
Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi (foto Getty)
alla vigilia dell'avanzata israeliana
L'idea di addestrare i palestinesi in Egitto non piace a nessuno
Tante incognite nel piano di Sisi di preparare una forza di polizia da inviare nella Striscia di Gaza. La prima è che non c'è ancora un cessate il fuoco. La freddezza di Arabia Saudita ed Emirati
Abbiamo avviato le operazioni preliminari e le fasi iniziali dell’attacco a Gaza City”, ha annunciato ieri in un video su X il portavoce delle Forze armate israeliane, Avichay Adraee: “Intensificheremo i nostri attacchi e non esiteremo finché non avremo restituito tutti i soldati rapiti e Hamas non sarà smantellata militarmente e governativamente”. Ma mentre gli israeliani si preparano all’operazione che spingerebbe un milione di sfollati verso il sud della Striscia, affacciato al valico di Rafah l’Egitto osserva gli sviluppi con preoccupazione.
Non con i nostri soldi e non nel nostro nome, rispondono gli egiziani quando si parla dei piani del presidente Abdel Fattah al Sisi a proposito di Gaza. Che si discuta della questione umanitaria o dell’assetto post conflitto da dare alla Striscia, il presidente sa che la questione palestinese è una trappola politica in cui ha solo da perdere. Il regime di Sisi è accusato di essere complice degli israeliani nella chiusura dei valichi verso la Striscia e nell’impedire l’accesso a cibo e acqua, affamando i palestinesi. Qualsiasi forma di protesta o mobilitazione per la causa dei Gazawi è sopita, talvolta con violenza. Questa settimana, decine di ambasciate egiziane sparse per il mondo sono state prese d’assalto da manifestanti pro Palestina. Nonostante lo scarso impatto mediatico delle proteste, il tema è incendiario per il governo del Cairo al punto che tanto è bastato per mandare in allarme il ministro degli Esteri, Badr Abdelatty. Una sua videochiamata all’ambasciatore all’Aia è stata diffusa dai media arabi mentre chiedeva alla polizia di usare anche la forza per disperdere i manifestanti. Una mossa maldestra, perché il leak ha finito per aumentare l’indignazione degli egiziani.
Oltre al timore che la causa palestinese accenda il dissenso interno, Sisi è messo sotto pressione anche dagli americani, che gli chiedono di proporre soluzioni di matrice panaraba alla guerra a Gaza. Compito reso ancora più arduo dalla reticenza di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti su alcuni punti. Il primo e più importante è che senza riforme e senza lo smantellamento di Hamas non ha senso parlare di “post conflitto”. Il Cairo però insiste e questa settimana il Wall Street Journal ha rilanciato la notizia di migliaia di palestinesi che sarebbero già impegnati in attività di addestramento in Egitto con l’obiettivo di dispiegarli nella Striscia dopo la guerra. Si parla di diecimila uomini provenienti dalla Cisgiordania e legati all’Autorità nazionale palestinese (Anp), ma anche di molti gazawi. Numeri a parte, che non erano noti, il resto del piano era stato annunciato lo scorso aprile dallo stesso Abdelatty, durante il suo intervento al Forum diplomatico di Antalya, in Turchia. “Stiamo preparando i poliziotti palestinesi, fornendo loro addestramento e reclutando nuovi membri per dispiegarli a Gaza e assicurare il rispetto della legge e garantire la sicurezza”, aveva detto il ministro degli Esteri egiziano. Il progetto rientra nel piano elaborato dal Cairo lo scorso marzo e dal costo di oltre 50 miliardi di dollari, ideato come risposta araba alla trovata del presidente americano Donald Trump a proposito di una “riviera” da costruire sulle rovine di Gaza, svuotata dai palestinesi. Su questo punto, ripete da sempre la diplomazia egiziana, non si transige. “L’Egitto ribadisce il suo categorico rifiuto di qualsiasi piano israeliano di sfollare il popolo palestinese dalla sua terra storica, con qualsiasi pretesto”, ha ribadito il Cairo in un comunicato.
“L’idea di fondo dell’Egitto e della Giordania è che un assetto post guerra a Gaza passa solo per l’Anp. Vogliono che siano loro, i palestinesi di Abu Mazen, a ricoprire il vuoto della sicurezza lasciato nella Striscia e vogliono rafforzarlo politicamente e militarmente”, spiega al Foglio Amer al Sabaileh, professore di Geopolitica e analista giordano. “In sostanza vogliono estendere il controllo dell’Anp da Ramallah a Gaza”. Si tratta di un piano controverso, che ha riscosso ben poco credito non solo presso Hamas e Israele, ma anche presso sauditi ed emiratini. Al vertice dello scorso marzo al Cairo che doveva ratificare il piano egiziano, sia il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, sia il presidente emiratino, Mohamed bin Zayed, erano assenti. Segno che il Golfo guarda con scetticismo all’idea di un piano post conflitto ideato senza che ci siano i presupposti per un cessate il fuoco. “Addestrare e inviare forze palestinesi attraverso l’Egitto e la Giordania per ‘mettere in sicurezza’ Gaza è visto come una soluzione imposta dall’esterno. Da subito mancherà di legittimità. Né Hamas, né tutti gli altri palestinesi l’accetteranno. Si rischia di creare scontri fra loro stessi”, dice Hossam el Hamalawy, giornalista egiziano specializzato in temi di difesa e sicurezza. “C’è poi una questione che riguarda il rispetto dei diritti umani. L’esercito egiziano e le forze di polizia dell’Anp sono note per i loro metodi violenti e repressivi, tra i peggiori della regione. Una collaborazione tra i due aumenterà l’autoritarismo piuttosto che la riconciliazione”. In attesa dell’invio di forze palestinesi, il piano di Sisi prevede il dispiegamento di una forza di peacekeeping panaraba, ma anche questa proposta è stata rifiutata sia da Hamas sia da Israele ed è stata definita “inadeguata” dal dipartimento di stato americano. Soltanto l’inviato speciale di Trump in medio oriente, Steve Witkoff, ha mostrato qualche cauta apertura definendola “un piccolo passo in avanti”.
Il problema resta sempre lo stesso: cosa fare con Hamas? “L’ipotesi della coalizione araba è da scartare, non piace a nessuno perché nessuno vuole ritrovarsi a fare la guerra a Hamas”, spiega al Sabaileh. D’altra parte, l’idea dell’addestramento dei palestinesi è vista dall’opinione pubblica araba come una tranello israeliano. “Un’unità palestinese così ideata è considerata come una forza di sicurezza data in subappalto da Tsahal. E’ un progetto che potrebbe mettere in pericolo i consensi ai governi di Egitto e Giordania – dice el Hamalawy – Per Sisi, che è già accusato di contribuire all’assedio di Gaza, i rischi sono enormi”.