House of Qatar

I quattro intrighi arabi che hanno fatto scoppiare la crisi in Qatar

Daniele Raineri

Dalla mediazione segreta in Siria all'abboccamento con il generale iraniano, cosa fa arrabbiare i sauditi

Roma. La crisi diplomatica scoppiata lunedì tra i grandi paesi arabi e il Qatar potrebbe essere spiegata in breve: l’Arabia Saudita e i suoi alleati, quindi l’Egitto, gli Emirati arabi uniti e il Bahrain, non tollerano che il minuscolo (ma ricco) regno del Golfo rompa la perfezione del fronte contro l’Iran e quindi hanno deciso per un boicottaggio così pesante che potrebbe diventare un problema logistico letale. Rottura delle relazioni diplomatiche, chiusura dei confini, divieto per le compagnie aeree e per le petroliere di fare scalo: considerato che il Qatar è una piccola penisola che protrude dalla più grande penisola araba, questo isolamento potrebbe diventare presto insostenibile e già lunedì i qatarini hanno svuotato gli scaffali dei supermercati per accaparrarsi cibo in caso di complicazioni (perdipiù la crisi arriva durante il Ramadan, periodo dedicato per tradizione alle grandi libagioni notturne). Meno in breve: questa crisi scoppia grazie a quattro episodi ravvicinati che potrebbero fare parte di una serie in stile “House of cards” araba. Eccoli in ordine cronologico.

 

Uno. Alla fine di aprile il Qatar ottiene la liberazione di 26 qatarini di sangue reale che erano andati a cacciare con i falchi in Iraq ed erano stati rapiti da una milizia sciita filo-Iran. In cambio il Qatar ottiene che in Siria i gruppi islamisti anti Assad accettino una tregua e posino le armi durante l’evacuazione di un paio di città assadiste nel nord in difficoltà. 

  

Nella logica perversa che governa il carnaio siriano, la mossa della milizia sciita e degli sponsor iraniani è un colpo di genio spregiudicato: i rapitori scommettono che il Qatar riuscirà a farsi obbedire dal gruppo Hayat Tahrir al Sham, diretto erede di Jabhat al Nusra, la divisione siriana di al Qaida, ed è quello che succede. Il governo di Doha media tra guerriglieri e governativi, paga in tutto un miliardo di dollari, ottiene un cessate il fuoco e il permesso per l’evacuazione e riottiene indietro i suoi cittadini rapiti nel paese accanto, l’Iraq – e così prova in modo spettacolare e pubblico di avere una capacità diretta di influenzare i gruppi islamisti in Siria. La tregua per l’evacuazione non va come previsto, però. Lo Stato islamico s’intromette nella storia e colpisce con un’autobomba i bus di siriani portati via dopo anni di assedio dalle enclave assadiste (ricordate? Il van dei gelati che attirò i bambini prima di saltare in aria, 130 morti). Gli osservatori prendono nota: rapisci cittadini del Qatar in Iraq e ottieni un accordo che sembrava irraggiungibile da anni in una parte del nord della Siria.

 

Due, la visita di Trump. La danza con la spada del presidente americano e lo shopping enorme di armi da parte dei sauditi – spese superiori ai cento miliardi di dollari – convincono l’Arabia saudita di avere di nuovo il mandato americano a governare il settore del Golfo, con un’indicazione precisa: compattare il fronte dei regni sunniti contro l’Iran. Non è una novità, ma sui giornali si parla del desiderio di Trump di formare una “Nato araba”. Era il 20 maggio, poco più di due settimane fa. La pressione ha posto le condizioni per lo sfascio.

 

Tre. Quattro giorni dopo, sulla tv del Qatar compare l’immagine dell’emiro Tamim al Thani che parla con alcuni sottopancia che suonano molto imbarazzanti nel supposto clima di compattezza anti Teheran: “L’Iran è una potenza islamica e regionale che non va ignorata e con cui non sarebbe saggio misurarsi”. E Hamas, costola palestinese dei Fratelli musulmani, è “il legittimo rappresentante dei palestinesi”. Apriti cielo. I regni del Golfo bloccano e censurano le tv del Qatar, incluso il gioielli delle trasmissioni panarabe, al Jazeera. Il Qatar si difende così: “Ci hanno hackerati”. Il malumore riapre l’antica ruggine tra Qatar e Arabia Saudita, che detesta i Fratelli musulmani.

 

Quattro. Il 29 maggio il giornale saudita Okaz scrive che il ministro degli Esteri del Qatar, Mohammed al Thani, si è incontrato con discrezione a Baghdad con il generale iraniano Qassem Suleimani, l’architetto di ogni operazione iraniana in medio oriente. Vero o no, Suleimani è l’arcinemico del fronte arabo, dalla Siria allo Yemen e già soltanto il sospetto accende reazioni scomposte. Lunedì è partito il boicottaggio.

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)