Helmut Kohl (1930-2017)

Helmut Kohl (1930-2017)

Antonio Missiroli

Der schwarze Riese, il “gigante nero” è morto oggi a 87 anni. Se ne va il cancelliere della riunificazione

E' morto il cancelliere della riunificazione tedesca, Helmut Kohl. Aveva 87 anni. Ecco un suo ritratto, dal Foglio del 23 ottobre 1996.

 


 

Der schwarze Riese, il “gigante nero”: così è stato a lungo (ed è tuttora) soprannominato Helmut Kohl. La definizione contiene diversi elementi. Innanzitutto il colore, che è quello preferito dal Cancelliere: difficile non vederlo avvolto, nelle occasioni ufficiali, in un completo nero con camicia bianca. Aiuta, fra l’altro, ad “alleggerire” la sua figura, piuttosto imponente. E non guasta neppure dal punto di vista politico: il nero è infatti proprio il colore della Cdu - niente di imbarazzante, i nazisti erano “camicie brune” - così come i liberali sono “gialli”, i socialdemocratici (ovviamente) “rossi” e i Verdi… si sa. Secondo i dati ufficiali, inoltre, Kohl è alto circa un metro e novantatré centimetri: può dunque, a ragione, essere considerato un “gigante”. Poco dopo la sua elezione a Cancelliere, nel 1982, colpiva vederlo in piedi accanto a François Mitterrand, a Margaret Thatcher, al giapponese Nakasone: all’epoca, si salvavano soltanto Ronald Reagan e Bettino Craxi (e, in patria, il ministro degli Esteri Hans-Dietrich Genscher). Mancano invece i dati ufficiali sul peso di Kohl. Ancora pochi anni fa veniva dato poco al di sopra dei 100 chili, oggi qualcuno sospetta che possa aver superato i 140: stabilmente perché – non è un segreto – ogni anno (attorno a Pasqua, poco dopo il suo compleanno) Helmut Kohl si sottopone per almeno una settimana a una cura di digiuno controllato da cui ritorna, di solito, molto ridimensionato.

 

Questa abitudine sollevò, a suo tempo, i commenti ironici dell’amicoalleato Genscher, che sosteneva pubblicamente di non capacitarsi di come fosse possibile pagare tanti soldi per non mangiare. Perché il punto è proprio questo: a Kohl piace mangiare, molto e molte volte al giorno, passando senza problemi dall’amata (e greve) cucina renana ai dolci ricchi di panna e cioccolato che gli prepara la moglie Hannelore, ma senza trascurare – nelle numerose pause e negli orari improbabili che l’attività politica impone – i piatti freddi sempre pronti nelle cucine di Cancelleria e Parlamento. Se Adenauer amava discutere e prendere le decisioni più importanti all’ora del tè – nella sua villa di Rhöndorf, presso Bonn, dopo il riposino pomeridiano – il suo “nipote” politico, che pure non disdegna un’occasionale pennichella, predilige le ore tarde della sera, i locali vicini alla stanza dei bottoni e, soprattutto, il Wurst, di fronte (e grazie) al quale confessa di ri- trovare energie e voglia di battersi. E suoi commensali sono, in questi casi, i suoi collaboratori più fedeli e fidati: mai, forse, l’espressione inglese kitchen cabinet è stata più calzante. Dopo l’unificazione, poi, la stazza complessiva di Kohl è cresciuta in modo piuttosto sensibile, evidente anche dal taglio dei suoi abiti. Quanto meno, ha saputo personificare efficacemente il maggior peso della “Grande Germania” sulla scena mondiale: ed anche per questo, forse, gli altri paesi hanno cominciato a scegliersi – con Eltsin, Clinton e Chirac – leader in grado di non sfigurare nelle photo opportunities. Proprio in questa condivisione di momenti molto semplici, quasi prosaici della vita quotidiana sta, comunque, una delle ricette che Kohl applica alla politica: anche le relazioni bilaterali e internazionali sono soprattutto rapporti fra uomini – le relazioni anglo-tedesche hanno molto patito le spigolosità di Margaret Thatcher – uomini che imparano a conoscersi e a fidarsi l’uno dell’altro mangiando, bevendo, passeggiando insieme. E’ stato così con Mitterrand – uomo per altro diversissimo da Kohl, ma con un’analoga inclinazione alla solennità e alla retorica – e, soprattutto, con Michail Gorbaciov. Meno solare il rapporto con Ronald Reagan, molto pragmatico quello con George Bush, più giovanile (ma già segnato da evidenti conflitti di interesse) quello con Bill Clinton. Mai felice invece – curiosamente, ma non troppo – l’intesa con i dirigenti democristiani italiani e, in particolare, con Giulio Andreotti, a cui Kohl non ha mai perdonato, fra l’altro, la petite phrase sulle due Germanie che dovevano restare tali.

