le parole

Trump interviene sulle proteste in Iran e ha un obiettivo

Micol Flammini

Il presidente americano ha minacciato il regime della Repubblica islamica e lo ha messo in guardia contro la repressione dei manifestanti: "Siamo armati e pronti a partire". Da Suleimani ai B-2 contro Fordo, la lunga marcia del capo della Casa Bianca

“Se l’Iran spara e uccide con violenza manifestanti pacifici, come è sua abitudine, gli Stati Uniti d’America arriveranno in loro soccorso. Siamo armati e pronti a partire”. Con queste parole, scritte sul suo social Truth, il presidente americano, Donald Trump, ha regalato ore di paranoia ai vertici del regime della Repubblica islamica dell’Iran. Il capo della Casa Bianca è intervenuto dopo la notizia delle oltre sette morti avvenute durante le manifestazioni che da domenica scorsa si stanno estendendo in tutto l’Iran. Da domenica il regime aveva iniziato a parlare di calma, di proteste legittime, di necessità di ascoltare i manifestanti, di agire secondo responsabilità. Sulle strade però ha agito in modo diverso: la repressione si è fatta via via più violenta, mortale, con scontri fra manifestanti e polizia. Le parole di Trump sono state sfruttate per riscrivere la storia delle manifestazioni, attivando la propaganda di stato per delegittimare i cortei, le loro ragioni e ridurre la base della protesta. Il regime ha tentato di tracciare una spaccatura, di creare un binario doppio fra l’esistenza di una protesta legittima e una illegittima. Una spaccatura fra chi è sceso in piazza per motivi economici, quindi i commercianti, e chi invece ha affiancato alle ragioni economiche tutte le storture di un regime brutale, incapace di gestire il paese, tanto da trascinarlo dritto verso il collasso. 

 

Fra gli analisti c’è chi ha ritenuto le parole di Trump un aiuto in grado di dare energia ai manifestanti, il modo più diretto per non farli sentire soli. Per un gran numero  di analisti iraniani ormai lontani dal loro paese, il messaggio del presidente americano è stato invece  controproducente, capace di incoraggiare una piccola minoranza, ma di fornire al regime la possibilità di bollare i manifestanti come  strumenti nelle mani della propaganda americana e dell’“entità sionista”, secondo la dicitura che la Repubblica islamica usa per definire Israele. Anche i leader israeliani hanno mandato messaggi ai manifestanti, anche l’agenzia di intelligence Mossad, che opera fino a dentro  il territorio dell’Iran, ha pubblicato un messaggio in farsi per dire ai manifestanti di essere dalla loro parte. Le parole israeliane fanno parte delle operazioni psicologiche contro il regime, il post di Trump su Truth è più dirompente e di fatto impone agli Stati Uniti l’obbligo, se necessario, di dare seguito alla minaccia. 
Se c’è un ambito in cui l’Amministrazione Trump si è dimostrata in grado (e vogliosa) di agire è stato proprio nei rapporti con l’Iran. Il regime lo sa, per questo la reazione alle parole del presidente americano è stata una dimostrazione di aggressività e panico. Ali Larijani, ex presidente del Parlamento, oggi segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell’Iran, ha risposto al capo della Casa Bianca su X mettendo in guardia gli Stati Uniti dall’interferire nelle questioni interne della Repubblica islamica e minacciando una possibile ritorsione contro i soldati americani in medio oriente. 


Esattamente sei anni fa, Donald Trump aveva ordinato l’attacco per eliminare Qassem Suleimani, il comandante delle Forze speciali al Quds, architetto della strategia dell’Iran contro Israele. Il 3 gennaio del 2020, un drone incenerì due auto all’aeroporto di Baghdad, in Iraq. Una delle due trasportava il generale iraniano. La perdita di Suleimani ha lasciato Teheran senza il suo costruttore della strategia in medio oriente e senza una delle figure più importanti in grado di unire le varie correnti che compongono il regime. Nonostante le minacce, la Repubblica islamica non reagì con potenza all’attacco di Trump. Quest’anno, il presidente americano è  di nuovo intervenuto contro l’Iran, mandando i bombardieri B-2 a colpire i siti nucleari del regime, nell’ambito della guerra dei dodici giorni, iniziata da Israele per frenare il progetto atomico e missilistico della Repubblica islamica. Questa settimana, Trump ha accolto il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, a Mar-a-Lago,  per parlare, fra vari argomenti, anche del tentativo di Teheran di rimpolpare il suo arsenale di missili. Trump ha detto ai giornalisti che gli iraniani vogliono un accordo sul nucleare e alla domanda se autorizzerà un attacco contro il programma missilistico o atomico della Repubblica islamica, il presidente ha risposto senza esitare: “Contro il primo forse, contro il secondo sicuramente”. Trump fa impazzire il regime di Teheran, che teme le sue reazioni, lo vede come troppo imprevedibile e il messaggio su Truth ha rianimato le paure di un futuro intervento americano.


 Il capo della Casa Bianca è il fattore esterno più temuto dal regime. Quello interno sono le proteste iniziate nel momento in cui i commercianti di telefoni e altri apparecchi elettronici hanno deciso di chiudere i loro negozi perché tenere aperto senza che nessuno in Iran possa permettersi di acquistare un bene importato non ha senso. La moneta iraniana, il rial, è crollata, aggiungendo la rabbia economica a una lunga fila di rabbie e rivendicazioni che gli iraniani covano da anni vivendo in un paese sempre più chiuso, povero, al collasso, che attraversa una crisi idrica ed energetica. Sono anni che gli abitanti dell’Iran scendono in strada, che organizzano proteste nonostante la repressione, e nonostante i numeri dei manifestanti, soprattutto per paura, non siano oceanici, a una categoria se ne aggiunge un’altra: questa volta ai commercianti si sono poi aggiunti gli universitari che hanno colorato la manifestazione di slogan più politici e hanno scelto, in alcuni contesti, di scontrarsi con la polizia, prendendo d’assalto le caserme. E’ una lunga marcia e la perdita del potere fuori dall’Iran, per il regime ha anche un effetto interno. 
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)