(foto LaPresse)

Tra “rami spogli” e “avanzi”, la Cina riflette sui danni della politica del figlio unico

Giulia Pompili

Un prof. propone: e se la soluzione fosse la poligamia?

Roma. Il protagonista di questa storia non è una voce particolarmente influente. Yew-Kwang Ng ha 77 anni, è cittadino della Malaysia e insegna Economia alla Fudan University di Shanghai. Da anni si occupa, con un approccio un po’ radicale, di felicità e altruismo come motori dell’economia. Ma come spesso succede, quando qualcuno la spara grossa, si aprono dibattiti che in realtà finiscono su problemi molto più grandi, ferite aperte della società altrimenti ignorate o tenute nascoste. Il prof. Ng ha una rubrica settimanale sul sito finanziario NetEase Finance, e all’inizio di giugno ha scritto un articolo in cui metteva a tema la poligamia: “Il rapporto tra uomini e donne in Cina è gravemente sbilanciato: ogni 100 donne ci sono circa 117 uomini. Decine di migliaia di uomini in età da matrimonio non avranno le loro mogli. Cari lettori, avete mai pensato a come risolvere questo grave problema?”. Nell’intervento precedente il prof. Ng scriveva in effetti che il matrimonio è centrale per la ricerca di quella felicità di cui sopra, che poi muove l’economia. Ma insomma, se ci sono troppi uomini per poche donne i bordelli – che pure il prof. Ng consiglia e favorisce perché considera “la soddisfazione sessuale un diritto” – non sono sufficienti. Perché “la funzione della moglie non è solo sessuale, la moglie è una compagna” e soprattutto è legata alla genitorialità. E allora che fare? Dare a ogni donna la possibilità di essere compagna di due uomini. Del resto, spiega il prof., ci sono prostitute nei bordelli che soddisfano dieci persone, quindi è possibile farlo anche per due. E preparare da mangiare per un uomo occupa lo stesso tempo che prepararlo per due.

 

Ora, naturalmente le origini malay del professore – paese a maggioranza musulmana dove la poligamia è possibile solo per gli uomini, che possono sposare fino a quattro donne – può aver influito su questa sua teoria drammaticamente pragmatica. Il punto è che, scriveva Jiayun Feng su SupChina qualche giorno fa, i commenti online dei cinesi (delle cittadine, specialmente) su Weibo hanno demolito, giustamente, l’ipotesi azzardata del prof. Ng. “Questa non è poligamia, si tratta di uomini che condividono la stessa schiava sessuale”; “Scusi, prof. Ma lei studia la felicità dei cinesi oppure solo quella degli uomini cinesi?”, tra i commenti all’articolo.

 

Nel suo delirio economico-sessuale, però, il professore solleva un argomento che in Cina sta diventando davvero un problema: secondo l’ufficio di statistica di Pechino, nel 2018, su una popolazione di 1,4 miliardi di persone, gli uomini superavano le donne di almeno 34 milioni di persone. La colpa è quasi del tutto riconducibile a trentasei anni di politica del figlio unico. Per risolvere il problema del sovrappopolamento quasi tutti i paesi asiatici hanno attuato, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta, una pianificazione famigliare autoritaria. In Cina la politica del figlio unico è un trauma collettivo: ha permesso a tutti di mangiare, sì, ma le sterilizzazioni forzate, la tratta dei bambini non voluti, fanno parte della storia più cruenta e crudele del Partito. E’ stata abolita soltanto nel 2013, quando a Pechino hanno iniziato a vedere che quest’ossessione per la camera da letto dei cittadini stava portando in realtà a un problema opposto: l’invecchiamento della popolazione. Non solo: siccome per oltre trent’anni l’unico figlio che si poteva avere era preferibile che fosse maschio (lavora prima, è più utile alla famiglia) adesso gli uomini in età da matrimonio sono troppi rispetto alle donne. E in più, scriveva sul Washington Post Anna Fifield, ci sono i problemi comuni delle economie più sviluppate: le donne non vogliono più scegliere tra famiglia e carriera, tendono a rimandare il matrimonio, ad avere bambini, “ed è una bomba demografica a orologeria”. Entro il 2027 la popolazione cinese smetterà di crescere, e inizierà il declino, un po’ sul modello giapponese. Al di là della poligamia, Pechino e i governi locali da anni si interrogano su cosa fare di questi “rami spogli”, che in cinese sono gli uomini non sposati “perché non danno frutti al loro albero genealogico”. In Cina le donne non ancora sposate a trent’anni, invece, le chiamano “avanzi”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.