 

Kohl è anche un fumatore di pipa,
come lo erano i suoi due predecessori socialdemocratici, Willy Brandt e soprattutto Helmut Schmidt: ma non veste i panni curiali dell’intellettuale come faceva Schmidt. Se Brandt appariva nervoso e scattante, e Schmidt riflessivo e cerebrale, Kohl dà soprattutto l’impressione – quando fuma – di stare ancora gustando il pasto appena terminato: non esibisce il suo vizio, non vuole apparire diverso da quello che è. Da qualche tempo, anzi, non lo si vede più tanto spesso fumare in pubblico: forse una concessione ai tempi, o forse un atto di coerenza con l’immagine apertamente popolare e anti-intellettuale che ama dare di sé. Kohl, del resto, non nasconde neppure il suo accento renano. Con gli anni il suo eloquio è diventato anzi sempre più personalizzato, tanto da aver suscitato l’interesse dei linguisti: usa insistentemente figure retoriche banali, espressioni popolari ridondanti e, soprattutto, toni paternalistici (anche con chi lo intervista). Si propone insomma come un grande pater familias rassicurante (ma anche burbero, se necessario), come il leader politico che potreste incontrare nella birreria del vostro paese seduto al suo Stammtisch, il grande tavolo di legno con ospiti fissi che – nella lingua e nella cultura tedesca – occupa il posto del nostro “Bar Sport”. Helmut Kohl, infine, non parla nessuna lingua straniera, anche se ama dare a intendere di capire quel che gli dicono gli “amici” Jacques, Bill e John. Anche qui, che differenza con cittadini del mondo come Brandt – esule antifascista, poi cittadino norvegese, infine “Kennedy tedesco” (anche per la sua fama di tombeur de femmes) – e come Schmidt, che discorreva in inglese con Giscard d’Estaing e spiegava a Jimmy Carter che cosa avrebbe dovuto fare con l’Urss. E dire che Hannelore, l’ex rifugiata tedesco-orientale che ha sposato più di trent’anni fa, è interprete diplomata.

 

Laureato in storia, Kohl è politico “generalista” cioè senza competenze settoriali. Nei primi anni di Cancellierato, in cui Kohl non ha mancato di collezionare gaffes a livello internazionale, questo è stato senz’altro un handicap, anche se alcuni sostengono che abbia accresciuto il senso di identificazione (“uno come noi”) che evoca negli elettori. Dopo l’unificazione, no: nessuno, in patria o all’estero, ha più preteso che il Cancelliere della Grande Germania facesse quello che, in fondo, nessun altro statista del suo livello si preoccupava di fare. Nell’agosto del 1989 un gruppo di dirigenti della Cdu tedesca si apprestava a mettere in atto una piccola congiura politica: la vittima predestinata era il Cancelliere in persona, Helmut Kohl, reo di una conduzione degli affari di governo opaca e senza una chiara direzione di marcia. I sondaggi d’opinione davano il partito in calo e l’opposizione socialdemocratica in crescita: le elezioni regionali più recenti avevano confermato la tendenza. Quale momento migliore di questo (poco oltre la metà della legislatura) per cambiare cavallo e consentire ad un nuovo campione – presumibilmente il presidente del governo del Land Baden-Württenberg, Lothar Späth – di dare prova di sé prima delle successive elezioni politiche? Poco più di un anno dopo, il 3 ottobre 1990, lo stesso Helmut Kohl assaporava, in una fredda serata di primo autunno, il momento forse più alto della sua carriera politica: tutti i più importanti leader del mondo occidentale erano convenuti a Berlino per celebrare la formale unificazione fra i due Stati tedeschi di questo dopoguerra. Padrone di casa e ospite d’onore allo stesso tempo, Kohl già pregustava la netta vittoria elettorale che di lì a due mesi, avrebbe definitivamente sancito la sua leadership anche nella Repubblica federale “allargata” ai cinque nuovi Länder orientali. Che cosa era accaduto, in così pochi mesi, da cambiare così radicalmente la situazione? Era accaduto, innanzitutto, che i congiurati del 1989 avevano sottovalutato l’istinto e la combattività del “gigante nero”, la sua presa sul partito, la sua capacità di reagire quando messo sotto pressione: di lì a poche settimane, Späth, Geissler e gli altri congiurati si sarebbero visti emarginare dalla guida del Cdu e mettere in un angolo. Ed era accaduto anche che, nel frattempo, si era rimessa in moto la Storia, assumendo le sembianze di migliaia di cittadini della Germania orientale che avevano cominciato ad abbandonare lo “Stato degli operai e dei contadini” a Est del fiume Elba e a guadagnare, il più rapidamente possibile, il confine tedesco- occidentale, dove li attendevano un passaporto e una vita nuova.

 

L’inizio del crollo del regime di Honecker riapriva dossier che erano stati ormai abbandonati alla polvere, risvegliava sentimenti di cui era impossibile non tenere conto. Kohl e la Cdu non erano stati prontissimi a cogliere la svolta, che invece il vecchio Wil- ly Brandt aveva subito avvertito. Ancora in settembre, proprio a quel congresso di Brema che aveva messo in minoranza i congiurati, la Cdu avrebbe dovuto approvare un emendamento al programma del partito che cancellava l’impegno all’unità nazionale. Appena un anno prima Kohl stesso, in un’intervista, aveva confessato di non aspettarsi la riunificazione della Germania nello spazio di vita della sua generazione. Non c’è dunque da sorprendersi se, nella magica notte dell’apertura del Muro di Berlino, la folla riunitasi spontaneamente davanti al municipio di Berlino Ovest accolse con un’ovazione Brandt (per molti anni, fra l’altro, borgomastro nella città divisa) e con una solenne salva di fischi Kohl. Ancora una volta, tuttavia, il Cancelliere seppe reagire e, pochi giorni più tardi, presentò a un Bundestag esterrefatto – neppure l’alleato e amico Genscher era stato avvertito – un piano in dieci punti per arrivare a “strutture confederative” fra i due Stati tedeschi: il piano – ci racconta oggi il Cancelliere in un libriccino di memorie uscito, dal titolo “Ich wollte Deutschlands Einheit” – era stato battuto la notte prima sulla macchina da scrivere portatile della moglie, senza consultare nessuno. Le reazioni critiche, in Germania e ancor più nelle capitali estere, non mancarono. Ma la grande rincorsa di Helmut Kohl era appena cominciata: con la vittoria alle elezioni pantedesche e, simbolicamente, con il temporaneo arresto – mentre ancora la televisione trasmetteva le proiezioni e i commenti sul voto – di Erich Honecker. L’annus mirabilis di Helmut Kohl andrebbe in realtà diviso in tre fasi: la prima è la più complessa, quella in cui gli sbocchi della situazione apparivano ancora incerti e confusi e in cui gli stessi alleati di Bonn – da François Mitterrand a Margaret Thatcher – “remavano contro”. La sorprendente affermazione della Allianz fur Deutschland – la coalizione di partiti cristiano-democratici messa in piedi e sostenuta da Kohl – nelle prime elezioni libere del dopoguerra in Germania Est, il 18 marzo 1990, avrebbe già sancito il passaggio a una seconda fase, meno incerta quanto agli sbocchi ultimi (la riunificazione) ma ancora indefinita riguardo a tempi e modalità.

 

Qui la determinazione di Kohl, il suo uso molto spregiudicato delle risorse di potere in suo controllo e, in parte anche la sua fortuna – si pensi alla temporanea (e politicamente fatale) uscita di scena del candidato socialdemocratico alla cancelleria Oskar Lafontaine, gravemente ferito da uno squilibrato – avrebbero impresso alla crisi della ex Ddr una direzione di marcia molto precisa: l’adesione il più rapida possibile alla Repubblica federale, piuttosto che un lungo e potenziale destabilizzante processo costituente. Il primo Trattato fra i due Stati tedeschi, quello che sancì (contro il parere della Bundesbank) il cambio alla pari fra marchi orientali e occidentali, avrebbe così sigillato a fine giugno l’avvenuto ricongiungimento fra le due Germanie. Restavano ancora da superare gli ostacoli internazionali: la terza fase. In luglio, la famosa vacanza di Kohl nel Caucaso – a Stavropol, la città di Michail Gorbaciov – avrebbe risolto il contenzioso con l’Urss, che la Germania si impegnava ad aiutare molto generosamente nel suo sforzo di ricostruzione economica in cambio di un sostanziale via libera all’unificazione e all’integrazione (con certi limiti) dell’intera Germania nella Nato. In settembre, infine, la firma del Trattato “2+4” avrebbe cancellato quel che restava dell’antica tutela alleata sulla vecchia Germania e restituito alla nuova piena sovranità internazionale. Nell’autunno del 1990, dunque, l’uomo che appena un anno prima era stato considerato dai suoi stessi colleghi di partito un incapace, o tutt’al più un abile tattico – era o non era riuscito, nel 1982, a far fare ai liberali il “ribaltone” che aveva tolto di mezzo Schmidt? – ma non certo un leader all’altezza dei tempi che si annunciavano, veniva ora celebrato come l’artefice di un’impresa, l’unificazione della Germania, che ben pochi avevano creduto possibile o vicina fino alla caduta del Muro.

 

C’è contraddizione fra il Kohl pigro, indecisionista e impopolare dell’estate 1989 – per lui era stata coniata l’espressione Kanzlermalus, contrapposta al Kanzlerbonus (cioè l’appoggio che una certa quota di elettori tedeschi tradizionalmente dà al principale partito di governo proprio in quanto partito del Cancelliere in carica) di cui avevano goduto Adenauer, Brandt e Schmidt – e l’eroe dell’unificazione “col forcipe” dell’autunno 1990? Sì e no. Sì, perché è evidente che lo stile di governo un po’ “democristiano” dei primi anni è stato accantonato, fra il 1989 e il 1990, per lasciare spazio ad una determinazione politico- strategica e a un decisionismo paragonabili a quelli del primo Adenauer (la Westpolitik postbellica) e del primissimo Brandt (la Ostpolitik del 1969-70). E no, forse non c’è contraddizione: Helmut Kohl in fondo è rimasto sempre lo stesso, ha solo adattato i metodi e i suoi obiettivi a uno scenario improvvisamente mutato, a sfide e minacce davvero in grado di insidiare la sua posizione. Prova ne sia, sostengono alcuni, che – una volta condotta in porto l’unificazione, vinte le elezioni e consolidato il suo potere – il “vecchio” Kohl è inesorabilmente riemerso, con i suoi rinvii, le sue mediazioni, i suoi tatticismi. Secondo gli opinion leaders del nostro paese – lo segnala una ricerca condotta da Pragma e pubblicata alcuni mesi fa col titolo “L’Europa degli italiani” – la Germania è oggi di gran lunga il paese europeo più degno di fiducia, più efficiente, più impegnato per l’unità europea, più affidabile negli affari. Interrogati su chi preferiscono come eventuale “presidente dell’Europa”, gli stessi opinion leaders non hanno avuto esitazioni: Helmut Kohl, che nell’apposita classifica supera di diverse lunghezze lo stesso Jacques Delors. A sei anni dall’unificazione – con tutti i timori e i pregiudizi che risvegliò, non solo in Italia – questo mutamento di “immagine” della Germania e del suo Cancelliere è certo sorprendente. Ma non troppo: in fondo, dal 1990 a oggi, la Grande Germania non ha compiuto atti tali da giustificare particolari ostilità e diffidenze nei partners europei, se si esclude forse la fretta con cui volle procedere – alla vigilia di natale del 1991 – al riconoscimento “anticipato” di Croazia e Slovenia. Helmut Kohl, in particolare, si è quasi sempre comportato da leader europeo ed europeista, più che da leader nazionale: le occasioni polemiche antitedesche si sono più che altro dirette contro la Bundesbank, o contro il ministro delle Finanze Theo Waigel, ma non contro il Cancelliere. Ancor oggi, del resto, chi voglia illustrare le pro-prie buone credenziali europee vola, innanzitutto, a Bonn. In altre parole, Kohl è già – in certa misura – “presidente dell’Europa”. Eppure, prima dell’unificazione, il Cancelliere tedesco appariva sì impegnato sul fronte comunitario, ma non godeva di stima particolare come statista di calibro europeo e come architetto del processo di integrazione, stretto com’era fra il prestigioso lascito del suo predecessore, Helmut Schmidt, e la superiore esperienza internazionale del suo ministro degli Esteri, il liberale Hans- Dietrich Genscher.

 

Considerato dai più un politico puro,
non privo di qualche tratto provinciale, Kohl non sembrava troppo a suo agio a discutere di tassi di cambio, di dialogo Est-Ovest o di negoziati commerciali. Lo salvava la tradizione europeista del suo partito: la Comunità europea, almeno in origine, è stata una creazione del cattolicesimo democratico continentale. I tre “padri fondatori” della Ceca (Comunità del carbone e dell’acciaio) e, in prospettiva, della Cee (Comunità economica europea) – il tedesco Konrad Adenauer, il francese Maurice Schumann e l’italiano Alcide De Gasperi – erano tutti democristiani, tutti figli del secolo scorso e tutti originari di regioni di confine: il renano Adenauer, l’alsaziano Schuman e il trentino De Gasperi erano stati nel corso della loro vita cittadini di diversi Stati (fra loro parlavano, com’è noto, in tedesco) ed esibivano – per ragioni appunto, assieme confessionali e biografiche – un nazionalismo molto contenuto. Kohl si era fin dall’inizio richiamato a questa ispirazione, cercando subito di ricostruire quell’asse franco-tedesco, “carolingio”, che aveva conosciuto i suoi momenti più alti prima con Adenauer e Charles De Gaulle, alla fine degli anni Cinquanta, poi con i più laici e moderni Schmidt e Valéry Giscard d’Estaing. Per farlo, aveva dovuto cercare di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda di un uomo così diverso da lui come François Mitterrand: operazione non facile, certo, ma alla fine riuscita, a giudicare non solo dai fatti della politica, ma anche dalla sincera commozione umana manifestata da Kohl, nel dicembre scorso, alla morte dell’ “amico François”. Ma non c’è dubbio che Kohl è stato considerato e accettato come statista di calibro europeo solo dopo l’annus mirabilis in cui è riuscito a ricongiungere, in modo quasi indolore, le due parti della Germania divisa. In questo senso, forse, assume oggi una luce diversa lo stesso ritiro dalla politica attiva – nella primavera del 1992, dopo 18 anni trascorsi alla guida della diplomazia di Bonn – di Hans-Dietrich Genscher, che aveva appunto costruito le fortune politiche sue e del suo partito sulla rispettiva “complementarità” rispetto a Kohl e alla Cdu.

 

Dopo il 1990, i margini per svolgere questa funzione
si erano molto ristretti, come avrebbe dimostrato il ruolo politico del tutto marginale assunto dal suo successore Klaus Kinkel. Appartiene ormai un poco alla leggenda di Maastricht l’idea che la firma del Trattato di Unione europea e l’impegno a pervenire entro la fine del secolo alla moneta unica siano stati il prezzo pagato ex post da Kohl e dalla Germania per l’assenso dato dai partners europei – e in particolare dalla Francia – all’unificazione tedesca. Nella lettura di Maastricht come frutto di uno “scambio politico” consumato sull’asse franco-tedesco c’è, come sempre in questi casi, qualcosa di vero. Da parte di Kohl, inoltre, può aver pesato anche la preoccupazione di vincolare da subito la Grande Germania al resto d’Europa – o meglio, à la Adenauer, alla sua parte occidentale – per evitare fin dall’inizio che il paese si ripiegasse su se stesso o, peggio, slittasse pericolosamente in altre direzioni. Come che sia, il quadro delineato a Maastricht alla fine del 1991 impegnava il paese più forte d’Europa – vera e propria “grandezza critica” al centro del continente – a convergere con i partners proprio nel momento in cui, dopo quasi mezzo secolo di divisione, recuperava la sua unità e, forse, la sua identità nazionale. La sfida era molto difficile, e per qualche tempo – fra le difficoltà incontrate dall’unificazione “interna”, la crisi intervenuta nel Sistema monetario europeo, e i problemi emersi nella stessa ratifica del Trattato di Maastricht – è apparsa quasi impossibile da vincere. Persino l’opinione pubblica tedesca, tradizionalmente ben disposta verso l’integrazione europea, manifestava una forte, evidente resistenza ad abbandonare la Deutsche Mark, vero e proprio simbolo del successo economico di questo dopoguerra e, in certa misura, fonte di identità e di orgoglio nazionale. E’ qui, a questo punto, che Helmut Kohl ha mostrato doti di statista.

 

Lo hanno aiutato una certa ostinazione di carattere e, in fondo, anche la sua inclinazione a “congelare” i problemi, a non affrontarli sempre tutti di petto, ma a lasciarli piuttosto decantare, in attesa di momenti migliori. Lo ha aiutato anche l’assenza, all’interno della Germania, di una visione politica alternativa capace di raccogliere consensi sufficienti a insidiare la sua leadership. Ci ha provato di recente il presidente della Spd Oskar Lafontaine, già suo sfidante nel 1990, che all’inizio di quest’anno ha tentato di giocare la carta del “nazionalismo del marco” in occasione delle elezioni regionali del Baden-Württemberg, il Land di Stoccarda. La durissima sconfitta subita, per l’occasione, dai socialdemocratici ha dimostrato che il populismo anti-Maastricht non è – almeno in Germania – un’atout elettorale. Kohl ne è uscito doppiamente rafforzato, e correrà per la Cancelleria anche nel 1998: né la sua leadership né il suo programma appaiono in discussione. Non a caso, respinta ancora una volta la minaccia-Lafontaine, il Cancelliere ha deciso di procedere speditamente verso l’Unione monetaria, sia all’interno della Germania – il “pacchetto Kohl” della primavera scorsa, che per la prima volta ha interrotto la tradizione di concertazione sociale tipica del Modell Deuschland – sia a livello comunitario. Se oggi il varo dell’Euro non appare più come una prospettiva incerta e lontana, ma come un piano con uno scadenzario già piuttosto definito, è anche perché il “gigante nero” ha legato la sua credibilità politica al progetto di Maastricht, ha saputo resistere alle difficoltà incontrate negli anni scorsi, e su ciò ha ricostruito – stavolta con Jacques Chirac, altro temperamento molto diverso dal suo – un solido asse franco-tedesco. Da questo punto di vista – quali che siano, alla fine, i tratti specifici che assumeranno l’Unione monetaria e l’Unione politica – perde molta della sua drammaticità il dilemma sollevato insistentemente da analisti e commentatori durante l’annus mirabilis 1990: se, cioè, avremmo in futuro avuto una “Germania europea” o un’ “Europa tedesca”. Avremo infatti, con tutta probabilità, l’una e l’altra assieme, e a gestire questa “convergenza parallela” – per usare l’astruso ma tutto sommato creativo vocabolo politico italiano – sarà proprio lui, Helmut Kohl, il presidente dell’Europa auspicato anche dai nostri opinion leaders. 

 

La si potrebbe chiamare “sindrome di Saturno”, dal dio della mitologia greca che divorava i propri figli per impedire che prendessero un giorno il suo posto sul Monte Olimpo. Helmut Kohl è stato altrettanto privo di scrupoli con quanti - soprattutto all’interno della sua famiglia politica - hanno cercato di condizionare, o addirittura di insidiare, la sua leadership. Così è stato ad esempio con Rainer Barzel, suo predecessore alla guida della Cdu (allora all’opposizione) nei primi anni Settanta: fu bruscamente messo da parte nel 1974, per fare spazio all’emergente Kohl, e indennizzato con una serie di ricche “consulenze” per il gruppo industriale Flick che, anni dopo, lo avrebbero coinvolto in uno dei maggiori scandali politici del dopoguerra. Così è stato con Heiner Geissler e Kurt Biedenkopf, i due più stretti collaboratori di Kohl nella modernizzazione del partito, vent’anni fa, poi scartati più per la loro autonomia di giudizio che per le loro ambizioni. Così è stato anche con Gerhard Stoltenberg, l’austero ministro della Difesa (e poi delle Finanze) del primo gabinetto Kohl, emarginato dalla scena politica non appena la sua ombra ha cominciato a oscurare quella del Cancelliere. Così è stato, infine, con Lothar Späth, l’ambizioso e dinamico presidente del Land Baden-Württemberg che, sul finire degli anni Ottanta, era diventato il candidato della Cdu alla sostituzione di Kohl, prima emarginato nel partito e poi travolto da un piccolo episodio di favori personali da parte di un industriale trasformatosi in scandalo politico. Il Cancellierato di Helmut Kohl è una monarchia che non sembra tollerare - nel proprio campo - rivali, aspiranti delfini, giocatori in proprio. Alle squadre avversarie, comunque, non è andata gran che meglio. L’antagonista più temuto, Helmut Schmidt, fu neutralizzato con uno stratagemma politicocostituzionale: all’indomani del voto di sfiducia “costruttivo” con cui, ormai 14 anni fa, Kohl fu eletto Cancelliere al suo posto, Schmidt aveva dichiarato che si sarebbe ricandidato solo in caso di elezioni immediate, necessarie a suo parere a causa del “ribaltone” dei liberali di Hans-Dietrich Genscher. Bastò rinviare - con l’imbarazzato assenso dell’allora presidente federale Carstens - le elezioni di qualche mese perché la Spd fosse co- stretta a mettere in campo un altro candidato, Hans-Jochen Vogel, presto destinato a una pur onorevole sconfitta. Da allora la Spd ha consumato, nella sfida a Kohl, quasi tutti i suoi cavalli di razza: Johannes Rau nel 1987, Oskar Lafontaine nel 1990, Rudolf Scharping - il dirigente più simile a Kohl (per origini, carattere, stile e programmi) che il partito avesse nelle sue file - nel 1994. Il turnover alla presidenza del partito è stato anche più intenso (da Brandt a Vogel a Engholm a Scharping a Lafontaine), ma altrettanto infruttuoso.

 

La sola carta rimasta alla Spd, in vista delle elezioni politiche del 1998, è l’attuale presidente del Land Hannover, Gerhard Schröder, che non a caso ama un poco presentarsi come l’erede di Helmut Schmidt (che aveva però, a suo tempo, combattuto). Ad aiutare Kohl nella difesa del fortino- Cancelleria c’è indubbiamente stata - al di là della sua presa sulla Cdu - la solidità stessa dell’istituzione, a cominciare da quella “sfiducia costruttiva” che rende inutili le imboscate parlamentari e quasi impossibili le interruzioni anticipate della legislatura. Alla guida di una coalizione nel parlamento italiano, Kohl avrebbe probabilmente resistito solo pochi mesi alle diatribe fra alleati e agli alti e bassi della sua popolarità. La continuità di esercizio del potere esecutivo garantita dalla Legge fondamentale tedesca ha insomma consentito al Cancelliere di superare momenti difficili: anche dopo l’unificazione, del resto, i sondaggi lo hanno dato a lungo in svantaggio sullo sfidante socialdemocratico, poi regolarmente battuto al momento del voto. A tutto questo va aggiunta l’abile politica di alleanze praticata dal Cancelliere, che ha via via reso più difficile un eventuale nuovo “ribaltone” dei liberali, lasciando la Spd isolata all’opposizione, in compagnia (tutt’al più) della colorita pattuglia verde. Detto questo, c’è stato almeno un leader che ha creato seri problemi a Helmut Kohl, sia prima sia dopo l’elezione alla Cancelleria: è stato Franz Josef Strauss, il vecchio “toro della Baviera”, padre fondatore e capo carismatico della Csu, il partito “fratello” della Cdu. A suo tempo pupillo di Adenauer, che ne aveva colto le grandi doti politiche (ma non gli altrettanto grandi difetti), Strauss aveva contrastato fin dall’inizio l’ascesa di Kohl, non facendo mistero della sua scarsa stima per il “gigante nero”. Nel 1976, all’indomani delle elezioni in cui la Cdu-Csu (guidata appunto da Kohl) aveva mancato la maggioranza assoluta per appena 500.000 voti, Strauss aveva addirittura scommesso pubblicamente che Kohl non sarebbe mai diventato Cancelliere. 

 

Quattro anni dopo ci provò Strauss in persona a sfidare Schmidt, raccogliendo una pesantissima sconfitta. C’è anzi chi sostiene che la candidatura di Strauss, nel 1980, sia stata più o meno direttamente favorita da Kohl, certo che l’anziano e sanguigno leader non avesse chance e che, quindi, la sua prevedibile disfatta ne avrebbe ridimensionato una volta per tutte le ambizioni politiche e il potere di condizionamento. Non solo, ma quando Kohl divenne davvero Cancelliere preferì cooptare “FJS” - com’era spesso chiamato - nel suo gabinetto, affidandogli addirittura, per responsabilizzarlo maggiormente, il ministero delle Finanze, e in seguito lo coinvolse perfino nella concessione del famoso credito di Stato della Ddr di Erich Honecker. La coabitazione durò poco, ma almeno impedì a Strauss di guidare un’opposizione “interna” alla coalizione di governo. Comunque, solo l’improvvisa scomparsa del vecchio leader bavarese, nell’ottobre del 1988, avrebbe liberato una volta per tutte Kohl dalla sua ipoteca, anche psicologica. E oggi? Chi potrà mai rilevare l’eredità di Helmut Kohl quando - nel prossimo secolo, oramai, magari dopo aver superato anche il record di durata di Bismarck - il Cancelliere deciderà di passare la mano? La “sindrome di Saturno” ha fatto un po’ tabula rasa nel gruppo dirigente della Cdu. Se non si vuol guardare ancora una volta alla Baviera - al ministro delle Finanze Theo Waigel o, ancor più, al presidente del Land Edmund Stoiber - non resta che puntare sul ministro della Difesa Volker Ruhe, giovane e preparato ma, pare, un po’ troppo indipendente e scalpitante per i gusti del Cancelliere e, forse, non abbastanza radicato e popolare nel partito. Ma il vero “delfino” in pectore, il solo dirigente che potrebbe da un giorno all’altro prendere - qualora se ne presentasse la necessità - il posto di Helmuth Kohl è Wolfang Schauble. Se Kohl è stato assieme l’architetto e l’ingegnere dell’unificazione, Schauble (allora capo della Cancelleria) ne è stato il direttore dei lavori e il capomastro: il Trattato di unione, che mise nero su bianco le condizioni politico-amministrative dell’adesione della ex Ddr, porta la sua firma. Dopo un breve periodo trascorso al ministero degli Interni, Schauble è oggi il capogruppo parlamentare della Cdu-Csu, cioè il regista della troupe di maggioranza al Bundestag, e si guarda bene - conoscendo il suo capo - dal manifestare qualsiasi ambizione personale.

 

Anche perché è ridotto su una sedia a rotelle da quando, sempre durante l’annus mirabilis, un attentatore gli sparò un colpo alla colonna vertebrale. Forse anche per questo, oltre che per la sua provata lealtà, la “sindrome di Saturno” del Cancelliere lo ha risparmiato. A differenza degli dei greci, del resto, i grandi leader politici si misurano anche sulla loro capacità di uscire di scena e di preparare (o consentire) una degna successione. E proprio questa sarà, probabilmente, l’ultima e impegnativa sfida che attende Helmut Kohl.

Di più su questi argomenti: