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Disastro Pakistan

Francesca Marino

Più di mille morti, 33 milioni di sfollati, raccolti distrutti, cibo scarso. L’alluvione ha piegato il paese, ma il governo dice: colpa dell’occidente! La Cina ringrazia, però è tirchia e l’esercito, che spadroneggia, non salva nessuno

Una catastrofe di proporzioni epocali. Secondo i dati disponibili, circa il trenta per cento del Pakistan è di fatto sott’acqua. Più di millequattrocento persone sono morte, trentatré milioni di persone sono rimaste senza casa e senza alcun mezzo di sussistenza. I raccolti sono andati distrutti, in particolare quelli di grano, riso e cotone, cosa che avrà conseguenze a livello globale visto che il Pakistan produce il 2,5 per cento del grano, il 9 per cento del riso e il 5 per cento del cotone della produzione mondiale. Il cibo scarseggia, tanto che Islamabad pensa perfino di riprendere il commercio con l’India – interrotto dopo il bombardamento indiano del campo di addestramento terroristico di Balakot nel 2019 – per importare pomodori, cipolle e patate. Non si trovano quasi più medicine. La stoffa necessaria a produrre tende per i campi dei rifugiati, che buona parte della  popolazione locale sta facendo costruire e invia nelle zone più disastrate, deve essere importata dalla Cina. Gli sfollati sono a rischio di contrarre infezioni perché bevono acqua sporca e le condizioni igieniche nei campi sono precarie o, addirittura, inesistenti. 
Un disastro di proporzioni epocali, ma soprattutto un disastro annunciato.

 

Geograficamente il Pakistan è terra di terremoti e alluvioni: esiste una apposita Federal Flood Commission, la commissione per le Alluvioni, e nei suoi registri il primo evento catastrofico risale al 1950, l’ultimo al 2010. In mezzo ci sono state le alluvioni “normali” che ogni anno colpiscono il paese. Nel 2010, quando sono morte 1.700 persone e venti milioni sono rimaste senza casa, gli Stati Uniti, che erano di stanza in Afghanistan, sono attivamente intervenuti nelle operazioni di soccorso e hanno stanziato più di un miliardo di dollari in aiuti umanitari, continuando per due anni a finanziare la ricostruzione. Su pressioni di Washington, tutte le agenzie umanitarie internazionali si sono attivate per portare aiuti, stanziare fondi per l’emergenza e cancellare parte del debito pubblico del paese. 
Dodici anni dopo, la storia si ripete, e nel frattempo, non è cambiato nulla. Spesi i soldi per la ricostruzione, migrati più che probabilmente nelle tasche dei soliti noti o scomparsi nei rivoli e nei meandri della pubblica amministrazione, tutto è tornato alla “normalità”.

 

Eppure l’alluvione attuale, così come l’alluvione del 2010, non è un fenomeno né imprevedibile né immediato. La pioggia ha cominciato a cadere in agosto, inondando città e villaggi e lasciando centinaia di morti per le strade, nella regione del Balochistan. Regione separatista, che secondo i suoi abitanti (e anche secondo il diritto internazionale) è stata illegalmente occupata dal Pakistan. In Balochistan si trovano quasi tutte le basi nucleari del paese, le maggiori riserve di gas e minerali, e il quartier generale della Belt and Road Initiative cinese. Il Balochistan è dove il Pakistan custodisce i suoi terroristi migliori (qualcuno si ricorda della Shura di Quetta di talibana memoria? Quetta è la capitale del Balochistan) e dove i suoi abitanti sono vittima di genocidio più volte denunciato dalle organizzazioni internazionali. Per questi e altri motivi, la regione è sigillata. Non è permesso a nessuna organizzazione umanitaria (o ad alcun giornalista) di varcarne i confini: possono prestare soccorso solo l’esercito e le organizzazioni “umanitarie” come la Jamaat-u-Dawa, legate a organizzazioni terroristiche.


