L'editoriale dell'Elefantino
Estradizione dell'autocrazia ed esportazione della democrazia. Il caso Maduro
Il narcisismo cinico e avalutativo di Trump lo porta a fare il peggio e il meglio. L’obiezione legale alla sua mossa a Caracas è comprensibile in senso etico, ma un nulla ipocrita in senso politico, aberrante dal punto di vista democratico
Sarebbe stato preferibile che un presidente meno erratico e autoritario lo avesse fatto, e magari con l’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti e un profilo politico bipartisan, come avvenne per George W. Bush in Afghanistan e in Iraq, ma nonostante tutto è meglio che l’erede degenere del già degenere chavismo, Nicolás Maduro, compaia di fronte a un tribunale americano dopo dodici anni di caotica e feroce dittatura, in sulfurea alleanza con Mosca Pechino e Teheran, e dopo aver rubato all’opposizione le ultime elezioni, piuttosto che continuare a celebrare il bolivarismo e a celebrarsi come suo epigono. A forza di ripetere la balla che la democrazia non si esporta, che il realismo equivale all’appeasement con i più loschi figuri della scena mondiale e i loro regimi sanguinari, ci eravamo abituati all’idea che al Venezuela toccasse Maduro in perpetuo, che a Corina Machado toccasse la clandestinità dopo aver vinto le elezioni, che le peggiori autocrazie mondiali potessero accampare diritti sostanziali su un pezzo di America Latina e sulla immensa riserva di petrolio e droga venezuelana, magari in nome del diritto internazionale legale. C’è operazione speciale e operazione speciale, quella di Putin è contro una democrazia all’europea, quella di Trump, della Cia e della Delta Force è l’amputazione chirurgica di un arto infetto per proteggere il corpo ancora invisibile ma potenzialmente vitale di una democrazia possibile, impedita da una banda di predoni in divisa e no e da una trama di interessi e complicità da colpire senza complessi.
Il narcisismo cinico e avalutativo di Trump lo porta a fare il peggio (Ucraina, dazi, Europa) e il meglio (Suleimani, Israele, il sito nucleare di Fordow). L’obiezione legale all’ultima mossa della presa provvisoria e controllata del potere a Caracas è comprensibile in senso etico, ma un nulla ipocrita in senso politico, aberrante dal punto di vista democratico. La cultura del diritto internazionale come gabbia legale delle relazioni di forza è stata per decenni protetta dallo schermo della Guerra fredda, ma dire che abbia generato pace e ordine e giustizia, prima e dopo la caduta del Muro di Berlino, prima e dopo l’abbattimento delle Twin Towers, sarebbe una pietosa bugia. Da quel modello ideale non si può in teoria prescindere, ma se diventa lo scudo di Hamas o di Maduro o del bestiale regime oppressivo dei mullah di Teheran qualcuno dovrà pure sforzarsi di aggirarlo e invalidarlo prima che siano combinati altri penosi guai più o meno umanitari all’ombra del terrorismo e della volontà di potenza neoimperiale diretta a scardinare il bastione di resistenza che è l’Europa. Il trumpismo da questo punto di vista è un male bifronte, una sua faccia è ripugnante, l’altra il male minore.
Che il realismo sia un pegno contro il diritto è solo parzialmente vero. Se il governo dispotico e nichilista di Hamas nella Striscia di Gaza e il nullismo corrotto della Cisgiordania, potenziale embrione di uno stato palestinese che cancella Israele dalle mappe scolastiche, fossero stati considerati paria nel mondo, non ci sarebbe stato il disegno antisionista e antisemita nato dal pogrom del 7 ottobre, con le sue inevitabili conseguenze. Se la Repubblica islamica fosse stata isolata a doppia mandata, invece che corteggiata e blandita con le arti subdole della diplomazia di sottomissione, i cosiddetti atti illegali diretti all’esportazione della democrazia non sarebbero stati necessari. Se Maduro fosse stato convinto dai suoi pimpantissimi mandanti e dal cadavere dell’Onu ad andarsene con le buone, sulla scia di Assad in Siria, a rigore non sarebbe stato necessario arrestarlo con quel botto clamoroso aperto sull’incognito che abbiamo visto all’alba del 3 gennaio.