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La teoria del vuoto afghano e l'Europa

Claudio Cerasa

L’isolazionismo americano, lo spazio lasciato agli stati canaglia e la responsabilità delle società aperte

"Non tocca a noi”. Le parole utilizzate lunedì scorso dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden per rivendicare la scelta isolazionista fatta in Afghanistan dagli Stati Uniti – quante altre generazioni di figlie e figli d’America mi chiederete di mandare a combattere in una guerra civile come quella afghana in cui sono le stesse truppe afghane a non voler combattere? – costringono a riflettere con molta attenzione intorno a un tema geopolitico importante che riguarda non i nuovi equilibri del mondo ma un modo nuovo di governare una parola chiave che può determinare il futuro del mondo libero: il vuoto.

Il “non tocca a noi” recitato lunedì scorso da Joe Biden è in contraddizione con il multilateralismo che si sarebbe dovuto affermare in America nella stagione del post trumpismo ma non si può dire che sia una dottrina che arriva sullo scacchiere internazionale come un fulmine a ciel sereno. Il progressivo disimpegno strutturale dell’occidente da alcuni luoghi strategici come l’Afghanistan nasce ancora prima della stagione politica di Joe Biden, nasce ancora prima della stagione politica di Donald Trump, nasce già ai tempi delle primavere arabe di Barack Obama e nasce anche a causa di una grande illusione planetaria che ha a che fare con la teoria dei vuoti.

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La teoria dei vuoti prevede la possibilità che non tutti i vuoti che si vengono a determinare in politica estera debbano essere dannosi per chi contribuisce a crearli ma la teoria presenta purtroppo alcuni punti di fragilità estremi che diventano evidenti osservando ciò che è successo negli ultimi anni in alcuni paesi cruciali dove l’occidente ha scelto di creare un vuoto. E la questione è purtroppo semplice: in politica estera i vuoti non esistono e di solito gli spazi lasciati sguarniti dall’occidente liberale vengono riempiti da chi non ha particolarmente a cuore i così detti valori della società aperta.

In Afghanistan la teoria dei vuoti ci dice questo. Ci dice che la Cina ha già offerto “relazioni amichevoli” ai talebani in cambio di garanzie per gli investimenti (la Nuova via della seta cinese ha una diramazione in Pakistan, e un accordo con l’Afghanistan in questo quadro diventa strategico per proteggere i propri interessi, ma la Cina detiene anche la maggior parte dei diritti estrattivi del sottosuolo afghano, e un accordo di non belligeranza con i talebani permetterebbe al regime cinese di avere una quasi esclusività su quella che è la più ricca miniera del mondo a cielo aperto di minerali preziosi e minerali rari). Ci dice che l’Iran ha escluso ogni possibilità di intervento contro i talebani e ora si prepara a trasformare la fuga dei profughi dall’Afghanistan in una bomba umanitaria da utilizzare contro l’Europa, come fa da anni la Turchia. Ci dice che la Russia, pur avendo il dovere di proteggere se stessa da una possibile escalation jihadista, difficilmente, anche per allontanare dai suoi confini le truppe Nato, appoggerebbe una qualche nuova forza militare afghana anti talebana. E ci dice che la Turchia, pur essendo un paese che fa parte della Nato, ha garantito, per bocca di Erdogan, un canale costruttivo di dialogo con i talebani, affermando di voler coinvolgere in questo processo un altro paese sunnita come il Qatar. Succede così in Afghanistan, e siamo appena all’inizio, ed è successo così, negli ultimi anni, in altri territori in cui l’occidente ha scelto di disimpegnarsi. 

 

E’ successo così in Siria, dove l’egemonia politica esercitata dalla Russia nella regione si è andata a consolidare negli ultimi dieci anni anche grazie alla scelta della Nato e degli Stati Uniti di non intervenire in modo massiccio in Siria per eliminare il regime di Bashar el Assad e dove Vladimir Putin è riuscito a ottenere grazie all’appoggio offerto al regime siriano il controllo della base navale di Tartus e il controllo della base aerea di Khmeimim, nelle vicinanze di Latakia, sempre sulla costa mediterranea, trasformando la Siria nel porto della Russia sul Mediterraneo. E’ successo così in Egitto, dove l’avvicinamento tra le leadership turche ed egiziane, favorito anche dall’incapacità da parte dell’Europa di esercitare un’egemonia politica nella regione, ha portato a un processo di normalizzazione dei rapporti diplomatici interrotti di fatto nel 2013, quando il generale Al Sisi rovesciò il presidente eletto Mohammed Morsi sostenuto come tutti i Fratelli musulmani dalla Turchia, e dove il tentativo di costruire un dialogo costruttivo tra i due paesi ha portato Erdogan e Al Sisi a trovarsi in sintonia anche in alcune partite energetiche cruciali come dimostrato da una gara d’appalto lanciata dall’Egitto lo scorso marzo per la prospezione di gas e petrolio in 24 aree del Golfo di Suez e costruita anche in modo da rafforzare i legami diplomatici tra Egitto e Turchia (“una nuova èra sta iniziando nei rapporti fra la Turchia e l’Egitto”, ha detto qualche mese fa il ministro degli Esteri turco, Mevlut Çavusoglu). E’ successo così in Libia, dove la Turchia, ormai da due anni, sfruttando il progressivo disimpegno dell’America e dell’Europa, ha preso il pieno possesso di alcuni luoghi strategici del paese, offrendo un supporto militare a 360 gradi alla Libia, ricostruendo molte aree distrutte dalla guerra, come l’aeroporto di Tripoli. Il vuoto americano crea dunque vuoti che si riempiono in modo pericoloso, dando forza ai nemici delle società aperte, e in questo gioco di vuoti ce n’è uno forse impossibile da colmare che è quello che riguarda il ruolo nel mondo che potrebbe giocare l’Europa. Il discorso di Biden ha contribuito a trasformare il vuoto non in una scelta occasionale ma in una scelta strategica, cancellando così anche quel tratto di interventismo umanitario che per molti anni è stato patrimonio della sinistra, e di fronte a questo nuovo vuoto l’Europa avrà il dovere di scegliere da che parte stare, sapendo che mai come oggi se non sarà l’Europa a occuparsi di quei vuoti presto saranno quei vuoti a occuparsi dell’Europa. Non tocca a noi, dice Biden. Tocca a noi, dovrebbe dire l’Europa.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.