Amrullah Saleh (foto LaPresse)

Amrullah Saleh, l'ex vicepresidente che resiste per sopravvivere

Cecilia Sala

La resistenza ai talebani in Panshir, la necessità di costruire una rete clandestina per le informazioni e i sabotaggi e degli aiuti dall'estero. Chi è l'uomo che guida i miliziani locali e una parte dei soldati dell’esercito afghano

Il Panshir è l’ultimo lembo di terra afghana a non essere sotto il controllo dei talebani. Ma in questa provincia ancora libera, dove viene coltivata l’ambizione di avanzare nelle zone limitrofe combattendo gli “studenti coranici”, le cose così come sono potrebbero non durare per molto: “Sappiamo che le nostre forze militari e logistiche non sono sufficienti. Saranno rapidamente esaurite a meno che i nostri amici in occidente non trovino un modo per rifornirci”. Questo l’appello lanciato ieri sul Washington Post da Ahmad Massoud, figlio di quel comandante Massoud che ha guidato l’Alleanza del nord contro il vecchio regime dei talebani.

Ieri gli uomini della nuova resistenza del Panshir hanno fatto la loro prima dimostrazione, sfilando in una lunghissima colonna di motociclette e automobili, con soldati a bordo che sventolavano la bandiera dell’Alleanza: il tricolore verde, bianco e nero. In ogni caso non una vera dimostrazione di forza, considerando come erano equipaggiati. Non conosciamo il numero preciso di unità militari, ma sappiamo che oltre ai miliziani locali ci sono soldati dell’esercito afghano che, dopo la caduta di Kabul, sono arrivati nella regione perché, dice Massoud, “disgustati dai loro comandanti che si sono arresi senza combattere”.

 

Al fianco del giovane c’è il veterano ex vicepresidente Amrullah Saleh, mentre è ancora da capire cosa faranno l’ex governatore Atta Noor e il generale Dostum. Tutti e tre negli anni Novanta avevano fatto parte dell’Alleanza del nord e servito il comandante Ahmad Shah Massoud. Tutti e tre erano in rotta con l’ex presidente Ashraf Ghani, che ha ormai lasciato l’Afghanistan e adesso si trova negli Emirati Arabi Uniti. Delusi da lui due volte: prima perché ha trattato con i talebani e siglato gli accordi di pace a Doha, poi per la sua fuga durante la presa di Kabul.

L’ex presidente, forse su indicazione dell’inviato per i negoziati di pace dell’Amministrazione Trump Zalmay Khalilzad, li aveva messi ai margini proprio per via della loro intransigenza nei confronti dei talebani. Adesso, per Saleh, la resistenza nel Panshir significa innanzitutto lottare per la propria sopravvivenza. Se non dovesse funzionare, le alternative per lui sarebbero due: fuggire all’estero o venire giustiziato dai talebani. Per questo, l’uomo forte della nuova Alleanza del nord non può permettersi errori.

 

Il 9 settembre 2020, nell’anniversario dell’assassinio del Comandante Massoud e proprio mentre i funzionari afghani e i talebani si preparavano ai primi colloqui formali, Saleh era sfuggito a un attentato terroristico organizzato dagli “studenti coranici” a Kabul. Oggi sa che per resistere non può fermarsi, che bisogna estendersi fuori dal Panshir. Nel nord-est, in aree tradizionalmente antitalebane al confine con l’Uzbekistan e il Tagikistan, e a sud dove c’è una forte presenza di afghani di etnia pamir, tagika e uzbeka e dove si potrebbe costruire una rete clandestina per le informazioni e i sabotaggi, strumenti che Saleh, da ex capo dei servizi segreti afghani, conosce bene. C’è fretta anche perché il Panshir, protetto da una catena montuosa, ha necessità di allargarsi per consentire un ponte verso il Tagikistan (sia Saleh che Massoud sono di etnia tagika), senza il quale raggiungere la regione (e rifornirla) diventa ad altissimo rischio. E poi servono i mezzi, da qui l’urgenza di aiuto dall’estero, l’appello sul Washington Post e quello a Emmanuel Macron, le telefonate di Massoud al repubblicano Michael Waltz, che ha combattuto in Afghanistan con le forze speciali Usa e si è sempre opposto al ritiro del suo paese. Convinto che quelli che hanno appena preso l’Afghanistan siano “l’al Qaida 3.0”.

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