
editoriali
Gli implacabili divieti di Singapore
L’utopia della città stato dove ora non si può più nemmeno svapare
Una delle più belle aree per fumatori al mondo è l’outdoor Garden Terrace dell’aeroporto Changi di Singapore, un giardino di piante grasse su una terrazza con bar. Nello stesso aeroporto, sono apparsi ovunque dei cartelli che avvisano del divieto di “svapare”, ossia di “inalare vapori prodotti da un dispositivo elettronico”. Il divieto era in vigore dal 2018, ma dal primo settembre la legge sarà applicata con estremo rigore e pene che partono da una multa di 500 dollari di Singapore (circa 340 euro). Per gli stranieri è prevista l’espulsione.
L’aeroporto di Changi sembra sintetizzare gli aspetti utopici e distopici di Singapore, là dove la qualità di vita dei cittadini è pagata con l’assoluto rispetto delle regole. Sin dalla sua indipendenza, nel 1965, la pena di morte (dall’inizio del 2025 sono state 4) è comminata soprattutto per reati connessi alla droga, considerata la più grande minaccia al senso dell’ordine e al buon comportamento predicati da Lee Kwan Yew, il demiurgo della città stato. E’ questo il vero motivo dell’inasprimento delle pene per chi svapa: negli ultimi tempi, infatti, è stata rilevata la crescenza presenza di etomidate nei liquidi da inalare, definiti Kpods, ossia capsule che provocano effetti simili a quelli della chetamina. Ora le pene per l’uso e il commercio di sigarette elettroniche, qualora contengano sostanze a base di etomidate, possono arrivare a 20 anni di carcere e 15 colpi di canna. A un osservatore occidentale tutto ciò può apparire eccessivo, quasi ridicolo. Del resto, la legge di Singapore vieta l’uso del chewing-gum (causa di sporcizia e di fastidi) ed è obbligatorio tirare l’acqua dopo aver utilizzato i bagni pubblici, ma anche queste norme hanno trasformato Singapore. In questa parte di mondo, inoltre, dove l’oppio è stato uno strumento di colonizzazione, ogni forma di droga è un tabù. Non a caso anche in Thailandia le sigarette elettroniche sono bandite sin dal 2014: per motivi di salute pubblica, ma anche per l’evidente richiamo alle pipe da oppio.