Detto altrimenti: a Islamabad poco importava e poco importa, una volta accertato che le installazioni militari siano in salvo, della sorte degli abitanti della regione. Così come poco importa  della sorte dei suoi cittadini. Lo stesso era accaduto nel 2010 e come allora, in meno di un mese, l’acqua si è fatta strada fino al Sindh e alle regioni confinanti. E mentre metereologi e climatologi avvertivano del pericolo, la National Disaster Management Authority passava diagrammi e scartoffie da una stanza all’altra senza prendere alcuna iniziativa e i politici erano impegnati nel gioco preferito della politica pachistana: denigrarsi e minacciarsi a vicenda. Una dietro l’altra, dodici dighe si sono lesionate o letteralmente sbriciolate visto che erano state costruite con materiali scadenti. I fiumi, lungo i quali sono state costruite abusivamente case, villaggi e in alcuni casi interi quartieri, hanno rotto gli argini. E le case, costruite anch’esse con materiali che definire scadenti è un eufemismo, si sono disintegrate. Lo stesso è accaduto alle autostrade, costruite con materiali scadenti e in terreni a rischio.

 

La National Disaster Management Authority, di fronte al disastro, annaspava: negli ultimi dieci anni, e dopo il disastro del 2010, non disponeva non soltanto di un piano di emergenza o di banali canotti per evacuare la popolazione, ma nemmeno di un salvagente con la paperella. O di un ombrello. Però, incolpare i costruttori e coloro che decidono i piani urbanistici non è possibile. Per il semplice motivo che, in Pakistan, più di metà delle imprese di costruzione, laterizi, annessi e connessi, è in qualche modo legata all’esercito. I militari, che di fatto governano il paese, espropriano la terra (o si appropriano di suolo pubblico) e costruiscono di tutto con sprezzo sia del pericolo di terremoti e alluvioni sia di un qualunque barlume di legalità. Così come non è possibile incolpare i politici, che nella loro infinita magnanimità di stampo paternalistico-latifondista (in Pakistan il latifondo non è mai stato abolito) provvedono di tasca (miliardaria) loro a inviare soccorsi alle vittime che si trovano sulle loro terre o nel loro collegio elettorale. Metà del paese funziona così: non ci sono diritti, ma soltanto bravi papà proprietari che concedono favori ai bisognosi e meritevoli. E che cenano al proprio club con il generale di turno. 


I soldi, però, a differenza del 2010, non sono abbastanza. Si lancia l’allarme, una volta di più. Le Nazioni Unite, l’Unicef e l’Oms si attivano, cominciano a inviare team sul campo e aiuti umanitari. Le ong locali raccolgono fondi e beni di prima necessità. Ma non è soltanto il Balochistan a essere sigillato a ogni influenza esterna: solo in pochi sono ammessi a prestare direttamente soccorso nel resto del paese. Le organizzazioni internazionali non possono operare direttamente sul campo da quando si è saputo che a rivelare l’indirizzo di Osama bin Laden era stato un medico che lavorava per Save the Children. Quindi: nessun aiuto diretto, tutto deve passare per le mani di politici e militari locali o di alcune organizzazioni pachistane legate ai signori di cui sopra. 


Nemmeno questo è sufficiente. La situazione è molto peggiore rispetto al 2010 e nel frattempo lo scenario geopolitico è cambiato. Gli americani sono andati via dall’Afghanistan e i rapporti con Islamabad sono piuttosto altalenanti. Politici e attivisti cercano di approfittare di ogni piattaforma mediatica per chiedere denaro all’occidente, ma l’occidente, in altre faccende affaccendato, non risponde con l’abituale entusiasmo. Così qualcuno, nella fattispecie il ministro per il Cambiamento climatico Sherry Rehman, ha un colpo di genio: è colpa dell’occidente se in Pakistan ci sono le alluvioni. Le alluvioni sono causate dal cambiamento climatico, cui il Pakistan contribuisce soltanto con l’1 per cento delle emissioni globali. L’occidente deve non soltanto mandare aiuti e regalare contributi a fondo perduto, ma compensare Islamabad per il disastro naturale. Applausi a scena aperta. La Rehman ha scodellato l’uovo di Colombo, spazzando via in un solo gesto il fatto che il Pakistan funziona principalmente a carbone, che esistono miniere a cielo aperto, che non esistono piani antisismici o di emergenza in caso di calamità naturali. Che si costruisce ovunque e con materiali scadenti, che i raccolti bruciati in autunno rendono tossica l’aria, che il paese si allaga dalla sua fondazione a anche da prima e altri dettagli simili. 


L’analista di origine pachistana Faran Jeffery, che dirige il think tank inglese Islamic Theology of Counter Terrorism, commenta: “La cosa più interessante dei pachistani che incolpano chiunque per la pessima situazione in cui si trova il paese – situazione che, attenzione, è in gran parte colpa dei pachistani stessi – è che pochissimi si azzardano a nominare la Cina come maggior responsabile dell’inquinamento. Per loro, come da copione, va sempre bene incolpare il buon vecchio occidente”. Già, la Cina. L’elefante nella stanza, talmente ingombrante da non essere mai menzionato. La Cina che considera il Cpec, il China-Pakistan Economic Corridor, il fiore all’occhiello del suo “progetto di connettività globale”. La Cina che ha inquinato più di metà del Pakistan (e contribuisce alle emissioni globali in Asia più di chiunque altro). La Cina che è in gran parte responsabile dei cosiddetti progetti di sviluppo costruiti a prezzi salatissimi, con manodopera cinese e con materiali scadenti.

 

La Cina che ha trasformato in una prigione a cielo aperto la città di Gwadar, sul modello Xinjiang, inquinando per sempre terra e mare. Che ha acquisito i diritti sulle isole gemelle di Bhundar e Dingi, al largo delle coste del Sindh, per farne una novella Hong Kong – isole di mangrovie, che costituiscono un baluardo contro cicloni e tsunami. La stessa Cina che manovra da dietro le quinte, spingendo Sherry Rehman ad accusare l’occidente e soltanto quello, e il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, a farle eco. Lo scorso anno l’avvocato Emma Reilly, che ha lavorato per la commissione dei Diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra, ha formalmente denunciato, con tanto di prove, la pratica consolidata di passare alla locale ambasciata cinese i nomi dei dissidenti che sarebbe arrivati a testimoniare in commissione. Ma la Cina, stavolta, come sostiene Husain Haqqani, l’ex-ambasciatore pachistano negli Stati Uniti e direttore per l’Asia centrale e meridionale dell’Hudson Institute, “ha perso il treno” per mostrare ancora una volta l’amicizia eterna per il Pakistan e di essere una valida alternativa all'occidente e agli americani. A quanto pare, Xi Jinping ha inviato le sue più sentite condoglianze, un pacchetto di aiuti da 57 milioni di dollari e basta.

 

Nessun aiuto sul campo, nessun invio di team specializzati. A farne le spese, come sempre, è la popolazione. Vittima di catastrofi naturali su cui non ha alcun controllo, vittima di sparizioni forzate, arresti arbitrari, omicidi stragiudiziali e quant’altro se solo prova a protestare. Vittima di un lavaggio del cervello a mezzo stampa e social media, pesantemente controllati dall’esercito. A prestare soccorso, in mezzo a questa tragedia, non sono le istituzioni, ma gli individui che, ciascuno secondo le proprie possibilità, si guarda bene dal donare carta moneta ma organizza pacchetti di beni di prima necessità. Sperando che raggiungano i destinatari, e che le polemiche di stampo politico-religioso lascino posto, se non alla democrazia e alla trasparenza, a interventi strutturali concreti. 

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