Foto Epa, via Ansa
il rubio moment
Rubio, il viceré che si gioca tutto sul Venezuela
Dopo la cattura di Maduro, il segretario di Stato diventa l’architetto della nuova fase venezuelana e l’uomo forte della politica estera trumpiana
In attesa di tentare di nuovo la scalata alla presidenza degli Stati Uniti, Marco Rubio si è appena guadagnato un nuovo lavoro che lo terrà impegnato a lungo, insieme a quelli di segretario di Stato e Consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca: quello di viceré del Venezuela. L’operazione che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro è un successo di Donald Trump, è stata eseguita da Cia e Delta Force sotto il controllo del capo del Pentagono Pete Hegseth, ma il cervello di tutta la strategia sul Venezuela di questi mesi è stato Rubio, l’ispanico più importante degli Stati Uniti. “Questa mossa era il sogno di Marco, da anni diceva che Maduro non era un presidente legittimo e il valore delle ‘azioni’ di Rubio adesso è schizzato alle stelle”, ha detto a Politico una fonte della Casa Bianca coperta dall’anonimato.
Toccherà al segretario di Stato gestire la fase nuova che si è aperta nel paese sudamericano, oltre che difendere l’intera operazione con gli alleati internazionali e con i repubblicani in Congresso. Il Venezuela può essere il trionfo o la rovina di Marco Rubio. Da come andranno le cose nei prossimi mesi a Caracas non dipende soltanto il destino dei venezuelani, ma anche il futuro politico di quello che in questo momento è l’uomo più potente dell’amministrazione dopo il presidente. Il successo nella cattura di Maduro alza le quotazioni per Rubio nella sfida con il vicepresidente J.D. Vance per chi sarà il successore di Trump alla guida dei repubblicani. Nessuno dai tempi di Henry Kissinger (e nessuno prima di Kissinger) ha mai ricoperto come Rubio contemporaneamente i due ruoli più delicati della politica estera americana, a Foggy Bottom e alla Casa Bianca. Ed è difficile ricordare un segretario di Stato capace di restare fuori dagli attacchi dopo un intero anno di governo, come sta accadendo a Rubio, mentre piovono critiche anche dal mondo Maga contro i vari Hegseth, Vance e perfino contro la scaltra chief of staff Susie Wiles.
Tutti gli occhi sono su Trump e le sue sparate, ma l’America in realtà sta vivendo “il Marco Rubio moment”, come ha scritto già prima di Natale l’opinionista del New York Times Ross Douthat. Perché dietro a quello che fanno su scala internazionale Trump, Vance, Hegseth, l’inviato tuttofare Steve Witkoff, il genero-in-chief Jared Kushner, si intravede sempre la mano esperta di Rubio. La stessa che ha avuto un ruolo decisivo nella redazione della nuova Strategia per la sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha diffuso nelle scorse settimane. Il documento cioè che spiega perché gli Stati Uniti hanno deciso di concentrarsi sull’America Latina, annunciando l’esistenza di un “corollario Trump” alla Dottrina Monroe sull’importanza del cortile di casa, che d’ora in poi sarà presidiato economicamente e militarmente per tenere lontana soprattutto la Cina.
E’ una linea che Rubio sostiene da anni, da quando nel 1998 lasciò la carriera legale e i sogni di diventare un campione di football per lanciarsi in politica nella sua Miami. Figlio di esuli cubani, Rubio si è fatto le ossa nell’ambiente degli scaltri e influenti cubani-americani della Florida, capaci di spostare milioni di voti e di influenzare la politica estera di ogni amministrazione da Eisenhower a oggi. È lì che il giovane Marco è diventato un paladino della lotta ai dittatori sudamericani, che fossero i Castro o i Chavez-Maduro, costruendoci una carriera politica che l’ha portato in Senato, poi a correre per la presidenza e infine (per ora) al Dipartimento di Stato.
Ciò che sorprende è quanto peso sia riuscito ad avere Rubio al fianco di Trump e nell’ambiente Maga, nonostante in quel mondo non sia amato e sia visto con sospetto, per essere stato (molti pensano lo sia ancora) un neocon vicino ai Bush, soprattutto al governatore della Florida Jeb. Ma Marco Rubio è un trasformista, un camaleonte della politica capace – al pari di Vance, ma con molta più esperienza – di cambiare posizioni secondo la convenienza del momento e di nascondere, quando serve, anche il proprio passato. Per esempio, si è sempre presentato come paladino degli esuli cubani, che sono quasi tutti anticastristi, ma ha evitato a lungo di raccontare che i suoi genitori arrivarono in America da Cuba fuggendo dal regime di Fulgencio Batista, due anni e mezzo prima della rivoluzione di Fidel Castro. In politica, è stato bushiano prima di diventare anti-Bush sfidando Jeb per la presidenza, poi è diventato un nemico di Trump (un altro suo rivale nella campagna 2016), per poi convertirsi al nuovo capo. È stato un neocon profondamente anti-Russia e anti-Putin, ma ha adeguato le proprie posizioni a quelle del presidente in carica. Si presenta come un devoto cattolico, ma negli anni in cui la sua cattolicissima famiglia si era trasferita in Nevada si era convertito alla religione mormone, per poi tornare al cattolicesimo una volta rientrato a Miami.
Adesso si apre la fase in cui farà il viceré dell’America Latina nello scenario neo-imperiale voluto da Trump. In attesa di vedere se avrà la possibilità di succedergli per mostrare finalmente al mondo qual è il “vero” Marco Rubio, senza avere più bisogno di trasformismi.