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Se i rivali Boris Johnson e Corbyn si trovano troppo spesso dalla stessa parte del dibattito

Uno ha detto “fuck the business”, l’altro lo pensa da sempre. Così Heathrow mette assieme dietro alla stessa barricata il ministro degli Esteri e il leader del Labour

1 Luglio 2018 alle 05:14

Se i rivali Boris Johnson e Corbyn si trovano troppo spesso dalla stessa parte del dibattito

Foto LaPresse

Londra. Uno ha detto “fuck the business”, l’altro lo pensa da sempre: che Boris Johnson e Jeremy Corbyn continuino ad incontrarsi dalla stessa parte della barricata – Brexit, l’espansione di Heathrow – è cosa a cui tocca ormai abituarsi. Resta da capire chi difenderà gli investimenti di cui il Regno Unito ha disperato bisogno in questa fase di orizzonti nebbiosi e crescita ingrippata: un Labour che vota a maggioranza per permettere all’aeroporto di avere 130 milioni di passeggeri all’anno ma che ha un leader pronto a bloccare l’operazione se arriva a Downing Street o dei Tories che davanti alle timide pretese delle aziende sulla Brexit – un po’ di certezza, please- reagiscono con stizza? Bel paradosso, per la culla del libero mercato. Il biondo ministro degli Esteri è entrato ancora una volta nella leggenda quando ha deciso di saltare il momento storico in cui Westminster ha votato sulla terza pista di decollo, grande opera al centro di un dibattito politico tormentato se mai ce n’è stato uno, per fare una visita lampo in Afghanistan, equivalente politico di “mi è rimorta nonna”. Non che avesse scelta: i Tories avevano dato indicazioni di voto precise e inappellabili sul tema, difficili da seguire senza perdere la faccia per uno che aveva promesso di sdraiarsi davanti alle ruspe per fermare i lavori.

 

Ci sarebbero voluti l’impermeabilità di una Theresa May, che ai suoi elettori di Maidenhead aveva promesso guerra contro il progetto, o la coerenza di quel ministro, Greg Hands, che sul tema ha voltato i tacchi e se n’è andato. L’ex sindaco, ha detto di essere “in crescente ammirazione” di Donald Trump, ha lasciato intendere di essere più utile da vivo, ossia nel governo, che da dimissionario schiacciato dalle ruspe. Runway, la pista, runaway il fuggitivo. Giornata facile per i titolisti, come spesso accade con Boris, il cui “fuck business”, a pensarci bene, è lo slogan definitivo per la Brexit secondo l’Ft, che si chiede giustamente chi penserà all’economia in questo scenario in cui si rinuncia a pezzi di crescita come se fossero vezzi superflui e in cui il Labour vegeta da tre anni nelle paludi anticapitaliste. Ma il dibattito è complesso, perché questa terza pista di Heathrow è una tipica questione ‘nimby’, ‘not in my neighborhood’, a misura di megalopoli: l’ovest della città è ricco e l’aggiunta di nuovi aerei disturberebbe i sonni di Chelsea e Kensington, oltre che quelli già in parte compromessi dei cervi del Richmond. Terra conservatrice, quella del sudovest, tanto che sono stati già annunciati i ricorsi, sostenuti pure dal sindaco Sadiq Khan, sulla base che il progetto è costoso, inquinante, con 800 case da demolire e intere comunità da scardinare per permettere di passare da 480mila a 740mila voli all’anno. Ma non piace neppure ai Labour tanto che, non riuscendo a trovare la quadra, Corbyn ha dato libertà di voto ai suoi, i quali se la sono presa subito spaccandosi in 119 sì e 94 no, su un totale di 415 e 119 rispettivamente.

 

John McDonnell, che ha Heathrow nella sua constituency, è fortemente contrario all’espansione, che invece curiosamente piace tanto a Unite, il sindacato senza i cui voti Corbyn starebbe ancora a promuovere petizioni in giro. Forse perché questi ultimi hanno ben presente che i 100mila posti di lavoro promessi grazie all’opera hanno una loro concreta bellezza. Sui costi - 14 miliardi di sterline - anche le compagnie aeree hanno qualche dubbio: “E’ solo questione di tempo prima che inizino le scuse per aumentare le tariffe per ripagare il costo esorbitante”. Però Londra esplode, Londra ne ha bisogno di un aeroporto in più, sono cinquant’anni che se ne discute, Heathrow già esiste e ora serve solo una pista talmente lunga che le permetta di prendere la rincorsa, sorvolare l’Europa in un battito d’ali e rendere un po’ più vicino il resto del mondo.

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