il caso

Così la Via della seta in Italia passa direttamente dai comuni

Giulia Pompili

Mentre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni cerca un modo per uscire dal progetto strategico cinese senza danni, la lobby di Pechino fa accordi fumosi con le realtà locali. Chi c'è dietro alla Via della seta degli enti locali e perché ha un'attenzione particolare per le zone industriali italiane

E’ una straordinaria capacità cinese, quella di adattarsi alle circostanze, all’aria che tira, cambiare forma ma non sostanza, sapere sempre a chi rivolgersi e quando. E non a caso, sin dal suo lancio dieci anni fa, era difficile capire cosa fosse esattamente la Via della seta: un progetto fumoso e adattabile a ogni frase, a ogni circostanza. E così, ora che il governo centrale di Roma cerca una scappatoia per uscire senza danni dal progetto strategico cinese a cui aveva aderito quattro anni fa, durante il governo gialloverde – non perché “ce lo chiede l’America”, come si sente dire spesso, ma perché le condizioni internazionali e la postura della leadership cinese vicina ai dittatori, assertiva e aggressiva, l’hanno resa un problema – Pechino rilancia soprattutto in Italia un’altra Via della seta.

 


 E’ quella degli enti locali, dei comuni e delle province. Sono ben dieci i comuni italiani ad aver aderito all’iniziativa, più l’intera provincia di Brescia, che con un decreto dell’allora presidente Samuele Alghisi, di area centrosinistra, nel 2018 decise per l’ingresso nella “Via della seta degli enti locali” nel 2018. E infatti se il governo di centrodestra pensa al de-risking con la Cina, i suoi rappresentanti locali in realtà stringono sempre più legami con Pechino. A fine giugno Stefano Meneghelli, di area leghista, sindaco di Guidizzolo, 5.938 abitanti della provincia di Mantova, e Stefano Tramonti, sindaco di Carpenedolo, 12.932 abitanti della provincia di Brescia, sono volati a Hangzhou, capitale dello Zhejiang, per formalizzare la richiesta d’ingresso delle loro realtà nella Via della seta degli enti locali. E’ andata bene a Guidizzolo, che è già nella lista dei comuni italiani che ne fanno parte, meno a Carpenedolo, che invece ancora non c’è: eppure il sindaco Tramonti conosce bene il paese, essendo manager per la Cina dell’azienda La Leonessa Spa, un gruppo noto soprattutto per la produzione dei cuscinetti industriali. Insieme a Guidizzolo c’è Cagliari, e poi Camagna Monferrato (provincia di Alessandria), Fermo (Marche), Valdobbiadene (Treviso),  e almeno altri cinque comuni del bresciano, tra cui Salò. E poi, nell’elenco, compaiono tre associazioni di lobby pro-Cina italiane: l’Istituto italiano Obor, l’associazione Smart City Association e la Italy-China Link Association fondata da Maria Moreni, che sarebbe addirittura “cofondatrice” della “Via della seta degli enti locali” ed è presidente di EticMedia, una startup di comunicazione internazionale. 

 


Ma a cosa serva esattamente questa Via della seta degli enti locali e perché i suoi rappresentanti cinesi abbiano dedicato tutta questa attenzione ai comuni del nord Italia non è facile da capire. O forse sì. Sul sito internet ufficiale, la Via della seta local, spesso abbreviata con l’acronimo Brlc, è descritta come un’iniziativa che “integra” l’altra Via della seta, quella tra il governo centrale di Pechino e altri paesi, e che ha come obiettivo l’organizzazione di “vari programmi e attività pratiche di scambio e cooperazione” con i governi locali, al fine di ottenere relazioni “tra le persone” e non solo “tra stati”. Ma al di là del linguaggio fumoso tipico della propaganda cinese, è interessante notare chi ci sia dietro a questa piattaforma: da un lato la città di Hangzhou, e infatti Yao Gaoyuan, il sindaco nonché vicepresidente del Partito comunista locale, è anche il presidente della Brlc. Ma l’altra istituzione a gestire la Via della seta “degli enti locali” è l’Associazione di amicizia con paesi stranieri del popolo cinese (Cpaffc), un’istituzione legata al ministero degli Esteri cinese che promuove la visione del mondo cinese all’estero, e che secondo diversi studi e numerose agenzie d’intelligence occidentali sarebbe responsabile delle operazioni d’influenza all’estero della leadership cinese. Secondo diverse fonti contattate dal Foglio, c’è un motivo se la Via della seta degli enti locali si sia concentrata così tanto in alcune, precise aree industriali del nostro paese. I rapporti con le autorità locali, con i sindaci e i comuni di realtà non metropolitane, serve soprattutto alla promozione del “modello Cina”, a promuovere la propaganda, ma spesso anche e soprattutto ad avere informazioni e analisi sulle industrie locali, magari piccole eccellenze da copiare o da acquisire, senza che la politica nazionale se ne accorga. Non proprio tutta:  il deputato di Fratelli d’Italia Giangiacomo Calovini ha parlato ieri del documento firmato dalla provincia di Brescia e ha detto di sperare in un ripensamento:  “La promozione del nostro territorio e la valorizzazione delle nostre merci deva passare da una politica di internazionalizzazione che vada di pari passo con quella dell’esecutivo nazionale”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.