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il girotondo

I giusti paletti per trattare sui migranti con le dittature

Da Ankara al Cairo. Un girotondo di opinioni per capire come l’Europa può gestire i flussi senza ricatti

Turchia, Libia, Tunisia, Mauritania, ora l’Egitto, prossimamente il Marocco. L’Unione europea dà seguito alla sua strategia di esternalizzazione delle frontiere siglando accordi economici con i paesi autoritari. Fermare le partenze dei migranti e assicurarsi la stabilità politica ed economica dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo costringe l’Europa a confrontarsi con un dilemma: come conciliare l’urgenza di governare con pragmatismo il fenomeno dell’immigrazione garantendo il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani? L’abbiamo chiesto ad alcuni esperti.  

Tranne che in Turchia, non ha mai funzionato 

Anzitutto vale la pena fare la distinzione tra un discorso di natura valoriale ed etica e uno pragmatico e di efficacia. Ci sono persone, e io stessa sono fra queste, che credono che i dittatori non debbano essere pagati alla luce delle loro violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale. Detto questo, c’è chi controbatte, anche con una certa ragione, che se non si fa così (e la questione migratoria diventa fuori controllo) non è possibile proteggere la democrazia liberale, anche in Europa, dalla minaccia rappresentata dalle estreme destre e dai populismi. Quindi bisogna fare cose che viste in modo isolato possono sembrare poco etiche ma che in un quadro più ampio hanno anche una dimensione valoriale. Ma a queste considerazioni ne va aggiunta un’altra, di natura se vogliamo più pragmatica, e che riguarda l’efficacia concreta di questo approccio.  Noi pensiamo realmente che con questi accordi riusciamo a gestire – che poi spesso viene tradotto in bloccare o ridurre – i flussi migratori? Io penso che la risposta sia palesemente no. Di certo non possiamo giudicare il caso dell’Egitto perché l’accordo è stato siglato ieri, ma nel caso della Tunisia in realtà, se andiamo a guardare i numeri, e non solo quelli del 2023, che sappiamo essere i più alti dal 2016, ma anche quelli dei primi tre mesi di quest’anno vedremo che sono simili a quelli dello stesso periodo dell’anno scorso. E quindi a oggi non c’è alcun tipo di prova che questi siano accordi che funzionano. Possiamo aggiungere altri esempi, praticamente tutti gli accordi che son stati firmati con il Niger, tutto quello che è stato fatto nel Sahel: questa famosa dimensione esterna della migrazione è un colossale fallimento. L’Ue è dagli anni Novanta che tenta questa strategia con paesi di transito e paesi di origine e ogni volta, fatta eccezione per la Turchia, e forse in parte per il Marocco, si è rivelato un fallimento totale dappertutto. E’ necessario distinguere la Turchia dagli altri casi perché un’efficacia lì di fatto c’è stata: con l’accordo con Ankara nel 2016, dopo l’ondata di profughi nel 2015, la rotta balcanica è stata bloccata. Ma il motivo è che in Turchia erano e sono presenti una serie di condizioni che non si verificano con nessun altro paese: anzitutto è uno stato solido, con le sue istituzioni, e fra tutte le difficoltà ha un’economia in crescita, e un livello di sviluppo non paragonabile con nessun altro paese della regione. Ma oltre alla capacità dello stato, c’è anche la volontà dello stato: Erdogan, soprattutto in quegli anni, aveva un incredibile bisogno di trattenere i profughi siriani, il contesto era quello della guerra civile in Siria e del suo sostegno all’opposizione a Bashar al-Assad. In più aveva i 6 miliardi dall’Ue, e un accordo che poteva utilizzare come leva politica con Bruxelles. Queste condizioni non si verificano in nessun altro caso. A oggi Egitto, Tunisia o Libia e tutti gli altri stati che dovrebbero fungere da argine ai flussi migratori da un lato non hanno la capacità di assorbimento – e il caso ovvio è quello della Libia, dove non ci sono le istituzioni – oppure manca la volontà di andare in questa direzione – e basti pensare a Kais Saied in Tunisia che ha dimostrato di non avere alcuna intenzione di tenersi i migranti in cambio di soldi. Il caso dell’Egitto è un mix di queste condizioni: una profonda crisi economica, flussi di profughi enormi dal Sudan, un contesto di fragilità esacerbata enormemente dalla guerra a Gaza.  Sembra un po’ la definizione di follia di Einstein, continuiamo a fare lo stesso esperimento pensando che possa portarci a risultati diversi.  

