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Dove sbaglia l'Spd? L'autopsia fatta dai parenti stretti (di sinistra)

La missione di Schulz è difficile, con una rivale come la Merkel. Ma il problema è più profondo, dicono alcuni giornali europei

20 Settembre 2017 alle 06:00

Dove sbaglia l'Spd? L'autopsia fatta dai parenti stretti (di sinistra)

LaPresse/Reuters

Milano. Provate voi a fare campagna elettorale contro Angela Merkel, la cancelliera tedesca che non dice nulla di sconveniente, che sa come accontentare tutti o almeno non scontentare nessuno, che non ha bisogno di fare nulla: le basta stare ferma. Provate voi a scalfire Angela Merkel, dopo aver governato assieme a lei come soci di minoranza, contribuendo certamente a far passare politiche importanti, ma ritrovandovi poi senza più una bandiera da sventolare, senza più una accusa da rivolgerle, senza un’identità da difendere. Come ha detto Nils Minkmar, giornalista dello Spiegel, intervistato dal Monde: “Perché cambiare il cancelliere se è lo stesso cancelliere che col tempo cambia?”: questa è la condanna dell’Spd, storico partito della socialdemocrazia tedesca, che ora viaggia attorno a un misero 20-22 per cento nei sondaggi e che, ironia feroce, può solo aspirare a fare un’altra Grossa coalizione con la Merkel, nel governo che verrà dopo il voto del 24 settembre. Ammesso che la cancelliera abbia bisogno dei socialdemocratici: potrebbe riuscire a creare un’altra coalizione. E pure se preoccupazioni e brivido ci sono, nonostante gli sbadigli che i media tedeschi continuano a rifilarci, Merkel sfodera “l’artiglieria pesante”, come dice la corrispondente a Berlino dell’Afp, Deborah Cole: dopo aver fatto cartelloni elettorali con solo il suo sorriso e parole chiave come successo e vivere bene, l’ultimo slogan è la stessa Merkel, in una foto di quando aveva tre anni (1957), e la scritta: “Per una Germania in cui tutti possono diventare tutto”. Il sogno tedesco affidato al sorriso di una bambina cresciuta a est del muro, cancelliera dal 2005, custode dei valori liberali dell’occidente, con ottime chance di vincere il suo quarto mandato. Come la batti, una così?

   

Martin Schulz, leader dei socialdemocratici, ci ha provato, sfruttando il proprio prestigio dettato dagli anni a Strasburgo – siamo in un anno elettorale in cui non è necessario nascondere il proprio europeismo – e provando a fornire con la propria storia un’alternativa al sogno rassicurante ma prevedibile della Merkel. L’impresa non era facile, visto che la cancelliera ha occupato lo spazio politico del centro, ma la parabola discendente di Schulz non è soltanto il frutto di una proposta politica con pochi spazi di manovra, è anche la sintesi di un dilemma interno alla sinistra, alle prese con le sue grandi fratture e sceglie, di volta in volta, di adattarsi al posto che resta libero, più che ricavarne uno apposta per sé.

  

Sono interessanti le analisi pubblicate dai giornali di sinistra europei sulla crisi dell’Spd – un’autopsia fatta dai parenti stretti. Il NewStatesman, magazine della sinistra britannica, scrive che l’errore dei socialdemocratici tedeschi è stato quello di continuare ad arraffare brandelli di centro rinunciando a creare un blocco di sinistra di opposizione ai cristianodemocratici. Rolf Henning, membro dell’Spd dal 2004, durante un appuntamento della campagna elettorale a est di Berlino ha ammesso: “E’ difficile motivare gli elettori a votare per i socialdemocratici: sono tutti convinti che non faccia alcuna differenza”. L’Spd ha avuto un’influenza enorme nel portare avanti riforme come il salario minimo o come il matrimonio gay, “ma la gente guarda la macchina e il suo autista, non si preoccupa di osservare il motore”, dice il politologo Gero Neugebauer. L’unico momento in cui Schulz ha goduto di popolarità è stato quando s’è creduto che potesse davvero compattare la Sinistra e i Verdi e fornire, da sinistra, un’alternativa concreta alla Merkel. Molti della Sinistra si sono lamentati: potevamo fare grandi cose insieme, ma è stato detto all’Spd che era sbagliato tentare un’alleanza lontana dal centro, e questo è il risultato. Ma l’ultima volta che i socialdemocratici tedeschi hanno espresso un cancelliere si trattava di Gerhard Schröder, un uomo della terza via, un riformatore centrista: sono passati dodici anni – il regno Merkel, per l’appunto – ma il tentativo del partito finora è stato quello di restare ancorato al centro.

  

Libération, il quotidiano francese della gauche radicale, ha dedicato parecchi articoli sulla crisi dell’Spd: l’ultimo stigmatizza “il crollo senza fine” di Schulz raccontando come il candidato, “mal consigliato”, non abbia voluto cambiare strategia elettorale dopo le sconfitte di primavera in Land importanti, continuando a ripetere “sarò cancelliere” quando i sondaggi segnalavano l’inconsistenza di questa promessa. Siegfried Heimann, politologo membro dell’Spd, dice che “il periodo attuale non è favorevole alla socialdemocrazia e al socialismo”. Le ristrettezze economiche hanno tolto credibilità alle proposte tipiche di maggiori spese, “ed è per questo che l’elettorato della sinistra è diventato tanto volatile”, in tutto l’occidente, non soltanto in Germania. In cerca di un’identità, Schulz ha per un pochino cercato di emulare l’exploit di Jeremy Corbyn nel voto e nel dibattito pubblico inglese, sottolineando su Twitter il suo dialogo con il leader del Labour: a molti sostenitori della linea radicale sarebbe andato bene anche che Schulz ricreasse il fervore sui social media e tra i giovani che ha portato Corbyn al 40 per cento: più tattica che ideologia, insomma, come ha cercato di spiegare l’edizione tedesca di Wired in un articolo che sembrava quasi un manuale d’istruzione per la comunicazione digitale.

   

Al momento il risultato non sembra raggiunto, il cosiddetto “sogno Corbyn” non è evaporato – la speranza in una sorpresa finale è sempre lecita – ma c’è un altro fattore da registrare: l’ultimo crollo dell’Spd è andato di pari passo con la crescita dell’AfD, il partito identitario di estrema destra. Non si è stabilita una correlazione diretta, ma la Welt ha sottolineato che l’Spd non è più il partito dei lavoratori: soltanto il 16 per cento dei membri del partito è della working class e, altro dato rilevante, “il 19 per cento degli elettori dell’Spd è iscritto a un sindacato”. Tra gli elettori dell’AfD, la percentuale è al 24 per cento.

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