Le statue e la memoria

Maurizio Crippa

Dall’America a Bristol, abbattere i simboli schiavisti non aiuta a conoscere la storia. Cioè a cambiarla

Milano. Benché vandalizzata due volte negli scorsi due anni, la statua di John Brown resiste ancora dritta a Kansas City, in quel che resta della town di Quindaro che fu centro di raccolta di schiavi in fuga. Nessuno prevede di abbatterla, benché il celebre abolizionista a mano armata, questo è ancora per i confederati e anche per molti storici, sia una delle figure più ambigue della lotta allo schiavismo. Forse perché nel mito di John Brown risiedono le anime diverse dell’America che fanno capolino anche in questi giorni – quella pacifista e quella belligerante. O forse perché c’è qualcosa di vero nella celebre sentenza di Robert Musil, secondo cui “i monumenti sono così palesemente irrilevanti. Nulla in questo mondo è più invisibile di un monumento”. Almeno fin quando gli occhi della storia non mutano inquadratura, e un nuovo virus li infiamma. Ma la colpa non è delle statue, è dell’aria infettata e di un modo distorto di guardare il passato. Levar Stoney, il sindaco afroamericano di Richmond, ha proposto la rimozione dei quattro monumenti “confederati” della città e ha così motivato: “La storia va vista dal presente”. Il che è una necessità obbligata, ma è pericolosa. Non per le statue – i simboli possono cambiare di posto e finire occultati in un museo, e persino di significato nel corso dei secoli: chissà come giudicheremo, tra qualche decennio, certe icone di Banksy che oggi ci paiono autoevidenti – ma per il presente. Il problema, prima di cancellare la storia per redimerla dal proprio male e riscriverla, è di capirla.

  

L’iconoclastia postmoderna contro le statue, soprattutto negli Stati Uniti, è vecchia. Era riesplosa nel 2017, fine dell’èra Obama, proprio attorno a una statua del generale Lee a Charlottesville, che la new wave purificazionista voleva rimuovere. Man mano che gli studi storici e sociali non più su base “wasp” tracimavano dalle università verso la terra incolta dei social media e degli attivisti, la furia della damnatio memoriae è degenerata. Fra i più celebri incolpevoli ha travolto Cristoforo Colombo. E ha attraversato l’Atlantico. Nei giorni scorsi ci sono incappati Churchill a Londra, “razzista”, e persino Vittorio Emanuele II a Torino, che se era razzista lo era in modo inconsapevole, come per tutto il resto. L’iconoclastia civile non è da confondere con quella religiosa, non è uno scontro di civiltà, è dentro alla dinamica del presente. I Buddha di Bamiyan abbattuti dai talebani e le statue che portano il segno di divisioni sociali ancora vive e dolorose sono cose diverse. E’ più che legittimo non volere alcuna statua di Hitler in Germania, anche se Marx e Engels stanno ancora lì a due passi da Alexanderplatz. E a Budapest il Memento Park che custodisce le statue dello stalinismo ha resistito (finora) anche alla riscrittura della storia di Orbán. Va anche tenuto in conto, nel giudicare i revisionisti Blm che vogliono disarcionare il generale Lee, che la statuaria degli Stati Uniti non è esattamente una storia innocente, quasi fosse un’eredità rimasta lì casualmente dai secoli, come la statua di Santiago Matamoros a Compostela (che pure volevano rimuovere). Molte delle statue dedicate a eroi del sud schiavista sono state erette nel ’900, non come gesti di suffragio ma come rivendicazione o provocazione politica. Nel Campidoglio di Washington, tra centinaia di statue di americani illustri, i neri sono solo quattro, uno è Martin Luther King. La storia siamo noi, e siamo oggi. 

   

La storia dovrebbe servire a questo: a capire che non c’è mai nulla di assolutamente puro che giustifichi la cancellazione del resto. Edward Colston, il defenestrato di Bristol, era un membro della chiesa Alta, era un mercante di schiavi ed era un filantropo. La lotta abolizionista ha le sue zone d’ombra, a partire dal presidente Jefferson. Per quanto tutto ciò irriti terribilmente i neopuristi. Mentre si chiede di sanare il “peccato originale” degli Stati Uniti e si manifesta contro il razzismo e per la pace, fare la guerra ai simboli non è una grande idea. Bisogna superare il razzismo perché c’è stato lo schiavismo, non cancellarne la memoria credendo così di aver abolito anche il passato. Il sindaco di New York Bill De Blasio ha proposto una mappatura dei “simboli di odio”. Per abbatterli tutti? Magari basta più saggiamente spostarli, cambiarne il segno. Fare la guerra alle statue, invece di riflettere su tutte le ambiguità e le croste e le cicatrici della storia di cui sono legittime rappresentanti, non è saggio. Meglio conoscere, e sperare di arrivare un giorno alla serenità di Musil: “Nulla in questo mondo è più invisibile di un monumento”.

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"