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La guerra a Maduro

Dal piano iniziale a un'escalation confusa in Venezuela che ora Trump non può più fermare

Maurizio Stefanini

Il sequestro di una petroliera a largo del Venezuela pone nuovi dilemmi sull'operazione “Southern Spear”, dopo gli attacchi a 23 presunte narco-imbarcazioni che hanno fatto almeno 87 vittime. Il caos nella nuova politica estera americana sembra corrispondere a molta confusione

L’altro ieri, mentre a Oslo veniva consegnato il premio Nobel per la Pace alla figlia di María Corina Machado, il presidente americano Donald Trump annunciava che al largo del Venezuela era stata sequestrata una petroliera. La procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi, ha pubblicato su X un video del personale armato americano che si cala sulla nave da un elicottero, per poi muoversi sul ponte con le armi puntate. Il mandato di sequestro è stato emesso da un giudice federale, ma pone nuovi dilemmi sull’operazione “Southern Spear”, dopo gli attacchi a 23 presunte narco-imbarcazioni che hanno fatto almeno 87 vittime. Per il governo di Caracas si tratta di “pirateria”

 

Nello stesso giorno, la Camera di Washington ha approvato un National Defense Authorization Act che dovrà ora passare al Senato, e in cui democratici e repubblicani si sono uniti per votare a larga maggioranza (312 contro 112) una disposizione che impone al Pentagono di fornire al Congresso i video integrali e gli ordini operativi degli attacchi contro presunte imbarcazioni dedite al trasporto della droga nei Caraibi. Rand Paul, senatore di un’area libertarian del Gop che sta sempre più prendendo le distanze da Trump, ha detto che l’azione “sembra molto l’inizio di una guerra” e che non è “compito del governo americano andare a caccia di mostri in giro per il mondo, cercare avversari e iniziare guerre”.

 

Nel frattempo, mentre a Oslo il presidente del comitato Nobel, Jørgen Watne Frydnes, faceva una durissima requisitoria contro il regime di Maduro, anche dall’Onu arrivava una denuncia dei suoi crimini di “lesa umanità”. Come se non bastasse, all’aeroporto di Caracas veniva sequestrato il passaporto e impedita la partenza al cardinale Baltazar Porras, arcivescovo emerito della capitale venezuelana. Secondo il Wall Street Journal María Corina Machado, che ha dato il suo appoggio all’operazione di sequestro della petroliera venezuelana, sarebbe arrivata ieri a Oslo con l’aiuto americano. Tutto questo avviene mentre nelle trattative sulla guerra contro l’Ucraina, Trump manifesta la sua impazienza verso Zelensky e aumenta le critiche all’Ue, di cui si teorizza addirittura la dissoluzione, con conseguente dichiarata soddisfazione di una Russia che però, in teoria, è alleata di Maduro.

 

Il caos nella nuova politica estera americana sembra corrispondere a molta confusione sul piano interno. La nuova Strategia di sicurezza nazionale è stata definita il “corollario trumpiano alla dottrina Monroe”. In realtà, la teoria enunciata il 2 dicembre 1823 – e ribattezzata così solo nel 1850 – era, all’origine, poco più che un sostegno diplomatico: gli Stati Uniti, allora ancora una potenza militare modesta, appoggiavano l’Impero britannico, che invece ne aveva in abbondanza e minacciava di usarla qualora la Santa Alleanza avesse tentato di restaurare il dominio spagnolo sulle ex colonie ribelli. Solo con la guerra ispano-americana del 1898 la dottrina Monroe si trasformò davvero in un manifesto imperialista sull’emisfero occidentale, per poi essere formalmente archiviata nel 2003. La sua attuale riesumazione, in nome del Make America Great Again, unita al progressivo via libera concesso a Putin nella costruzione di una sua sfera di influenza, rimanda più agli accordi di Yalta – se non addirittura al patto Molotov-Ribbentrop – che alla dottrina Monroe. Il legame con la battaglia politica di Machado, invece, fa pensare all’esportazione della democrazia cara alla teoria neocon, che però il movimento Maga non sopporta. Per evitare di parlare apertamente di regime change, l’Amministrazione avrebbe così rispolverato la Guerra alla droga dei tempi di Reagan e Bush.

 

Trump insiste con una retorica sempre più ossessiva sul numero di guerre che sostiene di aver fermato – sei, otto, fino a dieci – e che a suo dire gli varrebbero il Nobel per la Pace. Ripete di averle “ereditate” e ora tenta di chiuderle; ma nel caso del Venezuela siamo di fronte a un conflitto che è lui a iniziare. Va riconosciuto che, all’interno dell’Amministrazione, alcune differenze d’approccio sono evidenti: il segretario di stato Marco Rubio, da cubano-americano, sarebbe anche incline ai regime change, almeno in America latina. Ma l’attuazione concreta spetta oggi al segretario alla Difesa Pete Hegseth, i cui limiti personali non aiutano a sciogliere la contraddizione di una guerra di regime change che non si vuole chiamare tale.

 

E al di là delle giravolte dello stesso Trump – che un giorno telefona al presidente venezuelano con quella che Maduro definisce una conversazione “cordiale”; un altro ordina il blocco dello spazio aereo venezuelano; e un altro ancora precisa che non ce l’ha in particolare con il Venezuela, ma anche con la Colombia – la linea resta segnata da incoerenza e apparente improvvisazione.

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