Regime o no? La dittatura di Maduro spiegata a Paolo Mieli

Loris Zanatta

Il caso Venezuela va affrontato nei dettagli perché dimostra che la ricetta populista è peggiore del male che voleva curare

Il regime di Maduro non è una “dittatura”; chiamarlo così è “improprio”. Dal dopoguerra in poi l’Occidente “non ne ha azzeccata una”. Cinque stelle e Vaticano sono stati “saggi” a tenersi lontani dalla crisi venezuelana. Tali sono le tre bombe sganciate da Paolo Mieli sul Corriere di domenica. Dispiace dirlo, ma le trovo tutte e tre sbagliate.

 

Cominciamo dalla prima: quello di Caracas, è un regime “fortemente illiberale”. E’ un po’ incinta, insomma, ma non del tutto, un po’ sbronzo, ma non proprio ciucco. E perché? Perché vanta ancora vasto consenso. Quanto? Chissà. Ma se questo è il criterio, apriti cielo: nemmeno fascismo e nazismo furono “dittature”; Stalin e Mao ne escono benone: di consenso ne ebbero ben più del chavismo attuale! Come diceva padre Gazo, un gesuita alla corte di Chávez, “una dittatura eletta non è una dittatura”. E le minoranze? E il dissenso? Non sarà che un regime “fortemente illiberale” sia proprio questo: una dittatura?

 

Il problema è che misurare il consenso di regimi che hanno monopolizzato il potere è un esercizio fatuo: sarebbe sorprendente se non ne avessero! Maestro di Chávez fu Castro: prima “si prende il potere”, ossia l’esercito, la polizia, la magistratura, poi tutto il resto: scuole ed economia, stampa e sindacati. Infine, col potere saldo in mano, si fa “la rivoluzione”: chi potrà opporsi? E’ quel che fece Chávez: “Dio sta con noi”, proclamò. Poi scatenò la caccia all’infedele. La politica diventò guerra di religione.

Certo, fallito l’assalto armato al potere, gli era toccato indossare gli abiti della democrazia: elezioni, proteste, critiche. Ma erano punture di spillo: s’impadronì del consiglio elettorale e del potere giudiziario, creò squadre paramilitari e purgò l’esercito, fondò università ed espropriò imprese. PDVSA, la compagnia petrolifera di Stato, divenne un bancomat personale. Ci edificò la sua gloria, ci affondò il paese. La politica ai tempi di Chávez si giocò su una cancha inclinada: la sua squadra calciava la palla in discesa, gli avversari in salita.

  

Il regime di Maduro non è una “dittatura”; chiamarlo così è “improprio”.
Dal Dopoguerra in poi l’occidente “non ne ha azzeccata una”. Cinque stelle e Vaticano
sono stati “saggi” a tenersi lontani dalla crisi venezuelana.
Le tre bombe sganciate da Mieli sul Corriere, che vale la pena affrontare (e smontare)

  

Ma la fortuna l’aveva baciato: da 8 dollari al barile, il petrolio schizzò sopra i 100. Una cascata di dollari sommerse il Venezuela. Li spese più in fretta che poté, il parente ricco offrì da bere al bar del paese. Ci finanziò gli amici? A palate. Le diplomazie scuotevano la testa: il governo spendeva più di quanto incassava, consumava più di quanto investiva, distribuiva più di quanto produceva; quando i prezzi cadranno, il castello crollerà. Detto fatto: il prezzo del petrolio si dimezzò, il consenso evaporò, la finzione democratica finì. Sconfitto alle elezioni del 2015, il suo delfino non fece una piega: continueremo a “governare col popolo e i militari”, disse Maduro. Il “suo” popolo era “tutto” il popolo. Tolti i poteri al Parlamento, s’inventò un’Assemblea Costituente: un golpe. Un cantore del regime commentò: “la democrazia non si misura dal numero di voti ma dal grado di protagonismo del popolo”. Amen.

 

La seconda bomba di Mieli trascende il caso venezuelano: l’Occidente ha fallito ovunque, sostiene citando Corea e Vietnam, Cile e Libia. Sarei più cauto. Se oltre gli alberi guardiamo la foresta, vediamo che le frontiere della democrazia si sono ampliate dalla seconda guerra mondiale in qua. Fustigarsi e basta non mi pare corretto. Dopodiché si può discutere di “colpe” e “meriti”. Se stabiliamo che l’Occidente porta la “colpa” del golpe in Cile nel 1973, per esempio, allora sarebbe onesto dargli il “merito” della transizione democratica di tutta l’America Latina un decennio dopo: fece tanto per promuoverla. Ma la verità è che né Allende cadde per “colpa” dell’Occidente né la democrazia tornò per suo “merito”: le cause furono perlopiù endogene. Eppure l’esistenza di un ordine liberale, di un Occidente forte e credibile, giovò nel complesso alla causa democratica. Perciò l’odierno ”abbandono dell’Occidente”, quand’anche inevitabile, non è una buona notizia.

 

La terza bomba, infine, riguarda la “saggezza” di Vaticano e Cinque stelle: ci hanno tenuto al riparo dal pantano venezuelano. Ma non è “saggezza”, bensì “affinità”. Come gli altri populismi latinoamericani di matrice cristiana, il chavismo è pauperista e anticapitalista, invoca il popolo “puro” o “mitico” contro le élite “immorali” o “l’economia che uccide”, detesta la democrazia rappresentativa e osanna i “movimenti popolari”, ama le “periferie” e disprezza l’Occidente liberale. Non è l’universo morale grillino? Non è la predica pontificia? Il disastro venezuelano li mette in imbarazzo: perché quel regime nazionale e popolare, quel crociato della guerra al neoliberalismo, è sprofondato in un pozzo di miseria e di violenza, di corruzione, narcotraffico, disuguaglianza? Che la ricetta populista fosse peggiore del male che voleva curare? I vescovi venezuelani denunciano il “totalitarismo”: altro che regime “illiberale”. Il Papa predica il dialogo. Come opporsi al dialogo? Ma se a nulla è giovato Guaidò, a nulla le ottuse minacce di Trump, il dialogo ha ottenuto qualcosa? Se ne parla dal 2005: il regime ne ha profittato per costruirsi una botte di ferro.

 

L’anno scorso, una missione delle Nazioni Unite si recò a Caracas. La guidava Michelle Bachelet, socialista, ex presidente cilena. Il suo rapporto è un viaggio all’inferno. Ci sono squadroni della morte in Venezuela: obbediscono al governo, entrano nei quartieri poveri, uccidono, rubano, stuprano. Circa 2000 esecuzioni nei primi sei mesi del 2019; oltre 7000 nel 2018. Non è terrorismo di Stato? Poi ci sono i morti ammazzati nelle proteste di piazza, i desaparecidos inghiottiti dalle galere, gli attivisti assassinati, i prigionieri politici. E le torture: scosse elettriche, “sottomarino”, il solito campionario. Dinanzi a ciò, “tutto il resto è noia”: giornali e radio chiuse; giornalisti e docenti perseguitati; minacce e violenze; ricatti e ritorsioni. Paese d’immigrazione, il Venezuela ha espulso cinque milioni di abitanti, un esodo immane. Sarà così saggio il governo italiano a lavarsene le mani? Gli conferisce superiorità morale? A me fa vergogna. Se la nostra politica è che a casa sua ognuno massacra chi vuole, tanto vale dirlo, è più onesto.

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