Così l'ideologia anti immigrazione di Trump affossa la grandezza americana

Eugenio Cau

Una parte consistente degli immigrati che Trump terrà lontano dagli Stati Uniti per il resto dell’anno è composta da lavoratori altamente qualificati, professori universitari e manager d’azienda

Milano. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lunedì sera ha firmato un ordine esecutivo che sospende fino alla fine dell’anno l’emissione di un gran numero di visti necessari per entrare negli Stati Uniti per lavoro. L’ordine era atteso da settimane, ed è stato voluto da Stephen Miller, il consigliere di Trump dietro a molte delle sue proposte più estreme, ossessionato dalla questione migratoria. La ragione esplicita della decisione riguarda il coronavirus: la Casa Bianca sostiene che sospendere gli ingressi per lavoro nel paese garantirà più posti di lavoro ai cittadini americani. Ma secondo tutte le associazioni di business, tutte le confederazioni di aziende e la stragrande maggioranza degli esperti, sospendendo i visti l’America si spara sui piedi.

 

Ora, tralasciando le teorie celebri del “melting pot”, e gli studi infiniti secondo cui il bilancio dell’immigrazione è quasi sempre positivo per una società, se guardiamo quali visti Trump ha sospeso capiamo che l’errore è evidente. L’America ha confermato una sospensione delle “green card”, cioè dei permessi di soggiorno permanenti, già annunciata ad aprile. Poi ha sospeso l’emissione dei visti H-1B, che sono quelli per il lavoratori con competenze specifiche di alto livello, gli H-2B, per i lavoratori stagionali non agricoli, i J-1, per gli scambi culturali e accademici che di solito sono usati da studenti e professori universitari per trascorrere periodi di studio negli atenei americani, e i L-1, che sono visti temporanei che consentono alle aziende che hanno una sede negli Stati Uniti di trasferire internamente i propri dipendenti e dirigenti. Insomma: una parte consistente degli immigrati che Trump terrà lontano dagli Stati Uniti per tutto il resto dell’anno è composta da lavoratori altamente qualificati, professori universitari e manager d’azienda.

 

I visti H-1B, in particolare, sono importantissimi per l’innovazione in America perché sono utilizzati dalle aziende della Silicon Valley per attrarre i migliori talenti del mondo, e basta un rapido elenco di chi guida le aziende tecnologiche americane più importanti per capire quanto attrarre talenti sia fondamentale: Sundar Pichai, il ceo di Google, è nato in India, così come Satya Nadella, il ceo di Microsoft, e Shantanu Narayen, il ceo di Adobe. Sergey Brin, il cofondatore di Google, è nato in Russia. Elon Musk in Sudafrica. Susan Wojcicki, ceo di YouTube, è nata negli Stati Uniti ma suo padre Stanley viene dalla Polonia. Il fondatore di Zoom è nato in Cina. Il padre biologico di Steve Jobs è nato in Siria. Si potrebbe andare avanti più o meno all’infinito.

 

Non è un caso che molti di questi luminari e imprenditori di successo tra ieri e lunedì abbiano usato i social per protestare e raccontare le proprie esperienze. Pichai di Google ha detto che è “deluso” dalla decisione della Casa Bianca. Jack Dorsey, ceo di Twitter, ed Elon Musk hanno protestato con forza. Susan Wojcicki di YouTube ha scritto su Twitter che i suoi genitori sono scappati dalla Polonia per sfuggire al regime comunista, e come l’America abbia accolto i loro talenti (il padre Stanley ha insegnato Fisica a Stanford). Andrew Ng, che è nato a Londra ma ha origini cinesi, è probabilmente il più famoso ricercatore al mondo sull’intelligenza artificiale, e ha raccontato su Twitter che lui stesso appena arrivato in America ha usufruito del visto H-1B, tra quelli che Trump ha sospeso.

 

Il problema riguarda anche i visti accademici: Akiko Iwasaki, immunobiologa di fama internazionale che è nata in Giappone e adesso lavora a Yale, ha scritto che la decisione di Trump porterà a “una perdita devastante di creatività e produttività. Praticamente tutti i laboratori d’America ne risentiranno negativamente”. Non è un buon segno se una grande immunobiologa ti dice che i tuoi laboratori saranno penalizzati nel bel mezzo di una pandemia. Pochi settori come quelli della tecnologia e della scienza dimostrano che l’America è diventata grande grazie all’immigrazione. Con una decisione dettata dall’ideologia, e forse dal tentativo disperato di accontentare la sua base più intransigente, Trump si fa male da solo.

  • Eugenio Cau
  • E’ nato a Bologna, si è laureato in Storia, fa parte della redazione del Foglio a Milano. Ha vissuto un periodo in Messico, dove ha deciso di fare il giornalista. E’ un ottimista tecnologico. Per il Foglio cura Silicio, una newsletter settimanale a tema tech, e il Foglio Innovazione, un inserto mensile in cui si parla di tecnologia e progresso. Ha una passione per la Cina e vorrebbe imparare il mandarino.