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Negli stati uniti

Perché Lightfoot, paladina liberal di Chicago, è stata punita nelle urne

Matteo Muzio

La sindaca, simbolo di rottura, ha perso al primo turno le elezioni per la sua riconferma. Erano quarant’anni che un sindaco a Chicago non veniva sconfitto al secondo mandato. La scelta ora sarà tra Paul Vallas e Brandon Johnson.  

“Facciamo entrare la luce dentro”: nel 2018,  Lori Lightfoot aveva iniziato così la sua campagna elettorale per la carica di sindaco di Chicago. Aveva vinto, era la prima donna omosessuale afroamericana a guidare la più grande città dell’Illinois, il simbolo della rottura non soltanto con il trumpismo allora dominante a livello nazionale, ma anche con una tradizione cittadina di sindaci maschi, bianchi e moderati, legati in modo stretto con i sindacati di polizia. Oggi la Lightfoot, che ha perso al primo turno le elezioni per la sua riconferma, detiene un altro primato: erano quarant’anni che un sindaco a Chicago non veniva sconfitto al secondo mandato. Al secondo turno ci andranno i suoi rivali, Paul Vallas e Brandon Johnson.  

 

In quattro anni, la promessa della Lightfoot si è schiantata contro la realtà: la sua Chicago è stata una città profondamente insicura, nonostante i precedenti non fossero certo esaltati per quanto riguarda la diffusione del crimine. E pensare che, quattro anni fa, la Lightfoot era stata criticata dalla sua avversaria al ballottaggio, Toni Preckwinkle, come lei democratica e afroamericana, perché aveva guidato il dipartimento di polizia ed era stata, a suo dire, troppo dura con la comunità afroamericana. Com’è stato possibile che una sindaca eletta con il 75 per cento dei voti sia arrivata a raccogliere soltanto il 17? 

Uno dei punti di rottura si è consumato durante le proteste successive all’uccisione di George Floyd nel 2020, quando la città fu scossa da manifestazioni violente, che però non furono consentite nel quartiere dove abitava la sindaca, con la giustificazione che qualche anno prima aveva subìto delle minacce. Altri momenti di rottura ci sono stati durante le interviste legate al suo secondo anno di mandato, quando la prima cittadina si concesse soltanto ai microfoni dei reporter afroamericani, venendo accusata di razzismo “al contrario”.

 

Il punto dove però i suoi avversari convergono è quello riguardante la tenuta del sistema scolastico  della città: la qualità è nettamente calata ed è cresciuto il malcontento degli insegnanti per gli stipendi rimasti fermi nonostante la legge sul salario minimo varata nel corso del 2019, troppo poco per un’inflazione galoppante. Quindi la sindaca è stata superata dai suoi due avversari, entrambi maschi, che però non potrebbero essere più diversi: da un lato Paul Vallas, ex capo del distretto scolastico cittadino che ha conquistato il 33 per cento dei voti, e il consigliere della contea di Cook, l’ex insegnante Brandon Johnson, arrivato secondo con il 20 per cento. Se Vallas, sostenuto dal sindacato di polizia Fraternal Order of Police, ha diffuso un dettagliato piano per rilanciare il sistema securitario di Chicago e far uscire la città “dal club dei centri urbani con sparatorie di massa”, Johnson ha un approccio più progressista ed è stato sostenuto invece dai sindacati degli insegnanti, che vedono nel loro ex collega una speranza per migliorare il sistema d’istruzione cittadino.

 

A pesare su entrambi gli avversari, che si scontreranno nel ballottaggio del 4 aprile, c’è anche il declino economico derivante dal crimine in ascesa, che ha visto la fuga di grandi imprese come Caterpillar, Citadel e Boeing. Se Vallas, unico bianco tra i maggiori candidati, ricorda un po’ il programma “legge e ordine” del primo cittadino di New York Eric Adams, Johnson l’ha accusato di essere un “repubblicano” in virtù del sostegno del capo del sindacato di polizia, John Catanzara, noto per il suo controverso passato come poliziotto dai metodi eccessivamente violenti, per i suoi  commenti sull’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 (ha detto che che “capiva” le intenzioni dei manifestanti), ma anche per quanto dichiarato sull’obbligo vaccinale per le forze dell’ordine, da lui definito “peggio della Shoah”. Vallas ha anche un uso disinvolto di Twitter, ha spesso messo i suoi mi piace su tweet razzisti e su vignette che prendono in giro l’aspetto fisico della sindaca. Johnson invece, pur avendo detto che vuol migliorare tutti i servizi pubblici della città, dai consultori di salute mentale fino al trasporto pubblico, ha scritto che vuole spostare dei fondi dal dipartimento di polizia ai servizi sociali. Ovvero si può considerare uno degli ultimi democratici a sposare la retorica del “defund the police”, un messaggio che è costato caro ai democratici nel corso del 2020-21. 
 

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