In israele

Yair Lapid, il tessitore

Ha ceduto la premiership, ha lavorato nel silenzio, ha aspettato. Mentre tutti erano appesi alle decisioni di Yamina, l'ex ministro delle Finanze studiava pesi e contrappesi

Micol Flammini

I riflettori sono tutti per Bennett, ma è il leader di Yesh Atid la mente della coalizione anti Netanyahu che cerca di formarsi in Israele, tra mancanza di chimica tra i partiti e una regola: parlare solo di quello che unisce. Il rischio di un governo dell'immobilismo

Le trattative per la formazione del nuovo governo in Israele sono complicate. Gli otto partiti che dovrebbero formare la maggioranza anti Netanyahu hanno iniziato a litigare un po’ su tutto, su ministeri grandi e piccoli, e sui punti della bozza di  programma che mercoledì dovrà essere consegnata al presidente Rivlin. Questo governo in formazione ha al suo interno varie anime che poco si conciliano tra di loro, uno spettro di partiti che va dalla destra alla sinistra e avrà  la  premiership a rotazione. Il primo a iniziare sarebbe Naftali Bennett, il leader nazionalista del partito di destra Yamina, ex alleato di Benjamin Netanyahu, che in questi mesi ha lasciato tutti in attesa, lui con i suoi sette seggi vinti alle elezioni di marzo. Si è contraddetto varie volte, ha smentito ogni promessa fatta, ma domenica ha detto di essere pronto a formare un governo di unità nazionale. E non importa se lui, a favore di una maggiore espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, dovrà allearsi con la sinistra, e non importa  se per diventare premier avrà bisogno di fare concessioni a Mansour Abbas, il  leader del partito arabo Ra’am, Bennett è pronto e con il discorso di domenica ha rotto in modo definitivo con Netanyahu. Ma nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza Yair Lapid, leader di Yesh Atid, il partito di centrosinistra arrivato secondo alle elezioni. Lapid ha ottenuto diciannove seggi,  undici in più rispetto a Bennett, eppure si è accontentato di lasciare al leader di Yamina il privilegio di assumere la premiership per primo.

 

L’ha corteggiato, assieme a lui ha corteggiato Mansour Abbas, si è tenuto vicino l’ex deputato del Likud Gideon Sa’ar, si è riavvicinato all’ex alleato Benny Gantz e ha saputo attendere.  Ha lasciato sempre i riflettori agli altri, soprattutto a Bennett, capendo che per formarsi il suo “governo del cambiamento” avrebbe avuto bisogno di pazienza. Mentre Bennett strepitava per ottenere attenzione e adesioni, Lapid rimaneva in silenzio, cercava le alleanze, i pesi e i contrappesi. Incontrava uno a uno i leader dei vari partiti che dovrebbero entrare in questo enorme contenitore contro Netanyahu. Il leader di Yesh Atid  faceva le prime promesse, distribuiva in segreto i primi ministeri e lasciava agli altri le liti con il premier.  

 

Lapid è il più paziente di tutti, ieri ha ammesso che persistono degli ostacoli, c’è stato un grande litigio tra Kahol Lavan – il partito di Benny Gantz – e Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. Vogliono tutti e due il ministero dell’Agricoltura, ma questi scontri che sono tipici di ogni coalizione non sono nulla in confronto a quello che potrebbe avvenire durante la stesura del programma. Yair Lapid e Naftali Bennett hanno già lavorato insieme, ma nonostante da qualche giorno durante i loro discorsi non facciano che chiamarsi “amico”,  sono opposti in tutto. Sono stati dentro alla stessa coalizione quando a tenerli uniti c’era Netanyahu, ma i due la pensano in modo diverso sulla sicurezza, gli insediamenti e  la politica estera. Ancora meno colmabile sembra la distanza tra i partiti di sinistra come Labor e Meretz e Yamina o New Hope, il partito di  Gideon Sa’ar. Lapid ha deciso però di tenere tutti insieme, fino all’ultimo vuole cercare di accontentare ogni membro della sua coalizione e tra gli alleati, ognuno con le sue motivazioni e battaglie, la regola che Lapid ha dato è: non parliamo degli argomenti che ci  dividono.  

 

Se il governo del cambiamento dovesse insediarsi, se Bennett dopo dodici anni di Netanyahu dovesse diventare il prossimo premier di Israele, le questioni che più potrebbero generare tensioni verrebbero tutte rimandate di almeno un anno. Per il primo anno non si parlerà di negoziati di pace con i palestinesi, non si parlerà di insediamenti. Tutto rimarrà immobile, paralizzato, in attesa che, governando assieme, tutti i leader trovino dei punti in comune che evitino la caduta dell’esecutivo. Più che un governo del cambiamento rischia di diventare un governo dell’immobilismo, in cui ogni decisione, al di fuori della riforma della Giustizia che tanto sta a cuore ai nemici di Netanyahu, verrebbe congelata.  Così come avvenuto negli ultimi due anni caratterizzati dalle quattro elezioni di fila, il funzionamento di Israele si baserebbe sulla macchina solida e ben oliate delle sue istituzioni. 
Lapid è stato il tessitore di questa coalizione che prova a nascere e mai, in dodici anni, si era arrivati tanto vicini a un governo senza la leadership di Netanyahu. Lapid ha stabilito le regole di convivenza, si è accontentato del secondo posto, si è messo in attesa e,  se l’esecutivo reggerà, il suo momento per diventare premier arriverà nel 2023. Finora Lapid ha fatto qualcosa di impensabile: ha messo attorno a un tavolo otto partiti diversissimi. Se davvero l’esecutivo di unità nazionale dovesse insediarsi, Israele avrebbe la sua occasione di dimostrare che può farcela senza Netanyahu, che la sua democrazia è solida e il suo futuro non è legato al destino di un premier. Netanyahu è anche stato il collante dell’opposizione e  Lapid ha il compito più difficile di tutti: se riuscirà a costruire questa alleanza, per tenere davvero Bibi lontano dalla politica di Israele, dovrà trovare anche il modo per governare senza parlare di Bibi.  

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