Meno tasse per l'Isis

I sussidi sociali non fanno cambiare idea ai simpatizzanti dello Stato islamico che vivono tra noi

2 Novembre 2017 alle 06:11

Meno tasse per l'Isis

Foto LaPresse

Roma. L’attacco di Manhattan propone per l’ennesima volta due problemi rimasti insoluti e che però sono legati assieme. Il primo è che i paesi occidentali ancora non sanno che fare con i simpatizzanti dello Stato islamico che vivono nelle loro città e possono diventare letali da un momento all’altro ma si comportano in modo abbastanza neutro da sfuggire alle misure di sicurezza. Il secondo è che c’è una cattiva interpretazione delle ragioni per cui i simpatizzanti dello Stato islamico stanno dalla parte dello Stato islamico. Andiamo con ordine. I giornali inglesi in questi giorni raccontano che il governo – conservatore e di destra – sta lavorando a un piano chiamato “Operazione contenimento” per neutralizzare in modo benevolo tutti gli estremisti che vivono in Gran Bretagna e che secondo i servizi segreti inglesi sono circa ventimila. Tra questi ci sono anche i 425 tra uomini, donne e bambini tornati dalla guerra in Iraq e Siria. Il punto di partenza è che non tutti gli estremisti possono essere eliminati sul campo di battaglia, non tutti possono essere sorvegliati dai servizi segreti oppure imprigionati – e anche quando lo sono il problema non è risolto, perché le celle possono diventare centri di conversione e proselitismo. Per esempio, uno dei due assassini del soldato Lee Rigby a Londra sta convertendo all’islam alcuni compagni di carcere.

 

Il programma britannico, che dovrebbe partire l’anno prossimo, prevede tutta una serie di misure per favorire il reintegro degli estremisti nella società e la collaborazione tra polizia, intelligence, assistenti sociali e psichiatri. L’idea di fondo è che se i simpatizzanti avessero una vita più facile, tornerebbero più facilmente al contratto sociale, quello per cui salire su un vagone della metro con una bomba è male. Una serie di controlli a intervalli regolari dovrebbe assicurare un certo grado di sorveglianza sui soggetti sottoposti alla de-radicalizzazione. Il problema è che questa base teorica porta a risultati mostruosi. Per esempio una delle misure del programma è l’avanzamento nelle graduatorie per l’assegnazione delle case popolari. In teoria, se hai un comportamento da simpatizzante del terrorismo – per esempio celebri su Facebook una strage dello Stato islamico – potresti scalare la graduatoria più velocemente degli altri richiedenti. Facile immaginare la reazione pubblica in questo caso.

 

Il secondo problema è il radicale fraintendimento delle motivazioni dei simpatizzanti. Lo Stato islamico non è un movimento guidato da ragioni di protesta sociale, è un gruppo combattente guidato da un messaggio religioso e profetico che risuona a prescindere dalle condizioni di chi ascolta. Le ragioni per cui lo Stato islamico è dilagato nell’Iraq centrale in questi anni non era l’assegnazione di case migliori o la necessità di assistenza sanitaria gratuita, ma stabilire il primato dell’islam sunnita – come inteso da loro – e l’uccisione o la sottomissione dei gruppi religiosi diversi. Concedere borse di studio, assistenza medica, alloggi popolari non cambia i termini della questione. Per esempio, pochi sanno che gli ideologi dello Stato islamico assegnano ai diversi gruppi che abitano il mondo ruoli diversi: gli infedeli hanno il compito di creare nuova tecnologia utile, i musulmani devono combattere a maggior gloria di Dio, come se ci fosse una “razza padrona” e una “razza schiava” (ma qui non si parla di razze, ovviamente, si parla di religione). Se questa è la linea, è tutto da dimostrare che dei benefici materiali possano neutralizzare la pericolosità dei simpatizzanti. La controprova è in un pezzo uscito sabato scorso sul quotidiano francese Le Figaro, che racconta come il 20 per cento dei combattenti francesi andati a combattere in Siria e in Iraq ha continuato a ricevere i soldi dei sussidi sociali. Le famiglie si presentavano alla cassa con i loro documenti e poi glieli spedivano attraverso intermediari, di solito in Turchia. Gli investigatori francesi dicono che almeno mezzo milione di euro è partito dalla Francia verso le zone di combattimento tra la metà del 2012 e la metà del 2017. Per ora hanno identificato 190 mittenti e più di 210 intermediari turchi e libanesi. Il rischio è quello di replicare il caso di Amedy Coulibaly, l’attentatore che prese in ostaggio un negozio kosher a Parigi nel gennaio 2015 e che era riuscito a pagarsi l’acquisto delle armi con i sussidi sociali. Il meccanismo spiegato dal Figaro suona come un ammonimento: gli uomini dello Stato islamico possono semplicemente prendere i benefit sociali elargiti dal welfare occidentale senza per questo cambiare profilo ideologico. Sayfullo Saipov, l’uomo che due giorni fa ha ucciso otto persone a Manhattan in nome dello Stato islamico, lavorava negli Stati Uniti dal 2010, aveva ottenuto una carta verde, parlava inglese e non parlava arabo – che è la lingua ufficiale dello Stato islamico – ma lo stesso è diventato un estremista.

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Commenti all'articolo

  • GianniR

    02 Novembre 2017 - 09:09

    In una societa', quella occidentale, dove predomina il materialismo e tutti i valori sono negoziabili e' troppo difficile capire.

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    02 Novembre 2017 - 08:08

    I'Occidente Laikista (Francia, GB, gran parte dei Paesi occid. UE e gli USA), sa di non potere tener testa all'islam semplicemente perché sa di aver rinunciato ad avere una testa. L'unica identità di popolo ad avere la FORZA culturale morale civile e infine materiale di fronteggiare l'identità monolitica Islamica è il piccolo David, Israele. Perciò l'Occidente, persa la propria identità e continuando a rinnegarla (vds abbattimento di croci e statue dei padri della patria ecceccecc), diventa antisionista: per INVIDIA. Intanto berlicche salta balla e sghignazza perché vede che riesce a spingere tutti all'odio contro tutti ovvero alla guerra totale ovvero tutti all'inferno. Pregare, pregare, pregare!

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  • iksamagreb@gmail.com

    iksamagreb

    02 Novembre 2017 - 08:08

    Il problema nostro di cristiani (inutile negare che la nostra concezione antropologica è di "libera persona titolare per nascita dei diritti fondamentali dell'uomo" e che "a Cesare ciò che è di Cesare, a Dio ciò che è di Dio per chi ci crede") è di NON voler credere che INVECE per il musulmano TUTTO è dovuto ad Allah. L'Islam è il totalitarismo più monolitico e onnicomprensivo, un GLOBALISMO che include l'individuo, e nell'individuo l'immanente e il trascendente. Inutile proporre loro alternative incomprensibili: da secoli e di generazione in generazione a loro va bene così, così vogliono vivere e soprattutto costringere ANCHE tutti gli ALTRI (noi) a vivere come loro, che ben prima dell'undicisettembre bandirono LA CONQUISTA DELL'OCCIDENTE col vincente slogan "Noi, con le vostre leggi vi invaderemo, poi con le nostre vi sottometteremo". Loro SANNO di essere FORTI, nel momento storico in cui l'Occidente, rinnegandosi, si è ridotto a disperso mentale e apolide culturale. Così è.

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