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Il caso Weinstein dimostra che “in America non fanno più sesso”. Parola di Mosca

Il presentatore Dmitrij Kiselev ha spiegato che il caso del produttore di Hollywood è sintomo del tentativo di desessualizzare gli Stati Uniti. E per la Russia è una grande vittoria

7 Novembre 2017 alle 17:45

Il caso Weinstein dimostra che “in America non fanno più sesso”, parola di un  russo

AbacaPress/LaPresse

“Non c’è sesso in America”. Si è perso nei meandri patinati del Pol.corr. O almeno questa è la storia del caso Weinstein agli occhi di Dmitrij Kiselev, il capo della propaganda del Cremlino che durante il suo talk show, Vesti Nedeli, ha parlato del produttore e degli scandali sessuali che hanno travolto l’industria statunitense dell’intrattenimento. “Sono il tentativo di desessualizzare il paese”. Una colpa grave, ma forse per la Russia è una vittoria.

 

“Io sono contrario alle molestie, è chiaro”, ha affermato Kiselev, “ma questa campagna è piena di brutale serietà che minaccia di distruggere l’umorismo che è alla base delle relazioni umane, disturba l’impulsività, la spontaneità e la passione”. Se l’America era la patria della perdizione, la Russia era quella della freddezza, se gli americani erano muscolosi, sani e vitali, i russi erano magri, emaciati e solcati da quella inguaribile vena di tristezza. Ma ora gli americani hanno come presidente un gaffeur “con dei capelli improponibili“,  e i russi hanno Putin che si fa fotografare a petto nudo in Siberia. Il maschio russo può finalmente rialzare la testa di fronte agli scivoloni di quello americano e, in questo, il caso Weinstein può aiutarli.

 

Dmitrij Kiselev è un giornalista, direttore di Rossija Segodnja, l’agenzia di stampa del governo e nipote di Jurij Saporin, uno dei maggiori compositori sovietici. Famoso per le sue boutade e per il suo programma, che va in onda ogni domenica, Kiselev ha iniziato a fare carriera sin dai tempi della televisione ai tempi dell’Urss. “Non fanno sesso in America e la rivoluzione sessuale è roba del passato”, ha continuato facendo riferimento a un'ossessione russa del passato: nel 1986, per dimostrare l’arrivo dell’epoca della Glasnost’ e la nuova apertura a ovest, una televisione pietroburghese invitò in studio donne russe e donne statunitensi per confrontarsi su temi sociali e di attualità. L’intenzione era quella di dimostrare che non c’era grande differenza tra i due mondi e in Russia l’evento è ricordato soprattutto per la frase di una donna moscovita: “In Urss noi non facciamo sesso”. Subito il microfono le venne tolto e il presentatore iniziò a parlarle sopra.

 

Insomma Weinstein ha offerto ai russi la possibilità di vendicare quella frase: “Il produttore è stato la prima vittima di un’America che non vuole più essere ricordata come patria della libertà sessuale”. “Non c’è sesso”, ha ripetuto più volte durante lo show, “così come stanno cercando di vendere al mondo l’idea che la femminilità e la mascolinità non esistono più, negli Stati Uniti non esiste più nulla”. Secondo il presentatore russo la natura umana e l’intimità sono state annullate, Weinstein e Kevin Spacey sono solo l’inizio di una lunga serie di nomi.  “In Unione sovietica per una semplice diffamazione si finiva in galera per tutta la vita”, ha concluso Kiselev, “a Hollywood invece con le diffamazioni ci giocano”. Ma, al di là delle rivendicazioni storiche, in fondo poter affermare che “in America non c’è sesso”, per i russi è una grande vittoria.

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