Ciclisti, pedoni e passanti vicino a Yoe Yang, Cina, maggio 1980 (foto di Frances M. Ginter/Getty Images) 

Guardare trent'anni indietro per capire la crisi di oggi tra la Cina e Taiwan

Giulia Pompili

La crisi delle ultime settimane ha mostrato il vero volto della politica e della strategia del Partito comunista cinese a guida Xi Jinping. “Colazione a Pechino”  di Siegmund Ginzberg racconta gli anni della trasformazione del paese e della grande speranza di democratizzazione che non è mai arrivata

Per molto tempo la Repubblica popolare cinese ha cercato di dissimulare i suoi obiettivi, e di mostrarsi agli occhi del mondo come la potenza responsabile in grado di essere la possibile alternativa alla guida americana dell’ordine mondiale. Negli ultimi vent’anni la sua crescita economica straordinaria è stata elogiata dagli economisti di mezzo mondo, sempre meno inclini a parlare delle violazioni dei diritti umani a cui si accompagnava. Il mercato cinese era l’unico per entrare nel quale aziende, multinazionali, piccoli imprenditori occidentali erano disposti a tutto: anche a considerare Taiwan effettivamente parte della Cina. Allo stesso tempo, l’idea di progresso occidentale veniva messo in ombra da una nuova ricchezza che Pechino promuoveva tra i paesi in via di sviluppo: quella con “caratteristiche cinesi”.

 

La crisi nello stretto di Taiwan delle ultime settimane, la reazione sproporzionata di Pechino alla visita della speaker della Camera Nancy Pelosi, ha mostrato il vero volto della politica e della strategia del Partito comunista cinese a guida Xi Jinping. Niente è subordinato agli obiettivi, nemmeno l’economia. Ed era tutto già scritto: “La politica in Cina è sempre stata un rompicapo, uno dei più complicati. Difficile da decifrare, anche se spesso segue percorsi già visti, sembra ripetersi all’infinito”, scrive in “Colazione a Pechino. Sogni e incubi di un impero senza tempo” Siegmund Ginzberg, da poco uscito per Feltrinelli (352 pp., 19 euro). “Contro ogni senso comune, il passato è più incerto del presente e del futuro. Anzi talvolta, col passare dei decenni, certi misteri si infittiscono anziché appianarsi. Malgrado si sappia molto di più che prima, si aggiungano sempre nuovi elementi, diventino disponibili documenti una volta segreti, si pubblichino memorie dei protagonisti e dei testimoni, si aprono archivi prima inaccessibili (ma Xi Jinping li ha richiusi, anche quelli che erano stati aperti, come aveva fatto Putin in Russia). Non aiuta il continuo mutare delle spiegazioni ufficiali. Si alternano improvvisi ritorni di memoria e lunghe ere di oblio”. 

     
E’ un libro-memoir, quello di Ginzberg, che racconta il suo lavoro di corrispondente da Pechino per l’Unità negli anni Ottanta, quelli della trasformazione della Cina e della grande speranza di democratizzazione che non è mai arrivata. Un racconto che attraversa le visite delle istituzioni italiane a Pechino (memorabile l’incontro di Gian Carlo Pajetta con Mao, al quale deve spiegare l’ascesa al soglio pontificio di papa Roncalli, “Mao si limitò ad alzare le braccia in parallelo dal tavolo, con i palmi delle mani in verticale, rivolti l’uno contro l’altro, dicendo: ‘Noi in Cina abbiamo una nostra particolare concezione della sovranità nazionale. Pensiamo che la sovranità si applichi alla nostra Terra e anche alla parte sovrastante di Cielo’”) e le varie interpretazioni sul massacro di Piazza Tiananmen, la cultura cinese fino alla cucina, che spiega molto anche dell’attitudine del potere cinese. 

  
“Il racconto infinito sulla Cina ha i suoi corsi e ricorsi”, scrive Ginzberg, giornalista e saggista nato in Turchia da una famiglia ebrea che si trasferì a Milano negli anni Cinquanta. “Sono diversi secoli che grandi innamoramenti per la Cina e grandi paure, avversioni irriducibili, si succedono a ondate. Talvolta si intersecano, o coesistono. Sinofilia e sinofobia si alternano, spesso si mordono la coda. Le migliori menti dell’Occidente si sono sbilanciate, hanno proiettato sulla Cina quelle che evidentemente erano le proprie speranze, le proprie utopie. O al contrario, si sono sbilanciate a demonizzare la Cina”.  

 

Forse gran parte di questi giudizi granitici oppure volubili derivano da un sistema, quello cinese, in cui alcune cose cambiano velocemente, fin troppo, e altre invece restano sempre uguali, a volte involvono. Alcune cose sono “rotolate indietro, come macigni di Sisifo”, scrive Ginzberg. “Per certi aspetti, molto indietro. Intendo dire non solo indietro alla Cina di Mao, ma alle tradizioni dispotiche della Cina imperiale”. Forse, scrive Ginzberg, le cose non sarebbero cambiate molto se la Guerra civile l’avesse vinta Chiang Kai-shek invece di Mao. “Mao e Chiang erano entrambi leader forti, erano cinesi, convinti della superiorità della Cina rispetto al resto del mondo, prima di essere nazionalista l’uno e comunista l’altro. Entrambi erano a favore di un sistema dispotico, fondato sul comando di uno solo, entrambi diffidavano della democrazia all’occidentale, erano entrambi per una modernizzazione accelerata”. I guai sono cominciati, scrive Ginzberg, “quando a Taiwan hanno preso a votare democraticamente, e hanno vinto quelli che ventilavano l’idea di una Taiwan democratica e indipendente”. E’ uno dei motivi che porta alla crisi di oggi, e che era già lì, da più di trent’anni.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.