Foto Epa, via Ansa
linee di ambiguità strategica
Fra alleanze e uomini forti, il Pakistan sta fregando di nuovo tutti
Tra Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti, Islamabad moltiplica alleanze incompatibili per mantenere margini di manovra: una strategia di ambiguità permanente che rafforza l’establishment militare e trascina il paese in un equilibrio sempre più instabile
Il Pakistan continua a muoversi lungo linee di ambiguità strategica che ne definiscono da decenni la politica estera. Nei giorni scorsi, a Islamabad, alti funzionari pachistani e iraniani hanno discusso delle “mutevoli condizioni della regione” e della necessità di rafforzare la cooperazione bilaterale. Delegati iraniani hanno sottolineato il “ruolo privilegiato” del Pakistan nella sicurezza regionale, diffondendo il messaggio di apprezzamento da parte della Guida suprema Ali Khamenei per il sostegno mostrato da Islamabad durante la recente crisi con Israele: “Esprimiamo la nostra gratitudine al governo, al Parlamento e alle Forze armate del Pakistan”.
Queste dichiarazioni arrivano però a poche settimane dalla firma di un patto di mutua difesa tra Pakistan e Arabia Saudita, uno scudo politico-militare che garantisce ai sauditi un paracadute nucleare e la disponibilità di truppe pachistane in caso di conflitto. Un’intesa che, se gli Accordi di Abramo verranno estesi e formalizzati, trascinerà il Pakistan nell’orbita dei paesi che hanno normalizzato le relazioni con Israele. E che già ora lo obbliga a considerare la partecipazione alla forza internazionale per Gaza sotto regia americana, malgrado l’opposizione dell’opinione pubblica pachistana, la tradizionale retorica pro-Palestina del governo e i legami storici fra l’Isi, cioè il principale servizio di intelligence del Pakistan, e Hamas e le galassie jihadiste locali.
Questo paradosso – cooperare con gli iraniani mentre si presta un ombrello strategico ai loro nemici – è l’essenza della dottrina geopolitica pachistana: l’uso sistematico dell’ambiguità come strumento di sopravvivenza nazionale. La stessa logica emerge anche in Afghanistan. I raid pachistani di ottobre nelle province orientali, ufficialmente diretti contro il gruppo terroristico Tehrik-e-Taliban Pakistan, sono apparsi come operazioni di pressione calibrata più che come iniziative antiterrorismo. Gli analisti locali parlano apertamente di azioni su commissione, parte di una strategia volta a convincere i talebani a cedere la base di Bagram agli Stati Uniti – lo stesso presidente americano Donald Trump a metà settembre aveva detto: “L’abbiamo ceduta senza ottenere nulla in cambio. Vogliamo riavere quella base”.
Una richiesta che sarebbe perfettamente compatibile con la nuova intesa personale fra il presidente americano e il generale pachistano Asim Munir, autoproclamatosi Feldmaresciallo dopo la guerra lampo di maggio con l’India, della cui cessazione Trump continua ad attribuirsi il merito nonostante le ripetute smentite indiane. E la convergenza tra Washington e Islamabad ha anche pesanti implicazioni interne: nel silenzio complice degli Stati Uniti e delle istituzioni internazionali al gran completo, in Pakistan si è consumato quello che alcuni non fanno fatica a definire un nuovo colpo di stato costituzionale. Una ristrutturazione chirurgica del sistema politico che consolida il potere dell’establishment militare, marginalizza l’opposizione e il potere giudiziario e garantisce ad Asim Munir un controllo totale sulla direzione del paese con tanto di immunità a vita. La modifica della Costituzione, approvata dal Parlamento il 12 novembre scorso, è stata presentata come riforma democratica, ma è, come sempre, un riequilibrio autoritario. La comunità internazionale sembra far finta di nulla, però. E il Pakistan continua a giocare su tutti i tavoli, continuando a barare con tutti. “Il paese più pericoloso del mondo”, come lo definì, già all’inizio degli anni Duemila, l’analista della Cia e consigliere dei presidenti Bruce Riedel.