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Il futuro dell'Europa unita passa anche dall'istruzione

Fulvio Cortese*

La cooperazione è necessaria anche per incoraggiare la partecipazione dei giovani alla vita democratica dell’Ue

Sara è studentessa nella mia facoltà. Mi ha scritto per chiedermi un intervento in un’iniziativa che segue da quando frequentava il liceo. E’ iscritta a M.E.P. (Model European Parliament) Italia, un’associazione costituita sin dal 1996 da ragazzi e insegnanti. L’associazione è parte di una rete attiva in molti paesi dell’Unione. Lo scopo è promuovere nelle scuole una dimensione europea dell’educazione; lo strumento è la simulazione dei lavori della Commissione e del Parlamento europeo.

 

Ho aderito volentieri: il futuro dell’Europa passa anche da qui. E da qui passa anche buona parte del presente della tanto evocata educazione civica. E’ in iniziative come questa che le scuole si aprono al dibattito pubblico e al confronto razionale, all’allenamento effettivo sulle capacità sociali e di cittadinanza che altrimenti resterebbero dormienti.

 

L’Unione europea se ne è accorta da tempo, al di là dei vani sforzi nazionali, naufragati nell’introduzione, a scuola, di una materia-non-materia, “Cittadinanza e Costituzione”, presto abbandonata alla buona volontà di insegnanti e alunni. Il Consiglio dell’Unione ha adottato due importanti raccomandazioni, nel 2006 e nel 2018, in cui le competenze di cittadinanza figurano tra le abilità che sono indispensabili a tutti i cittadini europei, “per assicurare resilienza e capacità di adattarsi ai cambiamenti”; alle grandi trasformazioni che costituiscono ormai la regola della complessità globale. Non è questo ciò che serve, specie ai più giovani, per scoprirsi adulti e responsabili?

 

Per l’Europa il fulcro di questa politica non è solo l’istruzione. Sull’istruzione in senso stretto l’Unione non ha grandi competenze. L’art. 165 del Trattato sul funzionamento dell’Unione assegna alle istituzioni sovranazionali un ruolo di coordinamento e di incentivazione: è esclusa la possibilità di intervento sui sistemi di istruzione dei singoli stati. I grandi dibattiti sulle politiche scolastiche e sulla corrispondente identità culturale non sono al centro dell’attenzione. Ciò che interessa, a livello europeo, è che in quelle politiche vengano favorite la mobilità di docenti e di studenti e lo scambio di esperienze tra singoli istituti. Si tratta di condividere informazioni e di cooperare, anche nella prospettiva di “incoraggiare la partecipazione dei giovani alla vita democratica dell’Europa” (art. 165.2 Tfue). Di mettere un ulteriore tassello per la costruzione di una comunità che circola e si forma nell’Unione in piena libertà.

 

Il problema dell’occupabilità

La qualità dell’istruzione, di cui l’Unione si occupa (art. 165.1 Tfue), poggia sulla garanzia di uno spazio di movimento e di apprendimento più ampio di quello statale e di quello scolastico. E’ l’obiettivo dell’apprendimento per tutto l’arco della vita (lifelong learning), che non è soltanto funzionale alla massima occupabilità per lavoratori che devono potersi stabilire in ogni stato membro. E’ funzionale alla realizzazione di una società fondata sulla conoscenza, l’obiettivo ambizioso che l’Unione europea si è data sin dal Consiglio di Lisbona, nel 2000, e rispetto al quale tutte le politiche europee sull’istruzione hanno svolto un ruolo di fondamentale fertilizzatore.

 

Il 22 febbraio, in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna, Mario Draghi ha ricordato l’importanza del programma universitario Erasmus. L’ha ricordata come testimonianza tangibile di una voglia di Europa che i giovani manifestano con costanza. Ma quell’esperienza va ricordata anche come fattore di evoluzione del sistema universitario nazionale. Soltanto per il nostro paese, i numeri dimostrano l’indubbio successo del fenomeno: dal 1987 gli studenti italiani che si sono avvalsi del programma Erasmus sono quasi mezzo milione; sempre in Italia, nel solo 2017 (dati Erasmus+), gli scambi tra studenti, in entrata come in uscita, sono stati circa 60 mila, con un significativo aumento (+10 per cento) degli arrivi stranieri (circa 25 mila) e con un rilevante protagonismo di genere (le studentesse sono in maggioranza). Che cosa ciò significhi per gli atenei italiani è evidente: più occasioni di crescita e di scelta per gli studenti e per i professori, che nell’interlocuzione con gli “Erasmus” stranieri e con quelli “di ritorno” trovano specifiche ragioni per innovare metodologie didattiche e per instaurare o intensificare rapporti di ricerca con colleghi di altre università europee. L’humus di questa attività di scambio ha moltiplicato anche il numero degli accordi che università italiane e straniere hanno stipulato per il rilascio di titoli di laurea congiunti (stando a dati del 2018, i titoli doppi o congiunti risultano ormai proposti dal 70 per cento degli atenei italiani). Allo stesso modo si è intensificata l’internazionalizzazione dell’offerta didattica, specie in lingua inglese: al 2018 sono più di 350 i corsi di laurea impartiti totalmente in quell’idioma.

 

“Dal 1987 gli studenti italiani che si sono avvalsi del programma Erasmus sono quasi mezzo milione. Gli scambi in entrata e in uscita sono stati circa 60 mila. Che cosa ciò significhi per gli atenei italiani è evidente:
più occasioni di crescita e di scelta per gli studenti e per i professori”
  

 

Anche da quest’ultimo punto di vista l’Europa dell’istruzione e della conoscenza rappresenta un orizzonte tanto più indispensabile. E’ noto che la Corte costituzionale (n. 42/2017) ha bloccato l’istituzione di “intieri corsi di studio impartiti esclusivamente in una lingua diversa dall’italiano”. Ha cercato di proteggere la lingua nazionale come espressione dell’irrinunciabile identità repubblicana e di tutelare chi, per condizione socio-economica, non riesca a dotarsi di competenze linguistiche utili a fruire di un’offerta altrimenti non accessibile. Sono preoccupazioni condivise anche dall’Unione europea, che ha a cuore sia le “diversità culturali e linguistiche” (art. 165.1 Tfue) dei sistemi di istruzione, sia la lotta alla dispersione scolastica e all’abbandono (che costituisce uno dei goal dell’integrazione tra il programma Erasmus+ e la strategia Europa 2020).

 

Dinanzi alla dimensione europea dell’istruzione il diritto allo studio garantito dalla nostra Costituzione deve avere un confine sempre più mobile, che impegna le nostre istituzioni a rendere i giovani capaci di accedere con maggiore frequenza a tutte le migliori opportunità formative. In Italia, dove (dati Eurostat) soltanto il 16,3 per cento della popolazione tra i 15 e i 64 anni è in possesso di un titolo di laurea (contro la media europea del 27,7 per cento…), l’asticella delle sollecitazioni sovranazionali costituisce una ragione in più per continuare a coltivare traguardi di cooperazione e partecipazione.

 

*Professore di diritto amministrativo e preside della Facoltà di Giurisprudenza  dell’Università di Trento

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