L'editoriale dell'Elefantino

Estradizione dell'autocrazia ed esportazione della democrazia. Il caso Maduro

Giuliano Ferrara

Il narcisismo cinico e avalutativo di Trump lo porta a fare il peggio e il meglio. L’obiezione legale alla sua mossa a Caracas è comprensibile in senso etico, ma un nulla ipocrita in senso politico, aberrante dal punto di vista democratico

Sarebbe stato preferibile che un presidente meno erratico e autoritario lo avesse fatto, e magari con l’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti e un profilo politico bipartisan, come avvenne per George W. Bush in Afghanistan e in Iraq, ma nonostante tutto è meglio che l’erede degenere del già degenere chavismo, Nicolás Maduro, compaia di fronte a un tribunale americano dopo dodici anni di caotica e feroce dittatura, in sulfurea alleanza con Mosca Pechino e Teheran, e dopo aver rubato all’opposizione le ultime elezioni, piuttosto che continuare a celebrare il bolivarismo e a celebrarsi come suo epigono. A forza di ripetere la balla che la democrazia non si esporta, che il realismo equivale all’appeasement con i più loschi figuri della scena mondiale e i loro regimi sanguinari, ci eravamo abituati all’idea che al Venezuela toccasse Maduro in perpetuo, che a Corina Machado toccasse la clandestinità dopo aver vinto le elezioni, che le peggiori autocrazie mondiali potessero accampare diritti sostanziali su un pezzo di America Latina e sulla immensa riserva di petrolio e droga venezuelana, magari in nome del diritto internazionale legale. C’è operazione speciale e operazione speciale, quella di Putin è contro una democrazia all’europea, quella di Trump, della Cia e della Delta Force è l’amputazione chirurgica di un arto infetto per proteggere il corpo ancora invisibile ma potenzialmente vitale di una democrazia possibile, impedita da una banda di predoni in divisa e no e da una trama di interessi e complicità da colpire senza complessi. 

Il narcisismo cinico e avalutativo di Trump lo porta a fare il peggio (Ucraina, dazi, Europa) e il meglio (Suleimani, Israele, il sito nucleare di Fordow). L’obiezione legale all’ultima mossa della presa provvisoria e controllata del potere a Caracas è comprensibile in senso etico, ma un nulla ipocrita in senso politico, aberrante dal punto di vista democratico. La cultura del diritto internazionale come gabbia legale delle relazioni di forza è stata per decenni protetta dallo schermo della Guerra fredda, ma dire che abbia generato pace e ordine e giustizia, prima e dopo la caduta del Muro di Berlino, prima e dopo l’abbattimento delle Twin Towers, sarebbe una pietosa bugia. Da quel modello ideale non si può in teoria prescindere, ma se diventa lo scudo di Hamas o di Maduro o del bestiale regime oppressivo dei mullah di Teheran qualcuno dovrà pure sforzarsi di aggirarlo e invalidarlo prima che siano combinati altri penosi guai più o meno umanitari all’ombra del terrorismo e della volontà di potenza neoimperiale diretta a scardinare il bastione di resistenza che è l’Europa. Il trumpismo da questo punto di vista è un male bifronte, una sua faccia è ripugnante, l’altra il male minore. 

Che il realismo sia un pegno contro il diritto è solo parzialmente vero. Se il governo dispotico e nichilista di Hamas nella Striscia di Gaza e il nullismo corrotto della Cisgiordania, potenziale embrione di uno stato palestinese che cancella Israele dalle mappe scolastiche, fossero stati considerati paria nel mondo, non ci sarebbe stato il disegno antisionista e antisemita nato dal pogrom del 7 ottobre, con le sue inevitabili conseguenze. Se la Repubblica islamica fosse stata isolata a doppia mandata, invece che corteggiata e blandita con le arti subdole della diplomazia di sottomissione, i cosiddetti atti illegali diretti all’esportazione della democrazia non sarebbero stati necessari. Se Maduro fosse stato convinto dai suoi pimpantissimi mandanti e dal cadavere dell’Onu ad andarsene con le buone, sulla scia di Assad in Siria, a rigore non sarebbe stato necessario arrestarlo con quel botto clamoroso aperto sull’incognito che abbiamo visto all’alba del 3 gennaio.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.