Le bande di Caracas tra Koki e la Pelúa

Maurizio Stefanini

Il regime venezuelano è sempre più autoritario verso gli oppositori. Al contempo, però, è sempre più impotente nei confronti dei gruppi armati che si stanno impadronendo di gran parte del territorio

Ha pure 1173 followers su Instagram, Carla Dorianny Díaz Torrealba. “Bella mora, 22 anni, amante della pole dance, ballo, ballare, movimento, creativa, innamorata del cioccolato”. Afro-venezuelana con i capelli al tempo stesso lunghi e mossi tipici del dna afro-caraibico, ha infatti come nome d’arte "La Pelúa", “Capellona”. Solo che la sua specialità non è il ballo, né il canto, né la recitazione. In realtà probabilmente neanche sparare, anche se è diventata famosa per una foto in cui abbraccia un Kalashnikov quasi più grosso di lei. Tecnicamente faceva la “garitera”: sarebbe quello che nel gergo della mala italiana è il palo. Il membro di una gang che si mette di vedetta nei punto strategici, e avverte i compari sulla polizia in arrivo.

Non era la sola, ma era diventata la più famosa della Banda del Koki: non è chiaro se per la sua bravura, o per il suo impatto iconico. A ogni modo, ora che gli agenti del Cuerpo de Investigaciones Científicas, Penales y Criminalísticas de Venezuela (Cipc) la hanno arrestata, è diventata un bottino di guerra prezioso. Il successo che il governo di Maduro cerca di ostentare, per mostrare che ha iniziato a fare qualcosa contro la delinquenza che sta mettendo a ferro e fuoco la capitale, e che ha addirittura tentato un assalto al comando generale della Guardia Nacional. Come se in Italia qualcuno pensasse di prendere d’assalto il comando generale dell’Arma dei Carabinieri: roba che neanche le Brigate Rosse nel loro momento di massimo fulgore.

Il paradosso è però appunto questo. Il regime venezuelano è sempre più autoritario verso gli oppositori. L’ex-vicepresidente dell’Assemblea Nazionale Freddy Guevara è appena stato arrestato, e il numero dei prigionieri politici è appena arrivato a quota 276. Al contempo, però, è sempre più impotente nei confronti delle bande armate che si stanno impadronendo di gran parte del territorio. E' il caso di una frazione dissidente delle Farc contraria al processo di pace in Colombia cui il regime di Maduro aveva dato ospitalità, e che ha di fatto preso il controllo di ampie aree al confine con la Colombia. È il caso appunto della banda di Carlos Luis “Koki” Revete: un 43enne sulla cui testa c’è una taglia da mezzo milione di dollari, e i cui armati praticamente si erano messi a governare i quartieri popolari di Caracas Cota 905, La Vega e Petare.

  

 

Il governo contro di loro ha mobilitato carri armati e pezzi antiaerei. L’arresto della turbolenta ragazzina è presentato come simbolo di una “Operación Gran Cacique Indio Guaicaipuro” lanciata per recuperare il controllo dei tre quartieri. Ricercato dal 2013 per furto, omicidio e traffico di droga, Koki viene da una banda di strada. Aveva iniziato a federare altre bande fino ad arrivare a contare su 120 effettivi, quando nel gennaio del 2015 fu inserito in un programma “Zone di pace” con cui il regime di Maduro cedette in pratica il controllo del territorio alle bande, purchè se ne stessero calme. Nel luglio successivo ci ripensò, provando a recuperare il territorio con la forza. Nel 2017 stabilì un altro patto di non aggressione, per concentrarsi nella repressione dell’opposizione. Ormai arrivato a 180 effettivi, nel luglio 2019 Koki ha iniziato a attaccare lui, e a dicembre ha in pratica annesso al suo dominio il quartiere La Vega. A gennaio ha respinto una controffensiva delle squadre speciali della Polizia, al saldo di 23 morti. A marzo ha attaccato una caserma della Guardia Nazionale. L’8 luglio ha tentato appunto l’assalto allo stesso Comando Generale: 8 morti, e 26 compresi i successivi combattimenti.

  

Intanto la “megabanda” è arrivata a 300 effettivi, e al controllo di tutto l’Ovest della capitale. Sono “figli della rivoluzione”, accusa l’opposizione. La diffusione massiccia di “armi al popolo” fu voluta infatti dal regime e accompagnata da slogan sulla lotta di classe, che si ritorcono ora contro la nomenklatura madurista: nel momento in cui non ci sono più risorse da redistribuire, e dunque gli armati cercano di cavarsela da soli. Un adolescente che fa il lavoro della Pelúa può guadagnare 100 dollari a settimana: 30 volte un salario minimo. Sono le bande a risolvere le controversie, punire la criminalità spicciola, addirittura distribuire cibo e organizzare feste. Adesso il governo insiste che ha ripreso il controllo.

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