In America

I talebani di Biden

Il calcolo freddo di chi difende il presidente americano e nega il disastro afghano

Paola Peduzzi

Il ritiro non è stato gestito bene, ma “il freddo calcolo politico”, scrive Politico raccontando come Biden e i suoi sostenitori stiano disegnando la via d’uscita dal disastro d’immagine, “si basa sulla convinzione che la grande maggioranza degli americani finirà per digerire il ritiro come un’azione necessaria e molto complicata, pur conservando qualche dubbio sulla sua esecuzione”. Un dubbio che, in questo calcolo, resta ai fini del consenso, irrilevante

L’ultimo soldato americano è partito da Kabul, nel cielo della capitale afghana si è alzato un fuoco d’artificio color rosso, un lampo funebre nella notte, e Joe Biden, il presidente americano, ha spiegato perché la data finale del ritiro non sia stata posticipata, nonostante i fatti, nonostante almeno duecento persone che dovevano essere evacuate dagli americani non siano partite, nonostante le tante, continue pressioni per un cambio last minute della tattica del ritiro.

Biden è convinto che un’alternativa non esistesse, i suoi consiglieri si sono divisi, chi diceva di valutare un cambiamento chi diceva di tirare dritto, e lui ha scelto in linea con la sua idea o ideologia ritirista – è andato dritto. I repubblicani s’infervorano come è ovvio, i democratici interventisti (o forse semplicemente pragmatici: le categorie della dottrina di politica estera sono tutte sfalsate, oggi) chiedono spiegazioni, minacciano ritorsioni politiche, dicono che le conseguenze di questo abbandono caotico dell’Afghanistan si sentiranno fortissime, soprattutto alle elezioni di metà mandato del prossimo anno, ma i democratici che difendono l’operato di Biden fanno da scudo, “il fatto più importante sull’Afghanistan – ha detto Jennifer Palmieri, capo della comunicazione della Casa Bianca di Barack Obama oggi vicina a Biden – rimane che gli Stati Uniti sono usciti, che è quel che interessa” agli americani.

Il ritiro non è stato gestito bene, ma “il freddo calcolo politico”, scrive Politico raccontando come Biden e i suoi sostenitori stiano disegnando la via d’uscita dal disastro politico e d’immagine, “si basa sulla convinzione dentro la Casa Bianca che la grande maggioranza degli americani finirà per digerire il ritiro come un’azione necessaria e molto complicata, pur conservando qualche dubbio sulla sua esecuzione”. Un dubbio che, in questo calcolo, resta ai fini del consenso, irrilevante.

A questo cinismo ci aveva già abituato molto bene la presidenza Obama, da cui provengono i principali consiglieri di politica estera di oggi, a partire da Jake Sullivan, uno degli ex trentenni allevati nella stagione obamiana nonché filo rosso che collega i Clinton, Obama e Biden e la loro visione degli affari del mondo. Sullivan, quasi più del segretario di stato Antony Blinken, pure lui con il suo filo rosso in mano dentro l’establishment democratico, è diventato il volto di questo ritiro, calcolatore determinato dietro le quinte e preciso e affranto in pubblico. Rischia anche di essere un capro espiatorio, Sullivan, tanto si è speso e quindi esposto in difesa di questa strategia di ritiro (qualcuno si domanda che fine abbia fatto l’influenza della signora Sullivan, Margaret Goodlander, storica consigliera del senatore John McCain e del senatore Joe Lieberman, entrambi ben poco ritiristi).


Ma Sullivan non è solo. I pro Biden si stanno applicando parecchio per animare e umanizzare il calcolo politico. E’ difficile non imbattersi nelle analisi di David Rothkopf, prolifico esperto di politica estera di area liberal, che spiega che gli americani dovrebbero essere fieri di quel che è accaduto nelle ultime settimane, altro che attaccare il presidente. “Quello cui stiamo assistendo – ha scritto Rothkopf sull’Atlantic – è il risultato di venti anni di decisioni sbagliate da parte dei leader politici e militari degli Stati Uniti”, e pure se l’Amministrazione Biden è certamente stata colta di sorpresa dalla rapidità della riconquista talebana dell’Afghanistan, il presidente è stato “l’unico ad avere il coraggio politico di mettere completamente fine all’impegno americano” a Kabul, “al contrario dei suoi tre predecessori, che pure vedevano l’inutilità” della presenza statunitense in Afghanistan. Rothkopf si sofferma sulla risolutezza di Biden, ricorda la frase presidenziale: “Al diavolo la politica, facciamo quello che è giusto”,  e conclude con un perfetto cortocircuito: “In evidente contrasto rispetto agli ultimi anni, un leader americano ha fatto una cosa difficile, una cosa giusta: ha messo da parte la politica, mettendo per primi l’interesse e i valori americani”.

Se questa è l’umanizzazione del calcolo politico, non stupisce che i più silenti in questa fase siano i sandersiani, cioè l’ala più radicale del Partito democratico che non si lascerebbe sfuggire per niente al mondo un’occasione per criticare il moderato Biden. Ma non lo fanno, perché sono ritiristi, perché il mantra “mettere fine alle guerre senza fine” è il loro, perché lo sforzo umanitario si può fare (si deve fare, ha precisato la star dei sandersiani, la deputata Alexandria Ocasio-Cortez) evacuando e accogliendo gli afghani, la presenza militare non serve a nulla. In questo ambiente, la guerra sbagliata è diventata inutile già da molto tempo, l’unica battaglia da combattere è in casa, con l’interventismo dello stato a sostegno dell’economia – America first.

I pro Biden, in questa formazione atipica e volatile, ora si preparano per l’appunto alla riapertura dei lavori parlamentari per discutere stimoli e investimenti, oltre quattromila miliardi di dollari che devono essere approvati in modo bipartisan. Poi c’è la campagna vaccinale da accelerare, c’è l’inflazione da contenere, ci sono le lotte al Congresso da vincere. Il Bidenworld è convinto che il tempo sia dalla sua parte, il tempo per dimenticare il disastro afghano, o forse l’Afghanistan intero.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi