Esteri
Il mondo nuovo e noi •
Trump, le divergenze tra Europa e Stati Uniti e necessità di scelte chiare per la società in cui viviamo
Perché la destra è in vantaggio nella risposta politico-ideologica rispetto a una sinistra indietro di decenni. Il mutismo di Harris e dei democratici ne è una prova. Il problema adesso è riuscire a creare un’Unione europea capace di fare i nostri interessi e di “esserci” in un mondo dominato da giganti di cui saremo altrimenti clienti

Ansa
La vittoria di Trump è anche l’ennesimo, forte segnale dell’emersione di un mondo nuovo che si è andato formando per decenni e viene ora con prepotenza alla luce. Prima di parlarne in questa chiave, distinguendo Stati Uniti e Unione europea perché si tratta di due mondi oggi meno connessi che in passato, sottolineo due fenomeni messi in evidenza dalle elezioni americane ma cui non si presta l’attenzione che meritano. Il primo è che i diversi in qualche modo “accesi” (potremmo chiamarli illuminati, come si è – pare – definito Beppe Grillo, che vinse le elezioni dopo aver attraversato a nuoto lo stretto di Messina) attirano sempre qualcuno, e molti e anche moltissimi nei periodi di crisi
E’ un fenomeno in parte spiegato dal fatto che quando la realtà non ci piace, e desideriamo qualcosa d’altro, un leader appunto “diverso” sembra la persona più adatta a guidarci. Molti sembrano però pensare, come hanno fatto non pochi strateghi elettorali democratici, che etichettare qualcuno come “squilibrato” sia sufficiente a eliminare il problema che rappresenta, quando proprio la sua diversità ne segnala la forza e dovrebbe quindi essere fonte di preoccupazione.
Il secondo fenomeno, cui ho già accennato in passato e che la vittoria di Trump e il comportamento di Harris hanno confermato, è rappresentato dal netto vantaggio in materia di risposta politico-ideologica al “mondo nuovo” in cui viviamo di cui gode la destra rispetto a una sinistra che è indietro rispetto ad essa di alcuni decenni. Questo perché la vecchia destra tradizionalista, perbenista, spesso autoritaria e proprietaria è stata travolta dall’ondata progressista degli anni Sessanta e Settanta, costringendo una parte dei suoi dirigenti a ripensarsi rispetto a un mondo così diverso da quello in cui si erano formati e divenuto ostile. Religiosi come Billy Graham, intellettuali come Solzhenitsyn, politici come Jean-Marie Le Pen o Giorgio Almirante cominciarono allora a costruire pezzi di un nuovo discorso spesso semplicistico e nemico di libertà e dignità individuali, ma che in qualche modo parlava alle nuove faglie della società che si andava formando, rivolgendosi ai suoi “marginalizzati”, e lo faceva usando spezzoni del linguaggio del progressismo che li aveva sconfitti, incluso quello dei diritti, una questione di cui varrebbe la pena discutere. Si aprivano così quelle che già nel 1990 un libro importante di James Hunter, purtroppo poco conosciuto in Italia, definiva le Culture Wars.
La sinistra vittoriosa dimenticò invece che la realtà cambia, che lo fa velocemente e che questo suo mutare svuotava le analisi e le categorie su cui aveva basato le sue interpretazioni e le sue vittorie. Mutavano anche i suoi ceti sociali di riferimento, il loro peso e i loro interessi, mentre nuove faglie e contraddizioni sociali e culturali si sostituivano in parte o in tutto alle vecchie in un mondo in cui anche le aspettative crescenti che avevano accompagnato i decenni dei miracoli venivano sostituite, almeno in Europa, da aspettative decrescenti che cambiavano di segno al riformismo, rendendolo impopolare.
Il mutismo di Harris e dei democratici di fronte alle scelte da compiere non è quindi dipeso solo dalle fratture interne al partito o dai limiti della candidata, evidenti già nel 2020 quando fu scelta come vicepresidente per volere di una sinistra woke di cui era stata esponente alle primarie, e forse accettata da Biden e i suoi perché convinti che quella debolezza fosse una garanzia di ricandidatura del presidente. Quel mutismo è infatti soprattutto legato all’incapacità di costruire un discorso capace di fare i conti con le faglie di una società nuova, mentre quello precedente perdeva progressivamente di senso e capacità di presa perché basato su una rappresentazione della realtà che l’evoluzione di quest’ultima andava “falsificando”. Di qui l’incapacità di definire priorità in modo chiaro e di fare scelte – come invece chiedono gli elettori che avvertono la crisi, temono il cambiamento e vogliono risposte – sostituite con un rifugio nel non controverso o nel moralismo che sfociano in un mutismo di fatto ancorché magari gridato.
