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i prossimi passi
Dopo Maduro, Cuba? I timori (anche energetici) dell'isola dopo l'operazione di Trump
L'isola si interroga sul suo futuro dopo la caduta del presidente venezuelano. Le dichiarazioni di Trump e Rubio non sono rassicuranti e la dipendenza dal petrolio di Caracas rende fragile la condizione dell'Avana
Dopo Maduro toccherà anche a Cuba? Nella conferenza stampa in cui Trump ha illustrato l’operazione che ha portato all’arresto del presidente venezuelano e di sua moglie, un giornalista ha chiesto se l’attenzione degli Stati Uniti potesse ora spostarsi sull’isola. "Ne parleremo", ha risposto Trump, prima di cedere la parola al segretario di stato Marco Rubio, il cui commento è stato durissimo: "Cuba è un disastro. Non ha economia, non ha turismo. Tutte le guardie di Maduro erano cubane".
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha reagito denunciando gli attacchi degli Stati Uniti al Venezuela e chiedendo con urgenza una risposta della comunità internazionale contro quello che ha definito un "attacco criminale". Ha inoltre qualificato le azioni statunitensi contro il popolo venezuelano e contro tutta "la nostra America" come terrorismo di stato, concludendo un post sui social con lo slogan "Patria o muerte". Ma, come ha raccontato la giornalista e influencer dell’opposizione Yoani Sánchez, sui social i toni sono stati molto diversi.
"Non appena la notizia si è diffusa, i gruppi Telegram e WhatsApp hanno iniziato a ribollire", ha riferito Sánchez. "Il petrolio venezuelano è finito!", ha scritto una giovane donna alla sua famiglia, "senza mezzi termini e senza slogan, mettendo il dito sulla piaga che davvero ferisce l’isola". In un paese impantanato in blackout quotidiani, dove la crisi energetica si misura in ore senza elettricità e in cibo che si deteriora, la cattura di Maduro è stata subito interpretata in chiave nazionale: che cosa succederà ora al carburante che mantiene a galla, seppur precariamente, il sistema elettrico cubano? È questa la domanda posta da Yoani Sánchez. "Cuba è la prossima", avrebbe detto un pensionato dell’est dell’isola, che da decenni attende la caduta del castrismo, con tono deciso, in un messaggio audio inviato tramite Messenger.
Le relazioni energetiche tra Cuba e Venezuela si sono consolidate a partire dal 2000 con la firma di un Accordo Integrale di Cooperazione. Da allora, Caracas è diventata la principale fonte energetica esterna dell’isola, fornendo greggio in cambio di servizi professionali, soprattutto nei settori della sanità, dell’istruzione e della sicurezza. Per anni il Venezuela ha garantito a Cuba circa 100.000 barili al giorno, consentendole di mantenere il sistema elettrico e l’attività economica in una relativa stabilità.
Il calo della produzione venezuelana, insieme all’impatto delle sanzioni internazionali, ha però progressivamente ridotto queste forniture, già prima dell’attuale inasprimento dell’embargo statunitense. Oggi Cuba necessita tra i 110.000 e i 120.000 barili al giorno per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, ma la produzione interna si ferma a malapena a 40.000 barili. L’isola è quindi costretta a importare la maggior parte dell’energia dall’estero. Le spedizioni venezuelane, ormai drasticamente ridotte e ben al di sotto delle necessità reali del paese, hanno creato un divario energetico difficile da colmare. Il risultato sono blackout prolungati, interruzioni della produzione industriale, lunghe code alle stazioni di servizio e un’ulteriore contrazione dell’attività economica: uno scenario destinato ora a peggiorare ulteriormente.