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Un processo a New York fa tremare Erdogan (c'entra pure Mike Flynn)

Oro turco e petrolio iraniano. Il faccendiere Zarrab avrebbe corrotto dei ministri di Ankara per aggirare le sanzioni a Teheran

1 Dicembre 2017 alle 21:26

Un processo a New York fa tremare Erdogan (c'entra pure Mike Flynn)

Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Roma. Un processo istruito in queste settimane in un tribunale di Manhattan si è trasformato, dall’altra parte del mondo, in uno scandalo gigantesco che rischia di mettere in crisi il governo della Turchia, fino a toccare il suo presidente, Recep Tayyip Erdogan, e a mettere in pericolo i già tesi rapporti tra Washington e Ankara. Reza Zarrab, faccendiere turco di origini iraniane, è stato arrestato a Miami nel marzo scorso e si è trasformato negli ultimi giorni in un supertestimone che ha implicato i più alti dirigenti del governo di Ankara in un affare torbido di riciclaggio di denaro e violazione delle sanzioni all’Iran. Giovedì, nel secondo giorno del suo processo negli Stati Uniti, Zarrab è arrivato ad accusare direttamente il presidente Erdogan, scatenando una crisi con pochi precedenti.

  

Cosa c’entra Erdogan in un caso torbido di oro, petrolio e sanzioni all’Iran

Un faccendiere turco-iraniano sotto processo a New York ha implicato il presidente della Turchia in uno schema miliardario di infrazione delle sanzioni contro Teheran, che mette a rischio Ankara e perfino l’Amministrazione Trump

 

 

Il processo vede imputati un banchiere turco, Mehmet Hakan Atilla, e altri sette uomini in contumacia. Atilla era un alto dirigente della banca di stato Halkbank, ed è stato accusato di aver messo in atto tra il 2010 e il 2015 uno schema miliardario di scambi illegali tra Turchia e Iran. Teheran vendeva petrolio e gas ai turchi in cambio di oro e diamanti – che poi, attraverso una serie di passaggi bancari, sarebbero stati trasformati in dollari, valuta forte preziosa per l’Iran. Il commercio è un’evidente violazione delle sanzioni occidentali contro Teheran. Zarrab, considerato l’uomo chiave dei traffici, lo scorso 26 ottobre si è dichiarato colpevole e ha iniziato a collaborare con la giustizia americana.

 

Lo hanno soprannominato “Goldfinger”, per la fortuna fatta nel mercato dell’oro e perché ama circondarsi di gadget alla James Bond – ha 34 anni, un sottomarino personale, una pistola placcata d’oro, due ville da 40 milioni di dollari sul Bosforo e una moglie popstar. Ha anche molto da raccontare alla corte distrettuale federale di Manhattan. Mercoledì scorso, Zarrab ha accusato Mehmet Zafer Caglayan, ex ministro dell’Economia turco e tra gli imputati al processo, di aver ricevuto decine di milioni di dollari da Zarrab stesso per agevolare lo schema di “gold for oil” messo su con l’Iran. Giovedì però è arrivata l’accusa più grave. Zarrab ha detto che Erdogan in persona, al tempo primo ministro, avrebbe autorizzato almeno una delle transazioni dello schema miliardario illegale. Zarrab ha detto di aver saputo del coinvolgimento di Erdogan dal ministro Caglayan. A quel punto il governo turco, in fibrillazione da mesi per la vicenda, è entrato in modalità di emergenza. “Non abbiamo infranto le sanzioni. Qualunque verdetto uscirà, noi abbiamo fatto la cosa giusta”, ha detto Erdogan, aggiungendo che il processo è parte della trama golpista del suo arcinemico, l’imam autoesiliato in Pennsylvania Fethüllah Gülen. Ieri le autorità turche hanno emesso un mandato di arresto – che sa tanto di rappresaglia – contro Graham Fuller, un ex ufficiale della Cia sospettato di aver avuto un ruolo nel fallito colpo di stato del 2016.

 

Lo scandalo intorno a Zarrab ha conseguenze enormi. Anzitutto per la politica turca, poiché per la prima volta dall’inizio della sua carriera Erdogan vede minata la sua immagine pubblica di uomo pio e incorruttibile. Sono anche a rischio i rapporti tra Turchia e Stati Uniti: a inizio novembre, il primo ministro turco Binali Yildirim ha detto al vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, che il caso Zarrab “sta avvelenando le relazioni tra i due paesi”. Ma ci potrebbero essere conseguenze anche per l’Amministrazione Trump. Il fatto che i federali americani abbiano offerto un accordo a Zarrab potrebbe essere legato anche all’inchiesta su Michael Flynn, ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump. Non è un segreto che Flynn abbia avuto legami con il governo turco, anche dopo la nomina. Di queste relazioni, la più importante è una trama per far tornare in Turchia Gülen. Nbc News ha anche riferito che Flynn e i suoi interlocutori turchi potrebbero aver ragionato su come garantire la libertà a Zarrab per portare un po’ di tranquillità a Erdogan. Ieri Flynn ha iniziato a collaborare con la giustizia americana sul Russiagate, e il lato turco dello scandalo rischia di fare altrettanto male a Trump.

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