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la dottrina trump
La vita in Venezuela dopo Maduro. Come rispondere alle domande più complicate a liberazione avvenuta
Dirigere l’emisfero occidentale a colpi di unilateralismo armato e suprematismo etnico segherà le gambe della sedia su cui stiamo tutti seduti: quel che rimane dell’ordine liberale. La finestra in tal modo aperta ai venezuelani si chiuderà allora in faccia agli ucraini, ai taiwanesi, a chissà quanti altri ancora
Tutti vogliamo, o dovremmo volere, un Venezuela democratico. Ma sta agli Stati Uniti liberarlo? A che titolo? E come? Con quali intenzioni e conseguenze? Abbiamo evaso la domanda per anni, ma ora s’impone e comunque la si giri, duole. Dico subito che non ho risposte, o ne ho più d’una. Come invidio chi ha inastato la baionetta trumpiana o spolverato la sezione “antimperialismo” della libreria. Io ho molti dubbi e alcuni pensieri. Il primo, il più ovvio, è che in un mondo ideale i venezuelani si libererebbero da sé. Si sono cacciati nei guai? Si buttarono a corpo morto tra le braccia di un demagogo? Ora s’arrangino. Ma sarebbe cinico e ingiusto. Tanto più che non si può dire che non le abbiano provate tutte per rimediare. Pagando un prezzo atroce: morte, tortura, miseria, diaspora. Hanno fallito, ma solo a metà. Grazie ai loro sforzi oggi tutti vedono quel che prima negavano: che il re è nudo, il regime illegittimo.
Ma il mondo non ha nulla di ideale, è inutile fare sofismi. Come liberarsi di chi ha il monopolio delle armi e del denaro? Potenti protettori? Una capillare rete di sbirri che sorveglia la vita d’ognuno? Un regime così può solo collassare dall’interno o essere rovesciato dall’esterno. Il potere non si perde nelle urne, insegnò Fidel Castro ai nipotini. Più chiaro, impossibile. Le elezioni venezuelane sono infatti una farsa, una partita giocata su un campo inclinato.
Si capisce così che Donald Trump s’erga a miraggio, a treno da non lasciarsi sfuggire. Solo le sue pressioni possono far crollare il regime. Lo sa chi l’ama ma l’ammette anche chi lo detesta. Che alternative hanno? Non so se, né quanto, Maria Corina Machado ne condivida le idee. Ma non ha scelta: prima liberiamoci, poi si vedrà. Dai nostri divani possiamo fare gli schizzinosi, ma non sempre si possono scegliere gli amici; e se alla causa dei venezuelani toccano questi, è perché invece di sostenerla tanti ressero per anni il moccolo al chavismo.
Chiarito che non possiamo chiedere ai venezuelani di essere eterni agnelli sacrificali, è però vero che ciò che oggi può aiutare loro, il “big stick” americano, non conviene a tutti, non giova ai più. E’ il metodo più consono? Il più efficace? Temo che dirigere l’emisfero occidentale a colpi di unilateralismo armato e suprematismo etnico segherà le gambe della sedia su cui stiamo tutti seduti: quel che rimane dell’ordine liberale. La finestra in tal modo aperta ai venezuelani si chiuderà allora in faccia agli ucraini, ai taiwanesi, a chissà quanti altri ancora.
A Trump importano poco la democrazia, i diritti umani, la libertà. E si nota. I venezuelani di cui oggi vendica il martirio sono sudici immigrati a nord del Rio Grande. S’intende meglio con Mosca che con Parigi, coi sauditi che coi tedeschi. Non è un internazionalista democratico alla Wilson, ovvio, ma nemmeno un neoconservatore col pallino di esportare la democrazia alla Reagan. E’ un nazionalista con pochi grilli ideali e molte ambizioni imperiali per la testa. E l’Impero sono gli Stati Uniti, non l’Occidente, “civiltà” cui è alieno e indifferente. Oltre agli interessi economici, ha un’ossessione geopolitica: la Cina. Si capisce. Vuole espellerla dall’emisfero. “Cacciate Pechino”, chiede in cambio del suo aiuto ai governi alleati della regione. Sottrarle il Venezuela, pensa, e Cuba subito dopo, le assesterebbe un colpo fatale. Aggrappato all’idea delle sfere di influenza, estraneo all’universalismo liberale, pur di riuscirci si direbbe disposto a tutto. Anche a barattare il disimpegno russo da Caracas con l’abbandono dell’Ucraina al suo destino. Spera di aprire una breccia tra Russia e Cina? Si crede Kissinger? Dubito che vi riesca, dà l’idea di non comprendere la densità della storia, il suo atavico peso sul comportamento degli attori che la popolano.
