PIANO MATTEI FOR DUMMIES

Italia-Africa a Roma, il Piano Mattei più che prendere forma diventa filosofia

Giulia Pompili

Giorgia Meloni promette concretezza ai leader africani e ingaggia un duello con la Francia. L'endorsement dell’Unione europea

I corridoi di Palazzo Madama sono tutto un brulichio di commessi, capi delegazione, funzionari che corrono a occupare stanze e a posizionare le bandiere per i bilaterali – “quella che è, São Tomé e Príncipe?”, “me serve Mozambico di là!”. Il Vertice Italia-Africa, per la prima volta trasformato da Meloni in un vertice a livello di capi di stato e di governo, è un po’ una prova generale del G7 a guida italiana, confuso quanto basta per essere un vertice di 12 ore (domenica sera c’è stata soltanto la cena al Quirinale), senza alcun tavolo di lavoro collettivo ma solo un’esposizione da parte dei singoli ministri di governo di potenziali progetti intervallati da interventi dei rappresentanti africani. Tutto quasi perfetto, però, nella sua funzione di vetrina internazionale. Fuori programma compresi: l’apertura del vertice, che avrebbe dovuto essere tutta una celebrazione della nuova strategia africana di Meloni e del Piano Mattei che porta la sua firma, è stata offuscata dall’intervento di Moussa Faki, presidente della Commissione dell’Unione Africana (per la cronaca, in scadenza di mandato). Faki, l’uomo che impersonava il duo di comici russi nella famigerata telefonata, nel suo discorso d’apertura dice che sul Piano Mattei “avremmo auspicato di essere stati consultati”, e che l’Unione africana è pronta a discuterne ma “non vuole tendere la mano, non siamo mendicanti”.

 

 

Piuttosto, dice Faki, siamo in cerca di un nuovo paradigma di cooperazione e contro “le barriere securitarie, che sono barriere di ostilità”. Un messaggio piuttosto chiaro alle politiche dei  porti chiusi del governo italiano. Ma nessun problema: subito dopo prende la parola la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che parla di “team Europa al suo meglio”, guardando con complicità Meloni, e dà l’investitura ufficiale, inserendo il Piano Mattei nel più vasto progetto europeo del Global Gateway da 150 miliardi di euro. Quelli italiani, ha detto Meloni, saranno invece 5,5 miliardi, una “dotazione iniziale” dei quali “circa 3 miliardi provengono dal Fondo italiano per il clima e circa 2,5 miliardi dalle risorse della cooperazione allo sviluppo”. Ma “l’ingegno è vedere possibilità dove altri non le vedono”, dice la presidente del Consiglio citando Mattei, e quindi conferma che ci sarà l’appoggio di aziende private partecipate, e poi di istituzioni internazionali e “altri stati donatori”. E s’appoggia pure al come dicevano gli antichi – letterale, “Come è stato detto fin dall’antichità”, cioè da Plinio il Vecchio nel Naturalis Historia – e dice: “Dall’Africa sorge sempre qualcosa di nuovo”, per introdurre il frequente slogan dello smentire tutto, soprattutto “i pronostici”. 

 


E’ l’underdog dei rapporti con l’Africa, che chiede concretezza per cambiare il modello di cooperazione e lancia diversi progetti pilota, divisi in cinque priorità tematiche: l’istruzione, la salute, l’agricoltura, l’acqua e l’energia. Sull’ultimo punto menziona il progetto Elmed fra Italia e Tunisia, il “ponte energetico” sviluppato dall’italiana Terna e dalla società tunisina Steg in realtà firmato dal primo governo gialloverde, quando al Mise c’era Di Maio. E sull’agricoltura si fa Lollobrigida, e promette che l’Italia non farà solo food security ma anche food safety, quindi niente “cibo in laboratorio”  in un mondo “nel quale chi è ricco potrà mangiare cibo naturale e chi è povero si potrà permettere solo quello sintetico” – smentendo di fatto decine di studi che hanno rivelato come la coltivazione di mais ogm abbia ridotto l’insicurezza alimentare di ampie zone del sud globale. 

 


Meloni cerca la vetrina internazionale menzionando più volte un generico “atteggiamento predatorio” che c’è stato finora con l’Africa. Il riferimento è probabilmente alla Repubblica popolare cinese, che non è stata mai menzionata esplicitamente nei discorsi pubblici, per una questione di opportunità: molti dei leader che ieri erano a Roma sono dipendenti dalle linee di credito cinesi, e Pechino ha ancora l’Italia e il suo governo, da poco uscito dalla Via della seta, osservati speciali. Ma il riferimento continuo ai predatori forse Meloni lo fa anche in una sorta di compulsiva rivalità a distanza con la Francia, che in realtà sta perdendo sempre più influenza in Africa. Ma è questo uno degli aspetti che crea più curiosità all’estero, di questa nuova strategia africana di Palazzo Chigi: qualche giorno fa il Monde ricordava “l’ambizione africana” di Meloni, una specie di vocazione coltivata per anni, una tradizione del suo partito, e anche nel periodo all’opposizione la presidente faceva spesso riferimento diretto alle attività predatorie francesi (cinque anni fa a “Non è l’Arena” si presentò con una banconota di franco cfa, quello stampato da Parigi che circolava fino a poco tempo fa in alcuni dei paesi dell’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale). Eppure ieri ad ascoltare  i lavori a porte chiuse in Aula a Palazzo Madama c’erano anche gli ambasciatori dei paesi del G7, compreso quello francese, invitati un po’ tutti all’ultimo momento  per dare forma alla promessa fatta ai leader africani di “portare l’Africa al G7”. E’ soprattutto a loro che si è rivolta Meloni nelle dichiarazioni finali, tornando a parlare di una “filosofia, un modello di cooperazione”, ma che adesso ha bisogno di concretezza. Insomma, aiutateci ad aiutarli a casa loro. 

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.