La vittoria di Trump illumina anche l’ampiezza della divergenza tra Stati Uniti e Europa avviatasi negli anni Sessanta e Settanta, quando la riforma dell’immigrazione rese possibile una nuova, straordinaria e imprevista ondata migratoria verso gli Stati Uniti proprio mentre il flusso potenziale dall’Europa veniva azzerato dal benessere e dalla crisi della natalità, che data dai primi anni Settanta. Col passare dei decenni i legami – anche e forse soprattutto umani e culturali – tra i due pezzi dell’Occidente nato nel 1945 si sono andati così naturalmente indebolendo, in un processo accelerato nel 1991 dalla “continentalizzazione” dell’Unione europea, prima piccola Comunità fortemente ancorata a occidente. La stessa Nato, il patto di difesa comune, non ha potuto che risentire del loro movimento verso i rispettivi “orienti” (del Pacifico e europeo), anche perché – come indica il suo stesso nome – essa era espressione di un mondo centrato su un Nord Atlantico che nel nuovo pianeta globale conta molto meno che in passato.
La divergenza tra Europa e Stati Uniti è stata ed è anche sociale e economica. Dopo alcuni decenni di convergenza, essa si è rimessa in moto alla fine del secolo scorso anche in virtù della grande e nuova immigrazione che ha radicalmente mutato la popolazione dei secondi, oltre che di un altrettanto straordinario progresso tecnologico alimentato da università rese grandi anche dalla precedente emigrazione intellettuale europea.
Ciò fa sì che, grazie alle loro risorse, alla loro solida struttura statuale e al loro potenziale militare gli Stati Uniti vivano in un mondo diverso da quello europeo. Se non fosse per questa diversità, che potrebbe generare un futuro a sua volta diverso, si potrebbe paradossalmente dire che essi sono più “indietro” di noi rispetto al manifestarsi della crisi demografica, sociale ed economica del nuovo mondo del Moderno maturo, simboleggiato dal crollo della natalità e dal rapido invecchiamento della popolazione. Si spiega anche così perché negli Stati Uniti sia ancora possibile concepire grandi progetti riformistici tesi al dare (e non al “ristrutturare”) come sono stati quelli di Obama, come è, in modo diverso, il MAGA di Trump e come erano quelli europei fino al nuovo millennio. Non è un caso che vi abbiano avuto credito follie come quelle della new monetary theory, colpevole di almeno parte dell’inflazione di cui oggi è accusato Biden, un Biden che la stessa sinistra che le ha propagate è pronta ora a trasformare in capro espiatorio. Anche le caratteristiche del “declino” statunitense, vero in relazione all’emergere di nuove superpotenze ma non certo in termini assoluti, aiutano a capire la difficoltà ad accettare la fine del secolo americano, come pure sarebbe necessario, e la forza di un nazionalismo che permea di sé, sia pure diversamente, entrambi gli schieramenti.
La divergenza è testimoniata anche dalle notevoli differenze tra le nuove faglie emerse dalla disgregazione della precedente modernità “progressista” negli Stati Uniti e in Europa. Certo, data la radice comune, non mancano impressionanti affinità, come il crollo della natalità, l’invecchiamento progressivo, l’emergere delle donne e la crisi di una parte importante del mondo maschile, il ruolo assunto dall’istruzione nel determinare stratificazione sociale, redditi e “coloritura” ideologica del nuovo mondo, l’accresciuto ruolo dell’immigrazione, l’importanza assunta dalla linea del colore e i conflitti tra nativi e non che ne scaturiscono. In entrambi i pezzi del vecchio Occidente queste nuove faglie hanno inoltre avuto un grandissimo impatto politico, psicologico e culturale, e alcune di esse – come quella determinata da denatalità e invecchiamento – richiedono in entrambi soluzioni molto più radicali di quanto si pensi, perché sono alimentate da una fortissima e reale contraddizione tra interessi personali di breve-medio periodo e interessi sia personali che collettivi di medio-lungo periodo.
Ma le loro diversità, che sarebbe interessantissimo discutere, sono altrettanto impressionanti. Basti solo pensare alla questione dell’immigrazione e della linea del colore, che gli Stati Uniti affrontano sin dalla loro nascita (qui i nativi sono spesso immigrati legali e figli di immigrati che scelgono Trump perché si oppone ai clandestini, come hanno fatto i latinos delle contee al confine col Messico) e che gli europei si trovano invece a fronteggiare dopo aver inseguito per due secoli con determinazione e ferocia il folle obbiettivo dell’omogeneità etnica, e talvolta anche religiosa, e quindi con poca o punto cultura e preparazione. Come hanno notato Macron e Draghi, è naturale che in una situazione del genere gli Stati Uniti si comportino in maniera sempre più autonoma, definendo i loro interessi su una base che è sempre più nazionale, anche perché hanno smesso di essere un’Europa fuori d’Europa. Per la medesima ragione, la stessa cosa dovremmo fare anche noi, prima di tutto e per quanto possibile a livello europeo, ma anche a livello nazionale, che continua purtroppo a prevalere in una Unione europea dove nessuno parla ancora di italo-europei o di ispano-europei, indicando che il nostro melting pot, se mai vi sarà, è di là da venire (paradossalmente, esso è oggi più attivo in comunità immigrate che usano i passaporti degli stati membri per spostarsi tra di essi).
