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il voto in senato
Dopo quaranta giorni c'è l'accordo per la fine dello shutdown negli Stati Uniti
Otto senatori dem votano con i repubblicani per riaprire il governo federale fino al gennaio 2026, rinunciando all’estensione dei crediti Obamacare. Schumer perde la tenuta del gruppo, mentre la base democratica parla di tradimento. Trump resta in silenzio, ma la sua assenza da Washington facilita l’intesa
Dopo quaranta giorni, lo shutdown del governo americano si appresta a finire. Nella serata di domenica, infatti, la tattica adottata dal leader di maggioranza repubblicana al Senato ha funzionato: otto senatori dem hanno rotto con la leadership del loro partito per votare una risoluzione che finanzia il governo federale agli stessi livelli attuali fino al 31 gennaio 2026. Non c’è nella bozza finale l’ultima richiesta del capogruppo dem Chuck Schumer per estendere di un solo anno i crediti dell’Obamacare che finiscono a fine 2025. In cambio, c’è la semplice promessa di un voto sul tema a dicembre, che però presumibilmente non dovrebbe passare. Un po’ poco per la base dei dem. Però quello che stava accadendo nel paese ha piegato gli otto esponenti politici che hanno tenuto una breve conferenza stampa in Campidoglio. Per fare una sintesi, al netto delle critiche a “Trump e al suo codazzo” sulla loro insensibilità sulle sofferenze degli americani, si decide di cedere perché, come ha detto la senatrice del New Hampshire Jeanne Shaheen “non si è riuscito a ricavare niente di più”. Qualcosa di buono per i dem nell’accordo in realtà c’è: ci sono gli stipendi mancati dei lavoratori del governo federale messi in aspettativa forzata a partire dal 1° ottobre, così come c’è il blocco di ulteriori nuovi licenziamenti fino a gennaio. Però la base certo si aspettava che almeno si facesse un tentativo per alleviare la spesa sanitaria delle famiglie che, a causa del mancato rinnovo dei sussidi previsti dall’Obamacare, può triplicare a causa del pagamento dei premi assicurativi a prezzo pieno. L’identikit di quelli che sui social sono già additati come traditori è facile da farsi: in comune hanno il fatto che non dovranno affrontare gli elettori a breve. Due di loro, la già citata Shaheen e Dick Durbin dell’Illinois, si stanno ritirando. Altri, come John Fetterman della Pennsylvania, Maggie Hassan del New Hampshire e Catherine Cortez Masto del Nevada, dovranno correre per la rielezione nel 2028. Infine, ci sono i più tranquilli di tutti: Tim Kaine della Virginia, Jacky Rosen del Nevada e Angus King del Maine. Per loro, le urne si ripresenteranno nel 2030, sempre che decidano di ricandidarsi (King ha già 81 anni). Ad aver aiutato il raggiungimento di un accordo la lontananza di Trump da Washington che ha potuto far sì che i negoziati si svolgessero senza intoppi. Si nota anche però l’assenza di Mike Johnson, lo speaker repubblicano della Camera che ha chiuso l’assemblea da quasi un mese, abbandonando qualsiasi postura istituzionale per tornare a guadagnarsi il soprannome di “Maga Make” che aveva da semplice deputato. E Chuck Schumer? Da un lato la sua posizione da senatore è rimasta ferma, dichiarando che “la crisi sanitaria in arrivo sarà così grave che in buona coscienza non posso dare il mio assenso a questa legge”. D’altra parte, però in qualità di leader dem non ha agito per tenere una linea della fermezza a ogni costo e ha consentito di fatto un rompete le righe generale. Al netto di Fetterman che di fatto è già de facto fuori dal partito per le sue recenti scelte di collaborazione con l’amministrazione, gli altri hanno cercato di ripristinare quanto prima i pagamenti dello Snap, il programma di sostegno alla nutrizione che sussidia con buoni validi per la spesa alimentare le fasce più povere, oltreché il caos che stava colpendo gli aeroporti per le sempre maggiori assenze tra le fila del personale aeroportuale. Anche il Gop però non è stato compatto: il senatore Rand Paul, noto per le sue posizioni libertarie, ha votato contro, e anche altri senatori di orientamento simile come Rick Scott della Florida, Ron Johnson del Wisconsin e Mike Lee sono stati convinti all’ultimo momento. Risultato finale: 60 voti esatti a favore contro 40 contrari. Ora il provvedimento passa alla Camera, dove l’esile maggioranza repubblicana è autosufficiente. Trump rimane ancora in silenzio e per il momento è giusto così, anche se di certo gli sfottò e i meme pubblicati dall’account ufficiale della Casa Bianca sui leader dem certo non hanno aiutato il raggiungimento di un accordo, che si è ottenuto solo grazie a un ritorno ai colloqui dietro le quinte, lontani dalla spettacolarizzazione pacchiana del secondo mandato del tycoon.
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