Da New York
In Aula Maduro si dichiara “prigioniero di guerra”. Dimentica la repressione nelle carceri venezuelane
Dopo le elezioni di luglio 2024 il regime di Caracas ha attuato il più alto livello di autoritarismo fatto di omicidi, sparizioni forzate, arresti arbitrari, violenze sessuali e torture dando un nome chiaro all’operazione: “Tun Tun, toc toc". I numeri e la strategia sui prigionieri politici
Prima che Nicolás Maduro si dichiarasse un “prigioniero di guerra” ieri nell’aula del tribunale di New York, nelle ore successive alla sua cattura e all’arresto l’attenzione dei media si era concentrata sul carcere di Brooklyn in cui era stato trasferito assieme alla moglie Cilia Flores, il Metropolitan detention centre, descritto come la “Guantanamo di New York”, l’“inferno in terra”. La stessa definizione è stata data dai prigionieri rilasciati dal regime per descrivere il sistema carcerario venezuelano: le prigioni sono sovraffollate, piene di armi, droga, bande criminali ma soprattutto prigionieri politici, molti accusati di reati come “incitamento all’odio” e “terrorismo” che prevedono pene detentive fino a 30 anni, torture psicologiche tra cui la privazione di qualsiasi contatto con l’esterno e “celle di punizione” buie, senza ossigeno e grandi quanto una camera blindata.
Secondo l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch fra le torture fisiche riportate da chi è riuscito a uscire ci sono le percosse, l’utilizzo dello spray al peperoncino, i colpi di sciabola, scosse elettriche, asfissia con sacchetti di plastica. Già dopo la sua successione a Hugo Chávez, nel 2013, Maduro aveva iniziato a introdurre gli strumenti autoritari che hanno caratterizzato la sua dittatura, ma soltanto con le elezioni di luglio 2024 ha attuato il più alto livello di repressione fatto di omicidi, sparizioni forzate, arresti arbitrari, violenze sessuali e torture dando un nome chiaro all’operazione: “Tun Tun”, toc toc, il rumore degli uomini della Guardia nazionale bolivariana – a cui Maduro ha affidato il compito della repressione – casa per casa per arrestare chiunque si opponesse al regime, in un clima di terrore per limitare qualsiasi spazio del dissenso, anche su internet. I prigionieri non sono solo cittadini venezuelani ma anche stranieri, utilizzati come ostaggi politici, come l’italiano Alberto Trentini, il cooperante in carcere in Venezuela da oltre un anno senza accuse formali.
Secondo l’organizzazione venezuelana Foro penal, sono ancora 863 i prigionieri politici in Venezuela: il numero di arresti dal 2014 ha superato i 18.000 e lo scorso dicembre un nuovo rapporto delle Nazioni Unite ha stabilito che per oltre dieci anni la Guardia nazionale ha avuto un ruolo centrale nella catena di comando delle “torture, i maltrattamenti e gli atti di violenza sessuale che fanno parte di un modello di abusi utilizzato per punire e spezzare le vittime”. Dal 2014 otto milioni di venezuelani hanno lasciato il paese, di cui circa 6,5 milioni si sono trasferiti in America latina e nei Caraibi. Su una popolazione di quasi 29 milioni, oltre 20 milioni di venezuelani vivono in condizioni di povertà, più di 5 milioni soffrono la fame. Secondo l’opposizione, nel 2025 si è verificata una detenzione arbitraria ogni 32 ore.