Per farlo è indispensabile costruire un nuovo discorso alternativo a quello della destra, e ad esso superiore. E’ un compito non facile, complicato in Italia dal fatto che la prima risposta alla crisi del principale dei vecchi discorsi “progressisti”, quello comunista, fu elaborata dal Berlinguer che rifiutò di unirsi al riformismo socialdemocratico, considerato – a ragione – altrettanto esaurito della “spinta della rivoluzione d’ottobre”. Egli sostituì allora il progetto alternativo originario fallito con un misto di moralismo, antipolitica, para-religione dei diritti, austerità anti-sviluppista, pacifismo e femminismo che anticipava nel suo impasto quello della sinistra woke statunitense. Il suo chiudere gli occhi di fronte alla realtà, che è il tratto fondamentale della sostituzione della politica col moralismo, lo rendeva intellettualmente altrettanto fallimentare. Ma esso è stato però capace di esercitare una forte attrazione, lentamente erosa dall’emergere delle nuove faglie e delle aspettative decrescenti, e quindi di fare grandi danni, attestati dalle ricorrenti fiammate giustizialiste o dalla cieca difesa di “diritti” che la realtà rendeva indispensabile riformulare per garantirne la fruizione (innescando grandi ondate di delusione), giù giù fino al superbonus (una manifestazione nostrana e furbesca della new monetary theory) ma anche alle illusioni legate al Pnrr.
E’ questo il retroterra su cui è cresciuto il mutismo odierno della nostra sinistra (ma mutismi simili affliggono le sinistre europee nel loro complesso). Il “campo largo” della Schlein si regge per esempio su minimi comun denominatori costituiti da temi importanti e non controversi come la sanità, ma che evitano quindi, come ha fatto Harris, di prendere posizioni chiare, legate a sintesi alte (e quindi superiori a quelle schiacciate verso il basso della destra) capaci di dare risposte credibili ai grandi quesiti posti dalla nuova realtà. Come conciliare per esempio gli interessi antagonistici di vecchi e giovani su sanità e pensioni e quindi in termini di una spesa pubblica destinata a restringersi? O quelli di uomini e donne rispetto a una società che premia sempre di più gli studi e quindi, appunto le donne, sempre che non facciano figli? O quelli di nativi e di non nativi, che sono indispensabili a tutelare il benessere dei primi ma sono spesso visti e vissuti con preoccupazione e come una minaccia, specie dagli strati più fragili di nativi che li vedono come concorrenti dei loro “diritti”? E come rispondere a un “aggiornamento conservatore” partito sul terreno religioso in materia di famiglia, aborto, scuola ecc., che raggiunge anche donne che vogliono famiglie più stabili, maschi che cercano un ruolo perduto e tanti vecchi che non sopportano le novità, quelle tecnologiche come quelle rappresentate dagli immigrati (persino Cicerone, che tutti ricordano come esaltatore della saggezza e dei vantaggi della vecchiaia, confessava nelle sue lettere private di non sopportarla anche perché lo rendeva sempre più insofferente). Ma anche come ripensare per esempio i sistemi elettorali in società che divengono, se vogliono sopravvivere, sempre più plurali e segmentate e sono quindi per loro natura inadatte al maggioritario, come aveva intravisto Kelsen nell’impero asburgico?
In politica estera il mutismo si manifesta come sordina a scelte rese inevitabili dalla crescita dei conflitti, e che vengono invece evase ripetendo che si vuole la pace e cioè ancora una volta, sostituendo il moralismo alla politica. Ma si manifesta anche con una retorica europeista che contribuisce a celare la realtà di un’Unione europea costruita come associazione di stati alla ricerca di benefici comuni, e che non riesce a muovere nemmeno i primi passi verso una forma politica più alta. Poiché questa è la strada che bisognerebbe percorrere, anche da questo punto di vista la costruzione di un nuovo discorso capace di vedere la realtà e spiegare priorità, arrivando così a proporre scelte chiare (che è stata una delle forze di Trump) appare indispensabile.
