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Incantati dalla Francia

Dal Macron americano, al caso Deneuve. E poi le riforme. Lode a un paese faro di ragionevolezza

Giuliano Ferrara

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ferrara@ilfoglio.it

27 Aprile 2018 alle 06:00

Incantati dalla Francia

Parata sugli Champs-Élysées, Parigi (foto whitehouse.gov)

Che titolo ha la Francia per dare lezioni al mondo? Intanto ha una lingua internazionale, colta, bellissima, precisa, che stupisce e incanta, sebbene per gentilezza Macron al Congresso abbia parlato nel suo fluente inglese di alto funzionario e di banchiere delle élite. Una volta a Istanbul ho provato a prenotare un magnifico ristorante russo sull’Istiklal Caddesi, dove poi ci siamo ubriacati di vodka e piroshki in una nuvola di fumo bianco, fumavano tutti come turchi, sotto l’influsso di musiche tzigane suonate da un’orchestrina che stava su un soppalco tra la bella boiserie. Provai a riservare in inglese quella che sarebbe stata una delle serate più allegre e disinvolte della mia vita, fui gentilmente pregato di passare al francese, infatti i proprietari venivano da un’ondata migratoria della generazione russa tolstoiana che usava il francese come lingua di cortesia. Che magnifica sorpresa, che spasso, che inedito.

   


L'interno della basilica di Saint Denis (foto Wikimedia)


  

Molto presto la Francia è diventata uno stato territoriale con un suo centro maestoso, Parigi. Con Claudio Cerasa abbiamo passato in rassegna, nella cattedrale di Saint-Denis, la schiera di oltre quaranta re lì sepolti con i loro monumenti funebri, e le consorti, tra cui le Medici, che impressione indelebile, che memoria, non nel senso psicologico, nel senso delle radici politiche, quella è la vera memoria. Il gran secolo francese è il Seicento, con Cartesio, Malebranche, Racine, Pascal, Molière, Poussin e Luigi XIV, il Re Sole, ma si erano portati avanti da secoli, e nel Cinquecento avevano avuto i capitoli del gran saggio di Montaigne, le sue cavalcate, il suo mal della pietra, il suo viaggio in Italia, tutte cose che riassumono e rilanciano e Machiavelli e Guicciardini (i francesi lo chiamano non del tutto a torto Guichardin) e l’antichità greco-romana rivissuta attraverso il rinascimento italiano.

 

E poi l’Introduzione alla vita devota di Francesco di Sales, e tutto il resto enorme, madornale, che poi porta a un Settecento folgorante, volterriano, rivoluzionario, inaudito bagno di sangue e arena in nome della scandalosa e folle eguaglianza, della ambigua libertà, della massonica fratellanza. Casanova scriveva in francese, come i miei trattori di Istanbul. E per l’Ottocento e il Novecento non ho voglia di parlare di Dumas, di Flaubert, di Saint-Beuve, di Michelet, di Proust, di Picasso perché la faccenda diventa palloccolosa. Mi limito a segnalare che, il genio francese essendo quel che è, avendo la patria perso l’ultima guerra, i francesi provvidero a vincerla con un appello da Londra alla mobilitazione politica e militare del Generale de Gaulle, e sulle rovine del colonialismo fondarono una Repubblica, la Quinta, le cui istituzioni hanno fatto forte la destra, la sinistra e poi la “et droite et gauche” del presidente attuale. Il modernizzante. Ovviamente quel paese è anche ricco di colpe, di mende, vorrei vedere, ma lezioni al mondo in tema di teoria e pratica dello stato e dei rapporti tra gli stati, per non parlare del concetto di società e di opinione che gli è consustanziale, si è messo in grado di darle da secoli.

    

Nell’ambiente mefitico in cui è costretto ad agire, fronte interno scioperaiolo e classicamente conservatore, fronte esterno impigrito e imbolsito a Berlino, cavallo pazzo a Washington, grottesco a Roma, Macron fa molti sforzi per sfuggire alla rovina di sé stesso. Vedremo come va, per ora, insieme con Catherine Deneuve e il suo appello alla raison, è un faro di ragionevolezza, di serietà, di impegno. La perfida Albione della City ha scoperto che Trump fa bene a tariffare la Cina, forse non a torto. Sul clima si sa come la si pensi qui, se la si pensa. Sull’Iran prenucleare e il pessimo accordo Obama & altri non ci sono dubbi, come su Gerusalemme. Eppure lo spirito di apertura contro le paure irrazionali, l’idea di un mondo interrelato in cui protezione e libertà individuale debbano fare a gara, e quell’ottimismo volitivo, impaziente dell’isolazionismo nonostante ogni pazienza, spes contra spem, ha incantato e illuso. E di che altro abbiamo bisogno, detto che le élite devono avere studiato, che le Università e le Grandes écoles a qualcosa servono, detto che i dossier devono essere padroneggiati, detto che il secondo esercito del mondo sfida anche l’ironia acida degli inglesi, i quali sostengono che i grands boulevards sono stati inventati per lasciar sfilare grandiosamente le truppe di occupazione tedesche, detto tutto questo, di che altro abbiamo bisogno se non di essere incantati e illusi, qui da noi, tra un giro di consultazioni e l’altro, dopo il grande rutto del 4 marzo scorso?

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Commenti all'articolo

  • Silvius

    27 Aprile 2018 - 19:07

    La Francia ha inventato la modernità.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    27 Aprile 2018 - 14:02

    C'entra, c'entra con la Francia. Il contratto. Un sotterfugio all’italiana. Dieci titoli, così li definisce il Prof. Cassese, di articoli specifici, che nessuno conosce nei contenuti. Trasparenza a scoppio ritardato? Per amor di patria, accettiamolo. Sono titoli generici che possono essere condivisi dal 101% dei cittadini. Ok. Vi sfido: prendete uno a caso uno dei dieci titoli e provate a mettere per scritto, con valenza vincolante, il “come” e il “quando” deve tradursi in azioni politiche operative. Dopo dieci minuti salta tutto. Mica perché siamo brutti e cattivi. Solo perché non abbiamo il senso dello stato e degli interessi comuni del paese. Per stato s’intende la casta, la categoria o fazione di riferimento e, il soli interessi di casta, categoria o fazione vengono fatti prevalere su quelli del paese. La tragedia, a parte le chiacchiere al vento, è che questo “sentire” è diffusamente trasversale. Per uscirne occorrono anni di educazione civica. Vaste programme.

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