La parata degli autoritari pronti alla guerra

Giulia Pompili

Xi Jinping riunisce i suoi fedeli alleati il 3 settembre a Pechino. Da Kim Jong Un a Putin, il senso di uno show di forza anti occidente

Ci sarà anche il dittatore nordcoreano Kim Jong Un alla grande parata militare prevista mercoledì prossimo a Piazza Tiananmen, per celebrare l’80° anniversario di quella che viene definita “la vittoria della Guerra di resistenza popolare cinese contro l’aggressione giapponese e della Guerra mondiale antifascista”. Da qualche giorno, ogni giorno la leadership cinese guidata da Xi Jinping annuncia un dettaglio in più riguardo al suo importante show di forza, e la presenza di Kim è stata confermata dalla lista, pubblicata ieri, dei partecipanti ufficiali: a fianco a Kim ci sarà il presidente della Federazione russa Vladimir Putin –  menzionato per primo nell’elenco – e poi, tra gli altri, il dittatore bielorusso Aljaksandr Lukashenka, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il capo della giunta militare del Myanmar Min Aung Hlaing, il primo ministro pachistano Shehbaz Sharif, il primo segretario del Partito comunista cubano Miguel Díaz-Canel.

 

Per Kim Jong Un questo sarà il primo viaggio all’estero in quasi due anni, dopo quello nell’Estremo oriente russo nel settembre 2023 che aveva dato il via alla partecipazione nordcoreana alla guerra russa contro l’Ucraina. Si tratta di un segnale significativo: negli ultimi due anni sembrava che il rapporto fra Pyongyang e Pechino arrancasse, e il messaggio che manderanno al mondo mercoledì prossimo i leader di Cina, Russia e Corea del nord è che l’asse dei paesi autoritari è ancora solido. Ma alla parata parteciperanno pure due europei: il presidente della Repubblica di Serbia Aleksandar Vucic e il primo ministro della Repubblica Slovacca Robert Fico, ma non ci sarà il primo ministro ungherese Viktor Orbán, sebbene sia uno degli alleati più forti della Cina in Europa.

 

Tra le organizzazioni internazionali, ci sarà soprattutto una vecchia conoscenza dell’Italia: l’ex ambasciatore cinese a Roma Li Junhua, che oggi è vicesegretario generale delle Nazioni Unite. Come anticipato da questo giornale, gli ambasciatori a Pechino dei paesi dell’Unione europea, pur invitati formalmente, non hanno ancora deciso se e come saltare la cerimonia, soprattutto per motivi d’opportunità: finire nella stessa fotografia con  Kim, Putin e gli altri partecipanti rischia di trasformarsi in un assist alla propaganda dei paesi che sfidano l’ordine delle democrazie liberali. Nei giorni scorsi, anche le ambasciate giapponesi nei paesi occidentali avevano avvertito del tentativo da parte di Xi Jinping di “riscrivere la storia” attraverso eventi come quello che si terrà mercoledì prossimo. “Per la Cina, la vittoria sull’Impero giapponese rappresenta una tappa cruciale: la ‘prima vittoria completa’ contro un invasore straniero nella storia moderna del paese. Pechino la celebra non solo per rafforzare identità e unità nazionale, ma anche per legittimare il ruolo del Partito comunista nel guidare la nazione dalle umiliazioni del passato alla forza attuale”, ha scritto Liu Zhen sul South China Morning Post.

 

La riscrittura della storia serve a rafforzare l’immagine della Cina come potenza fondamentale per respingere il fascismo in Asia e difendere l’ordine postbellico, una premessa che giustifica anche le azioni di forza di Pechino: nel Mar cinese orientale, nel Mar cinese meridionale e nelle mire espansionistiche sull’isola de facto indipendente di Taiwan. 

 


E’ stato proprio Xi Jinping, dieci anni fa, a introdurre la parata militare nel cuore politico della Repubblica popolare per celebrare il suo Giorno della Vittoria. Prima di allora le parate militari il Partito comunista cinese le riservava soltanto agli anniversari tondi dalla fondazione della Repubblica popolare, il 1° ottobre (l’ultima c’è stata sei anni fa). Rispetto al 2015 il mondo era diverso, l’ospite d’onore anche allora era Putin, ma tra gli europei c’era anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni insieme con il francese Laurent Fabius. Negli ultimi anni i rapporti fra l’Europa e la Cina sono cambiati – la minaccia ibrida che arriva da Pechino è riconosciuta, sebbene spesso non contrastata. Ma la parata della prossima settimana ha però un significato completamente diverso anche per la leadership di Pechino, e per la sua propaganda interna: la fase in cui si trova la Cina è quella del rafforzamento del potere d’influenza fuori dai propri confini,  di proiezione di potenza, nonostante la crisi economica interna e le sfide sul fronte del commercio internazionale. Nei mesi scorsi sono circolate molte voci sulla solidità della leadership di Xi Jinping, soprattutto per via delle numerose purghe che hanno colpito anche ai massimi livelli l’Esercito popolare di liberazione e il ministero della Difesa. La parata di mercoledì durerà 70 minuti, ha fatto sapere il Consiglio di stato della Repubblica popolare cinese in una conferenza stampa, durante la quale sfileranno 45 formazioni e oltre cento tipi di armi ed equipaggiamenti, tutti di produzione nazionale e già in servizio. Ci saranno nuovi missili, nuove navi da guerra, e un discorso molto atteso di Xi Jinping: tutto per mostrare che anche se l’Esercito cinese non combatte una guerra dagli anni Novanta, è pronto a farlo anche prima del 2049, l’anno del compimento del progetto della grande Cina di Xi. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.