Una più forte Unione europea è infatti, almeno in teoria, lo strumento principe per affrontare le difficoltà e le contraddizioni del nuovo mondo, tutelando sia gli interessi dei suoi abitanti che quelli degli stati membri, con cui non è quindi in contraddizione, anzi. Ma renderla più forte significa affrontare problemi come quelli della sua governance, a partire dal veto, dell’assenza di una politica estera, di una difesa e dunque di un arsenale nucleare comuni, indispensabili per navigare il mondo di giganti in cui siamo entrati, dove potrebbe venir meno la tutela statunitense (anche la Nato andrebbe quindi “aggiornata” a strumento in grado di reggere conflitti globali). Sono problemi spinosissimi, che vanno affrontati con realismo, ricorrendo anche agli strumenti indiretti immaginati a suo tempo dai fondatori della Comunità, ma anche sapendo che il tempo non gioca oggi a favore degli europei.
Ce lo ricorda tutti i giorni l’aggressione russa all’Ucraina, che è essenzialmente una guerra europea, dal cui esito molto dipenderà. Anch’essa ci dice che l’Unione ha bisogno di crescere, per non restare oggetto di storia, come purtroppo è ancora, e come potrebbero presto diventare anche quelli che un tempo erano grandi stati come Francia, Italia e Germania. Si può sperare che l’Amministrazione Trump non premi troppo Putin: Kyiv ha molti sostenitori anche tra i repubblicani, il neopresidente non dovrebbe voler aprire la sua presidenza con un gesto di debolezza, e nel 2014 fu Obama a negare armi all’Ucraina già aggredita, armi che fu invece Trump a dare per primo anche se in maniera limitata. Ma certo se vi sarà una soluzione capace di garantire l’indipendenza ucraina anche a costo della cessione “informale” di alcuni territori (che è quello che avrebbe dovuto proporre Zelensky nell’estate 2023 invece di puntare su una irrealistica controffensiva, e sarebbe allora apparsa una vittoria, cosa che resterebbe oggi di fatto pur sembrando un’imposizione) questa soluzione certificherà la debolezza dell’Unione in casa propria, anche se l’ingresso di Kyiv potrebbe trasformarsi in un suo rafforzamento.
Ce lo ricorda tutti i giorni l’aggressione russa all’Ucraina, che è essenzialmente una guerra europea, dal cui esito molto dipenderà. Anch’essa ci dice che l’Unione ha bisogno di crescere, per non restare oggetto di storia, come purtroppo è ancora, e come potrebbero presto diventare anche quelli che un tempo erano grandi stati come Francia, Italia e Germania. Si può sperare che l’Amministrazione Trump non premi troppo Putin: Kyiv ha molti sostenitori anche tra i repubblicani, il neopresidente non dovrebbe voler aprire la sua presidenza con un gesto di debolezza, e nel 2014 fu Obama a negare armi all’Ucraina già aggredita, armi che fu invece Trump a dare per primo anche se in maniera limitata. Ma certo se vi sarà una soluzione capace di garantire l’indipendenza ucraina anche a costo della cessione “informale” di alcuni territori (che è quello che avrebbe dovuto proporre Zelensky nell’estate 2023 invece di puntare su una irrealistica controffensiva, e sarebbe allora apparsa una vittoria, cosa che resterebbe oggi di fatto pur sembrando un’imposizione) questa soluzione certificherà la debolezza dell’Unione in casa propria, anche se l’ingresso di Kyiv potrebbe trasformarsi in un suo rafforzamento.
Ancora una volta molto dipenderà dalla capacità di formulare scelte chiare e di seguirle. Macron ha insomma ragione: il problema principale non è commentare Trump che è stato eletto da americani che fanno i loro interessi, se non per quanto ciò possa aiutarci a capire il mondo in cui viviamo. Il problema è se riusciamo e con chi a creare un’Unione europea capace di fare i nostri interessi e di “esserci” in un mondo dominato da giganti di cui saremo altrimenti clienti. Un paragone possibile è quello con la nostra penisola del Quattrocento, sede degli stati più moderni e civili del mondo di allora ma divenuta in breve tempo oggetto di storia per incapacità e impossibilità di fare il salto necessario. E’ un paragone che non ispira ottimismo, come non lo ispira l’apparente debolezza delle élite politiche europee e il malumore di tanti europei. Ma ottimismo e pessimismo contano quel che vogliamo contino. Già sappiamo da dove bisogna partire e dove vorremmo arrivare e sappiamo che il discorso in grado di condurci, di cui si intravedono le grandi linee, va costruito aprendo alle difficoltà e alle esigenze di tutti, che vanno riconosciute ma poi messe nell’ordine suggerito da come affrontare i problemi principali della nuova società in cui viviamo. Ci vorrà del tempo, e non è detto che ce la faremo, ma come rispondeva un mio maestro quando gli chiedevo quanto tempo ci avrei messo a fare qualcosa, “se cominci oggi ci vuole il tempo che ci vuole, se cominci domani quel tempo più un giorno”.



