In America

La rivoluzione quieta di Joe Biden

Paola Peduzzi

Il voto bipartisan per le infrastrutture e il primo passo per un budget da Great Society mostrano che Biden ha un metodo e una certezza: il sistema può funzionare

La differenza l’ha fatta un assente, il senatore repubblicano del South Dakota, Mike Rounds, che ieri deve avere avuto una giornata molto difficile. Grazie anche alla sua assenza infatti il Senato americano ha approvato 50 a 49 (i cinquanta democratici di qui e i 49 repubblicani di là, ma comunque in caso di pareggio conta il voto del vicepresidente, la democratica Kamala Harris) il progetto di bilancio da tremila e cinquecento miliardi di dollari da spendere in sanità, anziani, bambini, istruzione e cambiamento climatico – il primo passo verso la rivoluzione più significativa in termini di sicurezza sociale e spesa dalla Great Society degli anni Sessanta, la rivoluzione di Joe Biden. I repubblicani hanno votato compatti contro quello che considerano uno stravolgimento del ruolo dello stato nell’economia, con tutte le implicazioni del caso, ma parecchie perplessità ci sono anche tra i democratici moderati che hanno sì votato per aprire il dibattito alla Camera ma che lì si aspettano un ridimensionamento del budget: c’è ancora moltissimo da lottare.

I repubblicani moderati avevano invece approvato, sempre al Senato,  il trilione stanziato per gli investimenti in infrastrutture: diciannove tra loro si sono schierati con i democratici, dopo molte negoziazioni e parecchie minacce, sancendo uno dei successi più grandi, forse il più grande, della strategia di dialogo bipartisan del presidente Biden. Questo voto è arrivato dopo settimane di  aperture e chiusure e di molti necrologi scritti sullo slancio unitario di questa nuova presidenza. Sorprendente è stato il capo dei repubblicani al Senato, quel Mitch McConnell che fatica a gestire il partito nel post trumpismo e che fino all’altro ieri diceva che non avrebbe mai e poi mai sostenuto i progetti di Biden. “Sono orgoglioso di aver sostenuto l’accordo bipartisan sulle infrastrutture – ha detto McConnell – e di aver mostrato che le due ali dell’Aula possono ancora riunirsi attorno a soluzioni di buon senso”, e qualcuno ha pensato che avesse preso una botta in testa.

 

Per quanto possa sembrare strano detto con il sollievo di adesso, il progetto sulle infrastrutture era la parte facile. Il bilancio è tutta un’altra faccenda: “Voi pensate che questo sia business as usual – ha detto McConnell – i liberal che fanno i liberal. Vi sbagliate, un tax-and-spend tanto sconsiderato non si era mai visto”. Si potrebbe dire che i repubblicani fanno i repubblicani nella loro opposizione, ma il problema è che le fratture ci sono anche e soprattutto tra i democratici che invece alla Camera devono essere compattissimi se vogliono che il progetto diventi legge. L’ala radicale del partito di Biden come sempre fa il massimalista: dice che l’accordo sulle infrastrutture è stato svilito soltanto per ottenere l’appoggio bipartisan ed è disposta a levare il suo voto alle infrastrutture se non ottiene unità sul budget. I moderati invece pensano che il budget sia la rovina del bilancio americano, un azzardo estremamente pericoloso che va contenuto e limato. La democratica dell’Arizona Kyrsten Sinema ha già detto che un budget così per lei non è votabile.

I repubblicani approfitteranno delle divisioni, Biden proverà a forzare la mano come ha fatto già con il Recovery plan da quasi duemila miliardi approvato qualche mese fa, ma lo scontro si annuncia brutale. Il presidente però, come ha scritto il commentatore e saggista David Brooks sul New York Times, è convinto che “il sistema possa funzionare”. E’ questa la sua rivoluzione: quando dice “build back America” intende certo i trilioni che vuole spendere per sistemare l’economia e la società, ma anche dimostrare che il sistema del dialogo centrista e moderato funziona. E lo fa nel modo più quieto e noioso possibile: non vuole lo show, anzi  meglio se c’è un governatore che si dimette per molestie, il presidente così lavora meglio.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi