Catastrofi, spettacoli e piagnistei

Gli Stati Uniti non s’arrendono, e fanno bei film. Noi, pallosi atti d’accusa

12 Settembre 2017 alle 06:20

Catastrofi, spettacoli e piagnistei

I danni dell'uragano Irma a Miami Beach (foto LaPresse)

Un’inondazione è un’inondazione. Un disastro naturale è un disastro naturale. Cambia il modo di fotografarli e di riprenderli. Insomma: di raccontarli. Chi ancora crede che la fotografia sia la copia conforme della realtà farebbe meglio a risalire sulla macchina del tempo per rifugiarsi nei primi decenni del Novecento. Quando lo scrittore horror H. P. Lovecraft faceva ricorso alla lastra fotografica per certificare che i mostri sussurranti nel buio non esistevano solo nella mente dei suoi personaggi. Quando Arthur Conan Doyle credeva nell’esistenza delle fate per via di una foto scattata da due ragazzine (avevano ritagliato due sagome con le ali, in un pomeriggio di noia).

 

A fare la differenza tra Irma che ha travolto la Florida e l’inondazione di Livorno non sono solo le dimensioni. L’uragano viene raccontato dagli americani come un film catastrofico. In “L’alba del giorno dopo” di Roland Emmerich l’isola di Manhattan era mezzo sommersa da un maremoto. Nella scia, Libération l’altro giorno titolava in prima pagina “Irmageddon”. La pioggia e il fango vengono raccontati dagli italiani come un film neorealista. Primo tempo, la commozione per le vittime. Secondo tempo: la ricerca dei colpevoli, corredato dal “si sarebbe potuto evitare”. Con tanta gente convinta che si possano prevedere perfino i terremoti (e che i vaccini non salvino la vita ma arricchiscano le case farmaceutiche) un bel dibattito sulle sfumature dell’allarme – arancione o rosso? – scatta subito. Davanti alla natura scatenata, gli americani sprangano le finestre, comprano scatolame e carta igienica, mettono gli stivali di gomma, evitano il “piove governo ladro” (Donald Trump ha fatto tweet dissennati, ma c’erano cose più serie da sbrigare che chiedere l’impeachment per disastro). Davanti alla ricerca del capro espiatorio – tale è il senso ultimo della messinscena neorealista – i vicini di sciagura attendono i giornalisti, si mettono in posa, controllano se la luce rossa della telecamera è accesa, e denunciano (se proprio non hanno un colpevole, “portano la loro testimonianza”). All’inizio di “Casa Desolata”, Dickens racconta il fango di Londra: “Pare che le acque si siano appena ritirate dalla superficie della terra, e non stupirebbe vedere un megalosauro”. Il mare che entra in città (o che viene ricacciato indietro dal vento), le palme rivoltate come ombrelli, gli scrosci d’acqua che si abbattono su Miami evocano piuttosto la balena Moby Dick, quando i cetacei fornivano materie prime e non erano attrazioni per turisti (o metafore, come la balena spiaggiata che ormai nei film italiani si porta tantissimo).

 

A Roma, come al solito, la situazione è disperata ma non seria. I tombini prima di scoppiare eruttano come piccoli geyser (o spruzzi di balenotteri). A New York, dopo il primo “Pianeta delle scimmie” girato da Franklin Schaffner nel 1968, nelle immagini del disastro c’è sempre la Statua della libertà (dal suo testone nella sabbia, il protagonista capiva che il pianeta dove le scimmie avevano ridotto gli uomini in schiavitù era la cara vecchia terra). L’abbiamo vista ghiacciata, con la fiaccola e tutto, quando dopo il maremoto (il film è sempre “L’alba del giorno dopo”) arriva la glaciazione. E’ stata fotografata con il fumo delle Torri crollate sullo sfondo, l’11 settembre 2001.

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