La fuga dei giovani americani dall’islam, tra apatia e vittoria del secolarismo

L’ineludibile incontro con la modernità. Secondo il Pew Research Center se sono sempre di più gli americani che si dichiarano atei o comunque non praticanti, lo si deve agli “abbandoni” tra i musulmani

29 Marzo 2018 alle 06:07

La fuga dei giovani americani dall’islam, tra apatia e vittoria del secolarismo

Foto di Elvert Barnes via Flickr

Roma. E’ vero che il numero dei musulmani negli Stati Uniti è cresciuto negli ultimi dieci anni, ma è altrettanto vero che è aumentata in modo esponenziale anche la quantità dei musulmani che non si identificano più con la fede dei padri. Il Pew Research Center, uno dei più autorevoli istituti di ricerca americani, l’ha sottolineato: se sono sempre di più gli americani che si dichiarano atei o comunque non praticanti, lo si deve agli “abbandoni” tra i musulmani. Chi per convinta apostasia, chi per apatia, la tendenza è questa. Rod Dreher, sull’American Conservative, ha scritto che i dati dimostrano come non si possa scappare dalla modernità: “Non ci si può nascondere dal secolarismo nel senso inteso da Charles Taylor, e cioè la consapevolezza che potremmo credere in qualcos’altro o in nulla. Questa è la condizione moderna. Ha già colpito i cristiani, ma sta colpendo ora i musulmani e continuerà a farlo”. La “crisi di fede” colpisce soprattutto gli immigrati di seconda generazione, ma non mancano i casi tra chi in America ci vive da anni, si è sposato a devoti musulmani e ha accompagnato i figli in moschea per far loro studiare il Corano nel fine settimana. In ogni caso, ha notato l’Economist, “la stragrande maggioranza, sia giovane sia vecchia, tace sulla propria mancanza di fede”. Anche perché è spesso pericoloso confessare in famiglia il cambiamento: “Uno studente universitario musulmano, che tornò a casa ubriaco una sera, fu affrontato da suo padre. Poco lucido, il ragazzo spiegò di essere ateo. Il padre, a quel punto, rivelò anch’egli di aver perso la fede molti anni prima. Eppure rimproverava il figlio per non aver nascosto bene il suo segreto”. C’è poi il dato di fatto imposto dalla realtà, e cioè che lasciare pubblicamente l’islam è complicato, innanzitutto perché spesso –  soprattutto in paesi dove l’islam è minoranza tra le minoranze – i musulmani vivono in comunità affiatate.

 

Gli apostati restano nell’ombra, timorosi di scatenare faide non solo tra conoscenti ma pure in famiglia. Un problema comune, rilevava ancora l’Economist, ai mormoni e agli ebrei chassidici. Senza dimenticare che quando si vive in una sorta di enclave, uscirne significa rinunciare a una intera cerchia sociale. Il Pew Research Center ha stimato che tra i credenti over 55, il 53 per cento dichiara di recitare tutte e cinque le preghiere quotidiane prescritte. Una percentuale che scende al 33 tra i millennial. E questo, nota ancora Dreher, avviene in America, dove la libertà e la diversità rendono più complicato mantenere la fede tradizionale. In Iran, ha scritto Mustafa Akyol, saggista turco ed editorialista del New York Times, ciò che allontana i musulmani dalla loro fede è la troppa oppressione legata alla politicizzazione della religione.

 

In effetti, stime recenti – da prendere con prudenza –  certificano una tendenza consolidata di conversioni al cristianesimo in Iran che fa preoccupare le autorità della repubblica teocratica. Il che fa dire a Dreher che il “laissez-faire” spingerà inevitabilmente i musulmani ad allontanarsi dalla loro fede. “La moderna società secolare non è neutrale rispetto alla religione. Se credi che i tuoi figli si ‘aggrapperanno’ alla fede (musulmana o meno) senza un vero lavoro da parte tua, stai ingannando te stesso. Devi in un certo senso inculcare nei tuoi figli la sensazione che la religione insegni la verità, non una verità tra le altre”. In secondo luogo, il caso iraniano dimostra che l’autoritarismo non fa altro che peggiorare le cose: “Non si può costringere una persona a credere”. L’esempio che viene portato all’attenzione è quello del Ruanda, paese a forte maggioranza cristiana che vide un numero alto di conversioni all’islam dopo i massacri degli anni Novanta. “Ciò che molti uomini di religione non comprendono è quanto possa essere fragile la fede. Quei ruandesi che abbandonarono il cristianesimo non lo fecero perché convinti da motivazioni razionali sulla superiorità dell’islam. Si convertirono perché scossi dall’orrore e se Mustafa Akyol ha ragione, qualcosa di simile sta accadendo anche all’interno del mondo islamico”, osserva l’autore di The Benedict Option.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi