a budapest

Nella mente del decifrabilissimo Orbán

Micol Flammini

Dall’occidentalismo al putinismo, Zsuzsanna Szelényi ci spiega i trucchi del premier contro l’Unione europea, partendo dal suo passato 

Un Viktor Orbán poco più che quarantenne, non più premier ma desideroso di tornare a esserlo presto, nel 2007 disse: “Amo che l’Ungheria sia un paese occidentale, il che significa che crediamo nella libertà della volontà umana e crediamo nell’assunzione di responsabilità reciproca, che è una parte indispensabile della cultura occidentale. Il petrolio può venire dall’est, ma la libertà viene sempre dall’ovest”. L’anno seguente, dopo che Vladimir Putin attaccò la Georgia, Orbán non fece alcuna difficoltà a dire: “Dalla fine della Guerra fredda, non era più accaduto nulla del genere. L’uso della politica brutale del potere imperiale da parte della Russia era rimasto sopito negli ultimi venti anni”. Zsuzsanna Szelényi cita queste frasi del premier ungherese come se appartenessero a un tempo lontanissimo, come se fossero la dimostrazione che nessuno al mondo è più spiegabile e prevedibile di Viktor Orbán, che un tempo è stato anche un suo compagno politico. Giovanissimi, militavano tutti e due nel Fidesz, che è rimasto il nome del partito del premier, ma alla sua origine era l’acronimo di Unione giovani democratici. Szelényi non prova nessuno stupore per quello che l’organizzazione è poi diventata entrando in Parlamento: “C’era anche un limite di età – racconta al Foglio – Fidesz era nato in un preciso momento storico, avevamo tutti meno di trentacinque anni, era il partito più piccolo nel Parlamento ungherese, andava rafforzato, è così iniziata una professionalizzazione, il movimento è diventato partito. Tutto era in formazione e Orbán ha preso lo slancio per guadagnare sempre più potere”. Szelényi racconta che le tensioni sono iniziate da subito e ci fu un cambiamento ideologico che spinse i moderati, come lei, a lasciare Fidesz. Ma Orbán aveva davanti a sé ancora molta strada da fare, doveva trovare il modo di posizionarsi e di contare. 


La democrazia ungherese non era neppure così difficile da indebolire, era strutturalmente fragile: “Nel 2010, Orbán ha ottenuto il 52 per cento dei voti, il governo precedente era crollato sotto la spinta della crisi economica, c’era un desiderio di novità, di cambiamento e il sistema maggioritario ungherese ha fatto il resto. E’ un sistema molto sproporzionato e questa, per esempio, è una delle differenze con la Polonia: il PiS non ha mai avuto una maggioranza tale da schiacciare l’opposizione. Quando Orbán vinse le elezioni nel 2010 ha avuto la possibilità di cambiare tutto, la Costituzione è stata modificata già dodici volte. Anche la legge elettorale è stata cambiata spesso e l’opposizione non ha potuto fare nulla, ogni riforma era volta a potenziare il potere di Orbán”. Gli errori della costruzione dell’Ungheria democratica, le sue fragilità sono diventate la forza del primo ministro, un politico che si è messo a capo di un paese senza avere una connotazione ideologica granita era pronto a cambiare battaglie  ogni volta, a passare dall’europeismo al putinismo, nel nome del pragmatismo. E’ nel 2009 che la dedizione di Orbán nei confronti dell’occidente perde colore e un partito tradizionalmente antirusso come Fidesz diventa un ammiratore del presidente russo, della forsennata  difesa dei valori tradizionali, della sua prepotente pretesa di imporre il volere russo a tutto il mondo. 


Nel 2014, Orbán non è più il leader che denuncia l’imperialismo di Mosca, ma il politico che nei consessi europei cerca di fare favori al presidente russo con una strategia molto diversa da quella di oggi: quando il Cremlino annette la Crimea, pubblicamente il premier ungherese protesta contro le sanzioni che l’occidente vuole imporre a Mosca, ma durante i Consigli europei, di tutto quel clamore non c’è traccia. Invita Vladimir Putin a Budapest, lo riceve e gli offre un palcoscenico per intimare agli ucraini di cedere ai separatisti la città di Debal’ceve, nella regione di Donetsk: la battaglia durò più di un mese, morirono più di duecento soldati ucraini. Se nel 2000 Orbán raccontava di una relazione speciale che univa Ungheria e Ucraina, dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia, la relazione diventa scomoda, conflittuale. Orbán apre le porte dell’Ungheria alla Banca internazionale per gli investimenti, controllata dal governo russo, sanzionata e poi chiusa. Firma un contratto con la Rosatom per la costruzione della centrale nucleare Paks. I sentimenti antirussi sono scomparsi per Fidesz e le paure che ancora dominano la politica polacca o ceca o dei Baltici sembrano non interferire con le decisioni di Orbán: “C’è una differenza – spiega Senélyi – l’Ungheria nella sua storia non ha subìto l’occupazione russa come i suoi vicini, la percezione della minaccia da una prospettiva storica è leggermente diversa, Budapest non condivide un confine con Mosca, c’è stata sempre l’Ucraina a protezione. Questo ha alimentato l’idea del governo di poter fare da ponte, di poter stare nel mezzo, tra l’Ue e la Russia. Credo che la nostra posizione ambigua sia un fardello morale pesante, ma Orbán gioca a confondere le responsabilità quando dice di volere la pace”. 


L’Unione europea a lungo non ha capito dove volesse arrivare Orbán, ha lasciato fare, e il tempo perso ha giocato a vantaggio del governo ungherese e a sfavore della democrazia. Nel suo libro “Tainted Democracy: Viktor Orban and the Subversion of Hungary” (La democrazia contaminata: Viktor Orban e la sovversione dell'Ungheria), Szelényi spiega come si rompe una democrazia e come si arriva a essere un paese perso tra est e ovest. Ci tiene a non parlare di Ungheria, ma di governo ungherese, come se tutto fosse legato a un solo uomo che, come dice lei, “non potrà rimanere al potere per sempre”. 

Di più su questi argomenti:
  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)