Gli amici di Kim

Giulia Pompili

Scandalo al Senato francese: un arresto per spionaggio a favore di Pyongyang. La rete europea del regime nordcoreano

Roma. Il funzionario pubblico francese Bénoît Quennedey è stato fermato dalla polizia, l’altro ieri, a seguito di un’inchiesta dei Servizi di sicurezza di Parigi durata otto mesi. Quennedey è accusato di aver passato informazioni sensibili alla Corea del nord, e il fermo è arrivato dopo che il “bureau H”, l’ufficio del controspionaggio della Dgsi (la Direction centrale du renseignement intérieur) ha perquisito casa sua e il suo ufficio al Senato di Parigi. Lo ha rivelato ieri il programma di Tmc “Quotidien”.

 

Secondo la sua biografia online, Bénoît Quennedey è un ex alunno dell’Ena, la Scuola nazionale di amministrazione francese, e un alto funzionario del Parlamento di Parigi. Lavora alla divisione amministrativa e finanziaria della direzione dell’architettura, del patrimonio e dei giardini del Senato. Se risulta difficile capire a quali informazioni “ultrasensibili” avesse accesso Quennedey, è anche vero che lui stesso non ha mai nascosto le simpatie per il regime dei Kim. Militante del Partito radicale di sinistra (Prg), commentatore frequente su Russia Today, Quennedey è il presidente dell’Associazione di amicizia Francia-Corea del nord – una delle sedi locali della più grande Korean Friendship Association spagnola, fondata da Alejandro Cao de Benós, arrestato (anche lui!) nel 2016 per traffico di armi. La Kfa ufficialmente non prende soldi da Pyongyang né sostiene economicamente il regime, ma ha una rete di almeno 120 sedi nel mondo, e i suoi delegati viaggiano molto spesso in Corea del nord, traducono discorsi, pubblicano libri e promuovono eventi. Naturalmente esiste anche un’Associazione di amicizia Italia-Corea del nord, il cui delegato è il fiorentino Jean-Claude Martini, classe 1996.

  

Bénoît Quennedey è accusato di aver passato informazioni sensibili alla Corea del nord (foto LaPresse)


   

I servizi francesi sono da sempre molto attenti alla Corea del nord. Già nel 2014 avevano rivelato la rete di spionaggio di Kim Yong-nam, funzionario dell’Unesco di Parigi, menzionando i suoi due figli, anche loro spie: uno era Kim Su-gwang, diplomatico del World Food Programme residente a Roma. Sappiamo che ci è voluto un anno prima che a Kim fosse revocato il passaporto diplomatico dalle autorità italiane, ma il suo caso è stato menzionato più volte dai report delle Nazioni Unite sugli affari di Pyongyang in Europa: perché nonostante la rivelazione francese, nonostante il licenziamento dal Wfp, Kim e la sua famiglia sono rimasti per parecchio tempo in Italia, affittando appartamenti e ritirando soldi contanti dai bancomat. L’arresto di Quennedey ci fa tornare alla realtà: tutte le volte che non prendiamo sul serio la Corea del nord sbagliamo, ma siamo giustificati.

  

Da qualche decennio Pyongyang attira su di sé l’attenzione di personaggi particolari. La colpa, dicono gli analisti, è la scarsa conoscenza che c’è del luogo, e la narrazione che per anni ne hanno fatto i media. Il cosiddetto “regno eremita” è stato costruito nell’immaginario comune come un luogo oscuro, inaccessibile, per cui ogni testimonianza valeva la pena di essere raccontata, ogni mezza verità poteva diventare credibile. E’ così almeno dalla seconda metà dei Duemila, quando il mondo era concentrato sulla minaccia islamista, e la politica della “pazienza strategica” americana lasciava l’analisi delle questioni nordcoreane alle ossessioni di piccoli think tank e università. Il mainstream nel frattempo aspettava – che cosa, esattamente, non è dato sapere. Ad ogni modo, più una cosa è sconosciuta, più chiunque si sente legittimato a darne una sua personale lettura: ecco quindi reportage e libri su “tutto quello che non sapete sulla Corea del nord”, “fotografie rubate alla censura”, fake news su zii del leader sbranati dai cani.

 

Accanto a una fiorente editoria sensazionalistica, durante l’ultimo decennio – che è quello di maggiore isolamento diplomatico della Corea del nord – è successo anche che la narrazione politica nordcoreana fosse concentrata nelle mani di personaggi poco noti, eccentrici, che si trasformavano in simboli del tentativo di riappacificazione tra Nord e Sud. Sembra che l’espressione “utili idioti dell’occidente” fosse di Lenin non a caso, quando si riferiva ai personaggi che frequentavano l’Unione Sovietica per poi narrarne le meraviglie a casa loro. Non sappiamo se e cosa spifferasse a Pyongyang il signor Quennedey, ma di certo Pyongyang poteva contare su di lui per i suoi affari europei.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.