Pierre Jean Van der Ouderaa, “Il re di Thule”, 1896 (Wikipedia) 

I vecchi? Giù dal ponte… Quanto pesa l'età dei leader

Siegmund Ginzberg

Né Trump né Biden hanno acconsentito che venisse resa pubblica la propria cartella clinica. Segreto di stato, come per Mao e Stalin. Un uso leggendario degli antichi romani e la gerontocrazia dei moderni americani

Il dio Tevere, intervistato dal narratore nei Fasti di Ovidio, confessa vuoti di memoria. “Si memini, se ricordo bene, una volta mi chiamavo Albula”, dice al verso 646. Non ricordarsi nemmeno il proprio nome squalificherebbe dal candidarsi a presidente degli Stati Uniti. In questo caso la situazione è ancora più comica: il vecchissimo dio del fiume di Roma veniva interrogato su un’usanza arcaica: il precipitare nel Tevere dall’alto di un ponte gli ultrasessantenni, sexuagenarios per pontem mittendi. 


Su in che cosa consistesse il rito si scervellano da secoli antichisti ed eruditi. Se n’era persa la traccia già nella Roma antica. Cicerone affronta l’argomento con humour nero. Accusando un tal Capitone di aver ucciso un uomo gettandolo nel Tevere, osserva che, contrariamente all’uso degli antichi (contra morem maiorum), la vittima non aveva ancora nemmeno sessant’anni. Una delle ipotesi è che il riferimento sia ad antichi sacrifici umani. Che poi sarebbero stati sostituiti dalla depontatio (dal gettare giù dal ponte) di fantocci imbottiti di paglia. Un’altra ipotesi è che l’usanza risalisse a quando Roma era assediata dai galli ed era necessario ridurre le bocche da sfamare. A Ovidio e ad altri l’usanza ripugna. Improbabile che il carmen et error per cui fu esiliato sul Mar nero fosse una battuta sull’età avanzata e la senilità di Augusto. Erano abituati a far buon uso della saggezza di leader anziani. L’erudito del IV secolo Nonio Marcello introduce un altro elemento ancora: che il modo di dire proverbiale si riferisse all’esclusione dalla vita politica degli ultrasessantenni, che non potevano più né votare né essere eletti a cariche pubbliche, [qui] erant a publicis negotiis liberi atque otiosi. 

  

Lo smemorato dio Tevere viene interrogato nei “Fasti” di Ovidio su un’usanza arcaica: precipitare nel fiume gli ultrasessantenni

  
Come sbarazzarsi dei vecchi, magari malati e un po’ rimbambiti, è un problema senza tempo. La leggenda giapponese del Narayama prevede che gli anziani che pesano sulla comunità vengano abbandonati in pasto alle fiere. Ma riguarda i contadini, non i signori. In Cina gli anziani si erano blindati da millenni con il culto della pietà filiale, erano intoccabili. Studi comparativi hanno dimostrato che i monarchi assoluti cinesi hanno una longevità di permanenza al potere di parecchio superiore alle loro controparti in occidente. Mao restò abbarbicato al potere fino alla morte, anche se a un certo punto, per far fuori i concorrenti interni al partito aveva avuto la geniale idea di scatenare contro di loro i giovani, le guardie rosse. Gli anni 80, quelli in cui facevo il corrispondente a Pechino, erano una gara a chi, ai vertici, sopravviveva all’altro. Deng Xiaoping era ottantenne quando avviò le grandi riforme. Xi Jinping, classe 1953, è parecchio più giovane. Ma non per questo è meglio. Il Cremlino di prima della perestrojka e del crollo dell’Urss, da Breznev a Cernienko ad Andropov era un nosocomio. Michail Gorbaciov, divenuto segretario poco più che cinquantenne, in confronto era un ragazzino.
Dall’altra parte, Ronald Reagan era stato eletto per la prima volta, nel 1981, che già aveva settant’anni. Aveva completato il secondo mandato alla soglia degli 80. “Non approfitterò dell’inesperienza del mio avversario”, il modo in cui aveva messo KO il suo avversario democratico Walter Mondale nel dibattito in tv durante le presidenziali dell’84. Il mondo irrideva le sue gaffe, i suoi vuoti di memoria. Quando nel 1987 passai a fare il corrispondente dalla Cina all’America, il grande argomento era se non fosse ormai fuori di testa. Ma Reagan aveva conquistato l’America con il suo ottimismo contagioso, la sua simpatia, le sue barzellette un po’ così e così. Aveva affossato non solo la gerontocrazia sovietica ma pure il comunismo reale. Tutta l’America si commosse quando, ormai in pensione, rivelò pubblicamente che aveva l’Alzheimer.

 

Mao restò abbarbicato al potere fino alla morte, il Cremlino da Breznev a Cernienko ad Andropov era un nosocomio

  
Joe Biden aveva battuto, già nel 2021, ogni precedente record di anzianità per un candidato. “E’ del tutto legittimo che mi chiediate della mia età. Spero di riuscire a dimostrarvi che con l’età non solo si acquisisce maggiore saggezza ma che l’esperienza aiuta parecchio”, aveva detto. Quella volta aveva convinto gli elettori. Stavolta potrebbe essergli molto più difficile. La stizza con cui ha reagito al procuratore speciale Hur, che lo aveva assolto dalle accuse di non aver conservato con l’attenzione dovuta documenti riservati, ma con la giustificazione che è “un uomo anziano, con scarsa memoria”, che “non ricorda bene nemmeno l’anno in cui morì suo figlio Beau”, non depone bene. Touché direbbero i francesi. E’ come ammettere che si tratta di un nervo scoperto. Se la sarebbe cavata molto meglio con una battuta di spirito alla Reagan. Non aiuta che poco dopo, nella stessa giornata no, abbia confuso il presidente egiziano Al Sisi con il “presidente messicano”. 

 


A dire il vero, il suo possibile avversario alle presidenziali del 5 novembre 2024, Donald Trump, non è molto più giovane. Settantasettenne, ha solo tre anni e mezzo di meno dell’ottantunenne Biden. Trump non è da meno in fatto di gaffe e lapsus. Ha confuso l’ungherese Viktor Orbán col presidente turco Erdogan. Lo si è sentito dire che aveva battuto Obama, anziché Hillary Clinton. E che gli Stati uniti si trovavano sull’orlo della Seconda guerra mondiale (che c’è già stata, ormai tre quarti di secolo fa). Confonde la sua concorrente alla nomination repubblicana, nonché sua ex ambasciatrice all’Onu, Nikki Haley, con l’ ex presidente democratica del Camera, Nancy Pelosi. Ma questo probabilmente lo fa apposta, è un gesto di sfregio. Così come quando si riferiva all’aspirante rivale alla nomination repubblicana, il governatore della Florida De Santis come a: “quel tale, Santis o Demonis o come diavolo si chiama”. 


Entrambi, Biden e Trump, hanno i loro problemi di salute. A entrambi non va che i media ci ficchino il naso. Nessuno dei due ha acconsentito che venisse resa pubblica la propria cartella clinica. Biden qualche magagna ce la deve avere, come tutti i suoi coetanei. Lo si è visto in più di un’occasione inciampare in diretta. Specie quando si sforza di apparire pimpante. Il passo non è sicuro, dà l’idea di uno che ha paura di perdere l’equilibrio. E’ rigido, ha qualche tremore. Gli hanno notato sul viso segni di maschera, tipo quelli che restano dopo l’uso notturno del Cpap, il dispositivo per la ventilazione notturna di chi ha problemi di apnea. Talvolta la pronuncia è un tantino impastata. Un pochino esitante, come se si arrestasse in mezzo alla frase. Ma è noto che anche da giovane era balbuziente. La balbuzie non aveva impedito a Giorgio d’Inghilterra di fare alla radio quel suo formidabile “Discorso del Re”. Né a Demostene di farsi la fama di uno dei più grandi oratori di tutti i tempi. O al Mosè della Bibbia di passare alla leggenda come il più grande leader del suo popolo. Il medico curante di Biden continua a descriverlo come “un ottantenne di sesso maschile, sano, vigoroso”.  

 
Trump, quando già nel 2015 avevano messo in dubbio la sua fitness a fare il presidente degli Stati Uniti, aveva diffuso in fretta e furia una dichiarazione del suo medico personale, dove si diceva che sarebbe stato “la persona più sana mai eletta alla presidenza”.  Una volta eletto, di fronte ai dubbi sulla sua instabilità mentale, Trump si sarebbe autoproclamato “un genio molto stabile”. Ma cartelle cliniche niente, per carità. Segreto di Stato, quanto le cartelle di Stalin o di Mao.


Dai presidenti degli Stati Uniti si pretende che siano sempre in gran forma. Non possono permettersi di essere ammalati. La storia della Casa bianca è una sfilza di cover-up, insabbiamenti medici. Woodrow Wilson soffriva di arteriosclerosi da ben prima che lo eleggessero. Al ritorno dall’ultimo faticoso viaggio in Europa, a concludere la pace e l’autodeterminazione delle nazioni alla fine della Grande guerra, si era trovato a fronteggiare una furibonda opposizione repubblicana al suo progetto di Società delle Nazioni (l’antenata dell’Onu). Era partito in treno da Washington per un tour dell’America di 15.000 chilometri, che prevedeva 27 fermate e una media di dieci discorsi al giorno dal predellino del suo vagone. So per esperienza che le campagne elettorali e i viaggi presidenziali sono un fatto massacrante. Roba da restarci secchi anche per i giovani in piena forma. A Wilson venne un coccolone a metà viaggio. Il suo medico negò per settimane l’evidenza, all’opinione pubblica e anche al governo. Wilson, malgrado le sue condizioni, ebbe l’ardire di annunciare che si sarebbe ripresentato candidato per una terza volta. Inutilmente cercarono di farlo ragionare. Scollare un leader anziano dalla sua poltrona è più difficile che mettercelo. Ovviamente nel 1921 fu sconfitto.


Il suo successore, Harding, scelse come medico curante un omeopata, amico di famiglia quando erano in Ohio. Gli venne un infarto fatale che non era ancora da due anni alla Casa bianca. Il medico aveva diagnosticato un avvelenamento alimentare da granchi. Franklin Delano Roosevelt, costretto in carrozzella dalla polio, veniva irriso dagli avversari come l’“handicappato”. Così lo definì Hitler, i nazisti sono sempre stati gentili con i diversamente abili, li sopprimevano.  A Churchill si riferiva come a “quel vecchio ubriacone”. Il medico di Roosevelt alla Casa bianca, un otorinolaringoiatra della Marina, si guardò bene dal consigliargli di smettere di fumare e bere. Tanto meno dal rivelare al pubblico che soffriva di ipertensione micidiale. Sarebbe morto di ictus poco dopo la sua terza inaugurazione presidenziale. Eisenhower aveva tali e tanti problemi medici, che fu lui a sollecitare il 25mo emendamento alla Costituzione americana, quello che regolamenta il passaggio di poteri al vice in caso di incapacità del titolare. Anche nel suo caso, quando ebbe il primo dei due infarti mentre era alla Casa bianca si disse che era indigestione. Di Kennedy, il presidente più giovane e apparentemente più in scoppiettante salute che l’America abbia mai avuto, si è strascritto dei mali che lo affliggevano: dai problemi alla schiena che lo costringevano a imbottirsi di anfetamine, al morbo di Addison che colpisce il sistema immunitario. Tutto top secret, ovviamente.
   

Gli acciacchi cognitivi sono un problema. Pesano, ma solo su Biden, non su Trump. I rispettivi elettori hanno aspettative diverse

   

Il politologo Larry Sabato ha detto che gli americani sarebbero stavolta “costretti a scegliere tra un farabutto e un anziano in declino”. Non si tratta più della classica domanda: “Comprereste una macchina usata da quest’uomo?”, che fu usata per la prima volta nella campagna elettorale del 1960 che contrapponeva Kennedy a Nixon. I furbi sono stati da tempo sdoganati in tutto il mondo. Semmai la scelta è tra uno più o meno equilibrato, misurato e uno da cui ci si può aspettare qualsiasi mattana. Che l’elettorato possa preferire un impulsivo, sanguigno, sboccato e aggressivo, a uno che si presenta come equilibrato e prudente, ad un presidente “normale”, la dice lunga su quanto siano cambiati i tempi, non solo rispetto all’epoca di John Kennedy, ma anche rispetto ai tempi di Reagan. Segni di senilità, handicap psicofisici, brutte figure, non sono uguali per tutti.  Il 70 per cento degli elettori americani è preoccupato della lucidità di Biden. Solo il 50 per cento lo è degli eccessi e delle scivolate verbali di Trump. Non li considerano segni di rincoglionimento ma un modo di fare confacente al personaggio. A mezza America non importa che tratti le donne come pezze da piedi, insulti gli avversari, dica brutalmente agli alleati Nato che se lesinano sulle spese militari dirà a Putin di farne quel che gli pare. Non è un titolo di demerito. Anzi è la prova che quello parla (e si presume agirà) con True grit, vera grinta, come John Wayne nel film con lo stesso titolo. Facesse lo stesso Biden, chiamerebbero gli infermieri. L’opinione pubblica ha due pesi e due misure. Mezza America ce l’ha ancora con gli indiani, i negri, gli immigrati che “avvelenano il sangue del Paese” (ora sono i messicani, agli inizi del Novecento erano i cinesi, gli ebrei e, soprattutto gli italiani), i diversi, gli omosessuali, i vecchi, le donne, i liberal (la loro “sinistra”). Hanno un po’ di razzismo (si può dire fascismo?) nel Dna. L’eugenetica l’avevano inventata molto prima dei nazisti. Ricordate le facce di quelli che hanno dato l’assalto al Congresso?

    
L’età, gli acciacchi cognitivi sono un problema. Ma solo uno tra tanti. Pesano, ma solo su Biden, non su Trump. I rispettivi elettori hanno aspettative diverse. Sul piano del comportamento, dell’onestà a Trump venire accusato di non pagare le tasse non fa un baffo. Anzi viene considerato un titolo di merito: vuole dire che è stato più bravo, aveva vantato il suo braccio destro Rudolf Giuliani. La sospetta arteriosclerosi è però un elemento che si aggiunge agli altri che erodono la “coalizione” di Biden (coalizione non è il termine giusto, ma rende l’idea: intendo il mix variegato dei potenziali elettori). E’ difficile da spiegare come mai, più l’economia americana va bene, più una parte del Paese sente invece che le cose vanno peggio. Ai sondaggi arrivano a rispondere addirittura che in economia gli dà più fiducia Trump. Biden sta perdendo il consenso dei giovani, dei neri, degli ispanici, degli immigrati da più lunga data, del popolo dei diritti civili, di quella che noi diremmo la “sinistra”, degli intellettuali progressisti. Lo vorrebbero più combattivo. Ma se così facesse rischierebbe di perdere il consenso dei moderati. Last but not least, pesa che sia inascoltato dagli interlocutori internazionali, che i suoi “consigli” e le sue minacce lascino il tempo che trovano. Lascia una terribile sensazione di inefficacia, irrilevanza, impotenza. Hai voglia a spiegare all’opinione pubblica americana che la guerra alla Cina non si può fare. E nemmeno all’Iran. Hai voglia aver suggerito a Zelensky di non avventurarsi in una controffensiva che rischiava di fargli perdere esercito e guerra. Hai voglia a dire a Netanyahu che deve andarci un po’ più piano a Gaza. Se quelli non ti ascoltano perdi qualcosa più della faccia: perdi il ruolo sacrale di presidente della maggiore potenza sulla faccia del pianeta. Tutto può permettersi un presidente Usa, tranne che sembrare impotente. Carter, impotente a farsi ridare gli ostaggi da Khomeini, si era giocato il secondo mandato alla Casa bianca.

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