Confronti

Israele e il punto di equilibrio con la variante Delta

Cosa c'è da imparare dalla strategia di "soppressione soft" che studia il governo Bennett. Il paragone con il "freedom day" inglese (non si chiama nemmeno più così) e con le altre scelte europee

Paola Peduzzi

Quattro settimane fa il paese aveva celebrato il ritorno alla normalità, facendoci morire di invidia e di speranza. L'arrivo della variante Delta ha costretto il nuovo premier a studiare la strategia denominata “di soppressione soft”, un manuale di convivenza con il virus in costante equilibrio tra la promessa di normalità e l’imperativo di evitare un nuovo lockdown

Il virus non si ferma: evolve, è la sua natura. Ma la nostra natura è quella di sopravvivere”, dice Gadi Segal, capo dell’unità Coronavirus del  Sheba Medical Centre vicino a Tel Aviv, dando nuova forma alla convivenza con il virus, che qualcuno aveva pensato come pacifica e invece no: è pur sempre una battaglia. Israele sta cercando quel che definisce il “golden path”, una via intermedia tra le riaperture in stile inglese e le chiusure più drastiche in stile australiano.


Tutta l’Europa sta cercando questo equilibrio d’oro, ora che l’obiettivo di immunizzazione dell’Ue è stato raggiunto ma ci si ritrova con due problemi da affrontare: le sacche di esitazione sui vaccini e la variante Delta.

 

Quattro settimane fa, Israele aveva celebrato il ritorno alla normalità, facendoci allo stesso tempo morire di invidia e di speranza, il distanziamento e le mascherine obbligatorie erano stati annullati, ma l’arrivo della variante Delta ha costretto il premier, Naftali Bennett (sì nel frattempo in Israele ci sono state anche le elezioni ed è cambiato il capo del governo), a studiare la strategia denominata “di soppressione soft”, che è un manuale di convivenza con il virus in costante equilibrio tra la promessa di normalità e l’imperativo di evitare un nuovo lockdown.

 

Ma quali sono i valori da considerare per definirlo, il punto di equilibrio? E’ la domanda che più ossessivamente viene posta ai leader politici europei, ancor più ora che la Francia introduce il certificato vaccinale come via libera per la normalizzazione e il Regno Unito aspetta preoccupato il suo “freedom day”, previsto per il 19 luglio (non lo chiama più nemmeno il governo così e la perentorietà con cui si era escluso un ritorno ad alcune restrizioni in caso di peggioramenti è evaporata). Il comitato scientifico di Londra ha fissato ieri alcuni numeri della convivenza con il virus: il picco dell’ondata da exit, come viene chiamata la prossima possibile ondata, è stabilito a 1.000/2.000 ospedalizzazioni al giorno. Questa è la soglia di tolleranza: il modello matematico evidenzia che piccole differenze nei comportamenti hanno un grande impatto sull’esito del contagio, quindi è molto difficile fare previsioni accurate, anche se tutti, politici e scienziati, dicono che l’importante è non avere fretta nel tornare alla normalità. In pratica il governo inglese delega il principio di cautela ai cittadini.

 

Anche in Israele il dato delle ospedalizzazioni è diventato il più sensibile: al momento i casi di Covid grave in ospedale sono pari a 45. Il governo ha reintrodotto l’obbligo di mascherina al chiuso e la quarantena per chi arriva in Israele. Dentro all’esecutivo ci sono molte polemiche: il ministero della Salute dice che badare soltanto alle ospedalizzazioni non permette di tenere monitorate le infezioni, “è possibile che non ci sia un aumento dei gravemente ammalati, ma il prezzo di un eventuale errore ci preoccupa molto”, ha detto una funzionaria del dicastero. Da domenica, è a disposizione una terza dose di Pfizer/BioNTech per i più vulnerabili (con un sistema immunitario compromesso): non c’è una campagna governativa in corso a favore della terza dose perché non ci sono ancora studi univoci sulla necessità di un’ulteriore somministrazione e sulla sua efficacia contro la variante delta. Pfizer/BioNtech ha detto alle autorità competenti dell’Ue e degli Stati Uniti di verificare la possibilità di offrire anche loro  una terza dose.

 

Al momento, in Israele il 60 per cento della popolazione ha ricevuto almeno una dose di vaccino: fino all’arrivo della variante Delta, il livello di immunizzazione pari all’immunità di gregge era al 70 per cento della popolazione. Ora questa soglia è stata alzata all’80 per cento, mentre il governo ha reintrodotto con un certo rigore gli elementi cardine della “soppressione soft”: pubblicità sull’utilizzo delle mascherine, test rapidi, controllo delle infezioni (anche se i dati che più vengono pubblicati sono quelli della ospedalizzazione) e vaccini. In Israele come altrove la maggiore riluttanza è stata riscontrata tra i genitori che esitano a vaccinare i figli: da giorni, assieme alle mascherine sono aumentate le prenotazioni per gli under 18.
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi