Perdere la fede (e l'appetito) un giorno a Roma. Preghiera a San Camillo

Camillo Langone

Nella capitale per gli Stati generali della Cultura nazionale, scoprire la desertificazione culinaria e quella spirituale dell’Urbe. Di maritozzi rinsecchiti e altre profanazioni

Chi Roma vede perde la fede. Vecchia massima massimamente attuale. Nella “Babilonia perpetua” (Ugo Foscolo) oltre alla salute dell’anima si rischia pure quella del corpo: come minimo il bruciore di stomaco. E io l’ho sperimentato ancora una volta. Precettato da Francesco Giubilei per parlare agli Stati generali della Cultura nazionale, coerentemente convocati in via Nazionale, ho fatto un discorsetto non antinazionale ma certamente antiromano. Mica per niente: nelle ore precedenti Roma mi aveva offerto il peggio di sé.

   

La sera prima avevo cenato malissimo al quartiere San Giovanni, o Appio Latino che dir si voglia. Non al “SantoPalato” perché al “SantoPalato” non c’era posto (sono anni che cerco di mangiare al “SantoPalato” e sono anni che non ci riesco, bisogna prenotare un mese per l’altro e dunque bisogna essere pensionati o dipendenti pubblici, vivere in modo lento e prevedibile, mentre io non so dove sarò oggi pomeriggio). Avevo cenato in un altro locale che non cito per evitare querele, scelto sulla base delle guide e degli osanna su TripAdvisor (lanciati, l’ho scoperto troppo tardi, da clienti di bocca buonissima): la vignarola era una brodaglia, l’abbacchio al forno sembrava bollito…

  

Al mattino avevo fatto colazione in via Merulana, al tavolo di prestigiosa insegna: il cappuccino mi aveva fatto rimpiangere i cappuccini degli autogrill, il maritozzo (sono un pervertito, mi eccito col foodporn) risultava rinsecchito e la panna esibiva il colore, la consistenza e finanche il sapore della plastica. E prima dell’intervento antiromano ancora non sapevo nulla del buffet in agguato… Lì all’Hotel Quirinale (sempre per via delle querele non entrerò nei dettagli).

      

Avevo però già fatto un giro nelle chiese dei dintorni. Tormentato dal contesto, sentivo il bisogno di pregare. E almeno questo sembrava possibile visto che a Roma le chiese abbondano. Anche i turisti però. Santa Maria degli Angeli era piena di candele finte e di turisti veri che facevano foto. Rapida fuga. Santa Maria della Vittoria era piena di candele finte e di turisti veri che facevano foto. Via di corsa. San Bernardo alle Terme, terzo tentativo (chi caspita andrà mai a San Bernardo alle Terme, erroneamente pensavo) era piena di candele finte e di turisti veri che facevano foto: un po’ meno delle chiese precedenti, a dire la verità, ma sempre bastantemente profanata da Apple e Xiaomi, demoni. Ho così verificato la desertificazione spirituale dell’Urbe. Allora ho cercato una chiesa brutta, o reputata tale, e l’ho trovata. Guarda caso intitolata al mio Santo: San Camillo de Lellis. Un chiesone neoromanico o neogotico ma dentro, almeno, c’era un cristiano. Un uomo che non fotografava: pregava. E ho pregato anch’io, ho chiesto a San Camillo di farmi uscire da Roma sano e cattolico come c’ero entrato.

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  • Camillo Langone
  • Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).