Attenzione a L'Avana

Spie e mercenari. La presenza cubana oltre il fronte dei Caraibi

Micol Flammini

Dalla gestione di intelligence e sicurezza in Venezuela alla guerra in Ucraina. Le tracce del regime di Cuba

Il segretario di stato americano e capo della Sicurezza nazionale, Marco Rubio, ha spesso definito la Dirección de Inteligencia (Di), il servizio segreto di Cuba, il sistema nervoso centrale del Sebin, il servizio di spionaggio venezuelano. Rubio, figlio di dissidenti cubani contrari al regime comunista, dopo l’operazione militare per catturare il dittatore Nicolás Maduro ha definito il Venezuela un paese “colonizzato dal punto di vista della sicurezza” da Cuba che comunque è “governata da uomini incompetenti e anziani, e in alcuni casi non anziani ma comunque incompetenti”. I cubani sorvegliano il Venezuela dal 2010, quando il creatore della Di, Ramiro Valdés, venne invitato a Caracas da Hugo Chávez e iniziò a costruire il sistema di sicurezza cubano nel paese, che in oltre un decennio e sotto Maduro ha continuato a crescere. Cuba in cambio ha ottenuto barili di petrolio e la possibilità di tenere sotto controllo un paese straniero, anche se alleato. 


“Erano i cubani a sorvegliare Maduro”, ha detto sempre Rubio. E secondo la televisione di stato dell’Avana, durante l’attacco americano sono stati uccisi trentadue cubani. Non ci sono conferme, ma in molti si sono domandati come mai un servizio di intelligence che ha fama di essere efficace e astuto – durante il primo mandato di Trump, quando John Bolton era a capo della Sicurezza nazionale, la presenza dei militari cubani fu una delle ragioni che impedirono a Juan Guaidó, che nel 2019 guidava l’opposizione venezuelana, di organizzare il suo colpo di stato contro Maduro – non si sia accorto della presenza della Cia nella regione e della preparazione di un’operazione così potente. “O sono incompetenti o sapevano”, scrive il giornalista Michael Weiss. Secondo la stampa americana, c’è una persona percepita come una risorsa per Cuba a Caracas e si tratta proprio  della neoinsediata presidente Delcy Rodríguez. Alcuni analisti si sono spinti a prendere in considerazione la possibile esistenza di un accordo tacito fra Washington e L’Avana. La vera fissazione di Rubio, architetto della politica sul Venezuela del secondo mandato di Donald Trump, non è tanto Caracas, quanto Cuba e infatti domenica ha ripetuto: “Se vivessi all’Avana, e fossi parte del governo, sarei almeno un po’ preoccupato”. 


Cuba è un sistema fallito, ma dal punto di vista internazionale ha una posizione molto  rilevante.  Dall’Avana, per esempio, viene anche una larga parte di soldati stranieri che si sono arruolati nell’esercito russo per combattere contro l’Ucraina, secondo le intelligence occidentali, il numero di mercenari cubani può arrivare anche fino a 5.000 uomini e infatti Kyiv ha votato contro il sollevamento dell’embargo economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti a Cuba e ha deciso di chiudere l’ambasciata all’Avana, come risposta al mancato intervento delle autorità al reclutamento di cittadini cubani nell’esercito russo. Più che fermare il reclutamento, il presidente Miguel Díaz-Canel aveva  augurato a Vladimir Putin di avere successo contro l’Ucraina.  Fino all’attacco americano in Venezuela, Cuba ha negato di avere spie o militari in Venezuela, ha sempre sostenuto che si trattasse di civili soprattutto coinvolti in attività mediche. L’Avana ha mandato in diversi contesti i propri operatori sanitari, considerati dagli Stati Uniti possibili spie, un’arma di soft power o uno strumento per fare cassa del governo cubano, che nega le accuse. Anche in Italia (in Lombardia, in Piemonte e in Calabria), hanno preso servizio medici cubani, soprattutto nei mesi più difficili della pandemia, senza troppa attenzione per le questioni di sicurezza. 
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)