazioni verso il Giappone di qualunque materiale dual use, comprese le terre rare. Il messaggio della leadership cinese a quella sudcoreana di ieri è stato chiaro: Xi ha chiesto al presidente Lee di stare “dalla parte giusta della storia”, cioè dalla parte della Cina. 
L’operazione militare americana in Venezuela “rafforzerà in modo più deciso la convinzione di Kim Jong Un che rinunciare alle armi nucleari equivarrebbe a un suicidio”, ha detto l’esperto di Corea del nord Eul-Chul Lim, docente alla Kyungnam University, al Korea Herald: “Questa convinzione renderà ancora più difficili i negoziati sulla denuclearizzazione nella penisola coreana”. Secondo diversi osservatori, il lancio missilistico di domenica scorsa serviva proprio a mostrare alla Casa Bianca che la Corea del nord ha una capacità offensiva e di deterrenza nucleare che dovrebbe scoraggiare ogni potenziale azione militare contro la leadership. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.