Nathalie Tocci, direttore Istituto Affari Internazionali


Il potere di Tripoli e Bengasi

Gli accordi stipulati nel 2017 da parte italiana e dalla Ue con l’allora governo di Tripoli guidato da Fayez Serraj crearono la cornice politica per permettere il drastico calo di partenze dal territorio libico. Il 2016 era stato un anno record per gli arrivi dal Mediterraneo centrale: quasi 200 mila persone erano sbarcate in Italia, l’opinione pubblica era allarmata, i media nazionali coprivano gli sbarchi quotidianamente e il centrodestra faceva un gran battage. L’allora governo Gentiloni, con Minniti al ministero dell’Interno, cercò di replicare il modello di accordo stabilito con la Turchia l’anno precedente. Un modello, per il vero, sperimentato e implementato nel corso del tempo proprio in Libia durante il regime di Gheddafi. Il primo a stringere accordi di “esternalizzazione” di questo tipo fu infatti il governo Prodi con il ministro dell’Interno Giuliano Amato nel 2007. L’accordo del 2017 prevedeva però un livello di difficoltà oggettivamente maggiore data la decomposizione del quadro statuale libico con milizie locali che avevano stabilito con le organizzazioni dei trafficanti un vero e proprio processo di industrializzazione dei traffici umani dall’Africa. Spezzare quella catena di business fu doveroso, sia per porre fine ai traffici illeciti, sia per ridurre il numero di morti in mare. Tuttavia, quel tipo di accordo non fu completato in seguito da un’altra intesa politica complessiva, finalizzata a ricostruire i poteri dello stato. Finì per potenziare alcune milizie, trasformatesi in forze di polizia a discapito di altre, e contribuì a reiterare i meccanismi di disgregazione. Ogni patto di questo tipo delega potere e parte del nostro interesse ad attori esterni, autocrati, stati più o meno fragili, o signori della guerra che siano. Finisce per alimentare costantemente il potere di ricatto. Ora in Libia ci troviamo a rincorrere i potentati di Tripoli o Bengasi a ogni nuova ondata di partenze. E’ chiaro che nessun governo, di destra o sinistra che sia, sarà in grado di fare altro finché l’opinione pubblica percepirà l’immigrazione unicamente come un problema. Un paese con una demografia disastrata avrebbe invece bisogno di politiche migratorie attive, di una consapevolezza diversa e nuova verso i limiti della politica di securizzazione attuale e la delega in bianco a piccoli e grandi dittatori.

Arturo Varvelli, direttore European Council on Foreign Relations di Roma


In Tunisia effetti di breve durata

In un’iniziativa che solleva numerose critiche e interrogativi, l’Ue prosegue nella sua strategia di esternalizzazione della gestione dei flussi migratori attraverso accordi con paesi terzi, una politica che genera dibattito tanto sulla sua efficacia quanto sulle sue implicazioni etiche. Domenica, l’Ue ha firmato con l’Egitto un accordo simile a quello concluso con la Tunisia, segnando così la continuità in un approccio che, secondo alcuni, equivale a un riconoscimento politico che rinforza questi regimi sotto il pretesto della regolazione migratoria. L’accordo firmato tra l’Ue e la Tunisia è stato ampiamente criticato, percepito sia come un fallimento totale, oltre che ridicolizzato per la restituzione dei 60 milioni di euro a Bruxelles in cambio di un impegno finale di 150 milioni di euro. E’ stato anche oggetto di una risoluzione del Parlamento europeo che ha criticato duramente tale intesa. Infatti, senza un approccio più olistico che tenga conto delle cause profonde dell’immigrazione – come la stabilità politica, lo sviluppo economico e il rispetto dei diritti umani – questi accordi possono solo offrire soluzioni temporanee, alimentando nel contempo le critiche nei confronti dell’Ue. Questa politica di breve termine, voluta da Meloni e finanziata da Von der Leyen, crea un circolo vizioso in cui i fondi europei rafforzano i dittatori senza creare condizioni favorevoli per la ripresa economica che, unita a un clima di repressione, spinge le popolazioni a cercare di fuggire dai loro paesi. Le manovre politiche di Von der Leyen e Meloni non cambiano il contesto del continuo declino economico della Tunisia. Per aiutare l’economia malata del paese, l’Ue deve cercare soluzioni economiche innovative invece di firmare accordi che sostengono il regime illiberale di Saied. Ciò può essere fatto investendo nel settore privato tunisino e rafforzando l’economia locale. Con questa politica inefficace, Von der Leyen si guadagna il poco invidiabile titolo di “sponsor dei dittatori”, in una mossa che sembra essere una tattica disperata in vista delle elezioni europee del 9 giugno. Sorge la domanda: la dissipazione dei fondi dei contribuenti europei a scapito dei diritti umani favorirà davvero la sua rielezione alla guida della Commissione?

Ghazi Ben Ahmed, Mediterranean Development Initiative (Mdi)


Il dialogo è necessario, gli assegni in bianco no

L’accordo firmato dai leader della Ue con l’Egitto domenica 17 marzo conferma una politica ormai consolidata di patti con paesi del Nord Africa (Libia, Mauritania, Tunisia) finalizzati principalmente a fornire loro aiuti economici in cambio del controllo della migrazione. Si tratta in pratica di un’“esternalizzazione” della gestione delle frontiere dell’Unione. Mi pare chiaro che rafforzare le relazioni con tali paesi sia essenziale per Bruxelles per ragioni strategiche oltre che economiche. Non dimentichiamo che la Russia ha una politica sempre più aggressiva di espansione nel Mediterraneo e in Africa. E’ però importante capire se tali accordi siano la politica giusta, anche perché il governo Meloni ne è una fonte d’ispirazione. Finora, i numeri indicherebbero che i flussi migratori non diminuiscono da Tunisia o Libia. Morti e dispersi in mare aumentano drammaticamente. Inoltre, gli aiuti economici non hanno contribuito a stabilizzare la sponda sud, dove regimi autoritari, o complici dei network criminali come quello libico, oltre a rappresentare una minaccia alla nostra sicurezza, hanno semmai contribuito a incoraggiare le partenze. In Egitto, paese da molti mesi in preda a una crisi economica profonda, la dimensione del pacchetto (7,4 miliardi di euro) suscita ulteriori dubbi. Stando ai dati della stessa Ue, solo 200 milioni sarebbero riservati alla migrazione, il resto dei fondi andrebbe direttamente al governo. Questo è contrario alla prassi dell’Ue, che prevede finanziamenti a progetti bilaterali per garantire che i fondi vadano spesi correttamente. Ma i 5 miliardi di euro in “soft loan” sono indicati come “assistenza macro-finanziaria” alla banca centrale, il cui uso è a totale discrezione del governo. Praticamente un assegno in bianco. Sappiamo bene che l’Egitto ha dimensioni e valenza strategica ulteriori rispetto ad altri nella regione, attualmente anche dato il suo ruolo chiave nel conflitto a Gaza. Ma in questo recente accordo, così come in tutti i precedenti, duole constatare come l’Ue non si preoccupi affatto di far valere il proprio peso politico per porre delle condizioni più stringenti a un altro satrapo mediterraneo, soprattutto in materia di rispetto dei diritti umani e di aperture democratiche. Insomma, di aderenza e coerenza con quei valori di cui la Ue si vanta di essere portatrice.

Andrea Cellino, senior fellow, Middle East Institute Switzerland

 

Senza riforma di Dublino non resta che l’esternalizzazione

L’accordo tra Ue ed Egitto conferma una tendenza in corso dall’inizio degli anni Duemila, ossia l’esternalizzazione della gestione della politica migratoria. Possiamo parlare di un compromesso necessario: la politica migratoria dell’Ue è congestionata, perché il sistema di Dublino, attualmente, è impossibile da riformare. Tutti sono d’accordo sull’idea che questo sistema non funziona più, ma non c’è un consenso su come riformarlo: i paesi del sud, l’Italia in primis, sono contrari al principio del primo paese d’arrivo, e quelli del nord non sono pronti a metterlo in discussione e a rimpiazzarlo con il principio della prima richiesta d’asilo. Poiché non è possibile riformare Dublino non resta altro che delegare la responsabilità della politica migratoria ai paesi esterni ai confini dell’Ue. L’esternalizzazione del controllo delle frontiere pone la questione dell’equilibrio tra una politica restrittiva dell’immigrazione e il rispetto dei diritti umani. Affidiamo il ruolo di guardabarriere a dei paesi, l’Egitto e la Tunisia, che non sono in grado di garantire pienamente il rispetto di questi diritti fondamentali. Detto questo, con lo scandalo dei respingimenti di Frontex, abbiamo constatato che questi diritti non vengono garantiti nemmeno dalle agenzie Ue. Ma non c’è altra via, oltre all’esternalizzazione, fino a quando non ci sarà un consenso sulla riforma di Dublino. Il limite per non trasformare la realpolitik nel Mediterraneo in una resa dell’Europa dovrebbe essere a mio avviso la preservazione della Convenzione di Ginevra sul diritto dei rifugiati, ma anch’essa ha subìto diversi scossoni negli ultimi tempi. Basti pensare all’accordo tra Regno Unito e Ruanda per il trasferimento dei richiedenti asilo ruandesi, arrivati clandestinamente sul suolo britannico, nel paese africano. 

Thomas Lacroix, ricercatore del Centro di ricerche internazionali di Sciences Po e vice coordinatore della rivista Migration Studies 

(a cura di Luca Gambardella, Mauro Zanon e Giulia Pompili)