Neppure l’obiettivo di scalzare la Cina dalle Americhe ha molte probabilità di successo: “chiedeteci tutto”, sussurrano le cancellerie latinoamericane, “ma non di rompere coi cinesi”. Non sono un toccasana ma investono e acquistano, sono il maggior partner economico di gran parte dei paesi dell’area. Perché rinunciarvi? Poco importa: si torna alla dottrina Monroe, ha stabilito Trump. Perché no? Enunciata nel 1823 contro le potenze extra-emisferiche, terminata la Guerra Fredda sembrò morire vittoriosa: nessuno minacciava più l’emisfero, ormai unito intorno al paradigma liberale. Ma con la Cina vicina, risorge la Dottrina. Più che alla dottrina originale, però, Trump attinge al corollario che Theodore Roosevelt le aggiunse nel 1904, la sua epoca prediletta, il manifesto che invocando “la superiore civiltà” degli Stati Uniti li investì del ruolo di “polizia” nei Caraibi e nell’Istmo centramericano. Nel mondo infuriava la competizione imperiale e Washington non la voleva alle porte. “Chi si comporterà bene”, spiegò ai vicini, avrà amicizia. Gli altri? Legnate e sovranità limitata.
Oggi come allora, in realtà, c’è anche dell’arrosto tra tanto fumo, una parte di verità tra tante sparate volgari e razziste. Era vero che quei paesi non sapevano autogovernarsi. E che la loro instabilità cronica spalancava le porte all’ingerenza europea. Da ciò la pedagogia nera di quella stagione di interventismo militare. Ed è vero oggi che l’America Latina è debole, divisa, instabile: il consenso democratico è da tempo in pezzi e tra narcotraffico, corruzione e criminalità, dilagano violenza e caos. Nemica giurata della “democrazia borghese” e della “globalizzazione liberale”, la marea bolivariana ha intanto introdotto nell’area Pechino, Mosca, Teheran.
E’ amaro riconoscerlo, ma nulla meglio del caso venezuelano prova l’immaturità latinoamericana, l’incapacità di badare a sé stessa. La crisi si è incancrenita sotto gli occhi di tutti con la complicità di molti, da Lula a López Obrador, dai Kirchner a Mujica e Bergoglio. Poiché era “nazionale” e “popolare”, anticapitalista e antioccidentale, al chavismo oggi come al castrismo ieri hanno perdonato tutto. Invece di aiutare ad estirpare l’ascesso, lo hanno coccolato e coltivato. Trump si trova così su un vassoio d’argento il pranzo servito. E il fiuto non gli fa difetto! Mica per caso non vediamo folle di manifestanti al grido di “yankee fuera” ma piazze di venezuelani in festa! Perché il regime chavista è indifendibile, è ciò che i latinoamericani non vogliono diventare, la mina vagante dai cui miasmi fuggono. La mesta risacca del bolivarismo è la miglior vitamina del trumpismo. Infatti piccoli Trump crescono.
E ora? Catturato Maduro, il regime rimane al suo posto. Per ora: si suppone che Trump abbia un piano per farlo cadere, che abbia in tasca le garanzie dei vertici militari venezuelani, condite da generose promesse di immunità. Vedremo. Per ora le sue parole hanno gelato diversi entusiasmi in Venezuela. Cos’intende per “riprenderci il nostro petrolio”? Per “dirigere” la transizione del paese? Dov’è Corina, che ne è del presidente legittimo? Qualcuno comincia a temere che i sudditi diventino coloni. Così fosse, la sua luna di miele coi latinoamericani avrebbe il fiato corto. E il trumpismo rischierebbe di rianimare il bolivarismo.
Loris Zanatta