La repressione (vera) dell'indipendentismo: ecco il Camerun

Due regioni occidentali vorrebbero separarsi dal resto del paese. L'esercito ha ucciso almeno otto persone, ne ha ferite molte – non c’è un numero preciso – e arrestate altre centinaia

2 Ottobre 2017 alle 20:50

La repressione (vera) dell'indipendentismo: ecco il Camerun

Foto US Army Africa (via Flickr)

Milano. Nel giorno che verrà ricordato come uno dei più simbolici – nel bene e nel male – della storia catalana, spagnola ed europea, altre manifestazioni di piazza per chiedere l’indipendenza hanno avuto un esito molto più tragico: è successo nelle regioni occidentali del Camerun, dove i soldati dell’esercito hanno ucciso almeno otto persone, ne hanno ferite molte – non c’è un numero preciso – e arrestate altre centinaia che erano scese in piazza sfidando le eccezionali misure di sicurezza predisposte dal governo.

   

La maggior parte delle persone sono rimaste uccise a Kumbo, la seconda città della regione del Nord-Ovest del paese: come ha raccontato il sindaco alla Reuters, cinque dei morti erano prigionieri del carcere cittadino, uccisi dai soldati dopo che la struttura era andata a fuoco, mentre altri due erano civili: pare che uno di essi sventolasse la bandiera bianca e blu dell’Ambizonia, il nome dato dai separatisti alla nazione che nascerebbe dalla secessione delle due regioni occidentali dal resto del Camerun.

   

Le manifestazioni erano state convocate dalle opposizioni all’ottantaquattrenne presidente Paul Biya – al potere dal 1982 – in un giorno simbolico: il 1 ottobre si ricorda infatti la nascita, nel 1961, della repubblica federale del Camerun, avvenuta grazie alla riunificazione delle regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, appena diventate indipendenti dalla Gran Bretagna, con il resto del paese, libero dalla dominazione francese dall’anno precedente. Due zone di lingua diversa – inglese l’Ovest, francese tutto il resto – che hanno mantenuto una forte autonomia fino al 1972, quando l’allora presidente, Ahmadou Ahidjo – francofono e dai metodi spiccatamente autoritari – abolì il regime federale in favore di uno stato sempre più accentratore.

  

Una politica proseguita da Biya, e che è all’origine delle rivendicazioni indipendentiste della minoranza di lingua inglese che vive nell’Ovest: il venti per cento della popolazione, circa 4 milioni di persone. Da anni gli anglofoni accusano il governo di discriminarli nell’accesso agli impieghi pubblici, obbligandoli a utilizzare il francese in tutti gli atti ufficiali e nei luoghi di lavoro, nonostante l’inglese sia anch’esso una delle lingue ufficiali del paese. Un’altra denuncia riguarda poi i profitti dell’estrazione del petrolio trovato in queste regioni, che secondo i separatisti sarebbero destinati integralmente alle altre zone dello Stato.

  

Le proteste si sono intensificate nell’ultimo anno: a partire dall’autunno del 2016, molti esponenti dell’opposizione anglofona sono stati arrestati, e ci sono stati diversi scioperi di docenti, studenti e impiegati pubblici: come risposta, lo scorso gennaio il governo ha bloccato per tre mesi la connessione Internet nelle regioni occidentali – atto poi ripetuto in altre occasioni – e numerosi oppositori sono stati arrestati.

  

Per questo, dopo le manifestazioni che il 22 settembre avevano portato in strada almeno 30 mila persone, il 1° ottobre era diventato un appuntamento ad altissima tensione. Le misure prese dal governo per scoraggiare nuove proteste erano state particolarmente dure, anche per un potere di stampo autoritario come quello di Biya: chiusura dei confini terrestri e marittimi delle due regioni occidentali, oltre che dei negozi, divieto di spostarsi da una località all’altra, coprifuoco, divieto di riunirsi in più di quattro persone, check point severissimi all’entrata delle principali città, invio di migliaia di soldati a presidiare le strade – tra cui anche le truppe d’élite dei Battaglioni di intervento rapido, impiegate nel nord del paese per combattere i terroristi di Boko Haram.

  

Ciononostante, domenica in diversi luoghi tra cui il capoluogo della regione del Nord-Ovest, Bamenda, diversi gruppi di persone sono scese in strada. “Non siamo più schiavi del Camerun”, aveva detto sabato sera in un video su Facebook il leader del movimento indipendentista SCACUF, Sisiku Ayuk Tabe (che si definisce “presidente” dell’Ambizonia), aggiungendo che il 1° ottobre le regioni occidentali avrebbero affermato la propria autonomia.

   

Oltre che con l’esercito e la repressione, il governo camerunense ha reagito condannando i separatisti che “hanno lo scopo di provocare violenze”, come ha detto il ministro delle Comunicazioni Issa Tchiroma Bakar, aggiungendo che “la secessione non avverrà mai”. Mentre Biya, su Facebook, ha scritto in termini più cauti che in Camerun non è vietato manifestare, ma “nulla di grande può essere raggiunto utilizzando eccessi verbali, violenza di strada, e sfidando le autorità”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi